09/09/2010

C'è un progetto politico contro i Lavoratori...


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“C’è un progetto politico per ridurre le tutele di chi lavora”, dice l’Onorevole Damiano, Pd, ministro del lavoro del governo Prodi. Il ministro Giulio Tremonti, alla festa di Bergamo della Lega Nord, martedì sera ha dichiarato che “robe come la 626”, una legge sulla sicurezza sul posto di lavoro, “sono un lusso che non possiamo permetterci”.

Onorevole Damiano ma la 626 non è stata superata dal decreto legislativo del 2008? Quella di Tremonti è stata solo una gaffe?
Il ministro Tremonti farebbe bene a informarsi, ma certamente non si tratta di una gaffe. C’ è un progetto politico finalizzato a ridurre il ruolo dello Stato nella tutela del diritto alla salute delle persone che vivono del loro lavoro. Detto in modo diverso: in tutte le politiche sociali del lavoro la linea dell’attuale governo è quella della deresponsabilizzazione.
Facciamo un passo indietro. Cosa ne è stato della legge 626 sulla sicurezza?
Il decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro, è entrato in vigore il 15 maggio 2008. I precedenti normativi storici risalgono al 1955-1956 e a seguire la 626 del 1994, che poi è stata assorbita dal Testo unico, così come il decreto legislativo 494/1996 riguardante i cantieri temporanei e mobili le cui disposizioni oggi rientrano nel titolo IV del 1981.

I critici dicono che il Testo unico è solo il frutto dell’emozione per i morti della Thyssen Krupp.
Rispondo ricordando che nel giungo del 2006, appena insediato Romano Prodi, nel decreto Bersani erano state inserite, tra le altre, norme per l’emersione del lavoro nero oltre ad un provvedimento di sospensione dei lavori nei cantieri edili in caso di impiego di personale in misura pari o superiore al 20 per cento del totale dei lavoratori regolarmente occupati. Inoltre era stato istituito l’obbligo della comunicazione il giorno antecedente a quello di instaurazione dei relativi rapporti di lavoro, per evitare il fenomeno diffuso delle registrazioni post-mortem. Fare un Testo unico, riunire 30 anni di legislazione in meno di due, ha qualcosa di miracoloso. E’ stato un grande sforzo di concertazione fra le parti.

Chi ha remato contro questa legge?
Con noi, allora, c’erano le parti sociali e Confindustria a scapito, forse, delle piccole imprese. In seguito però la stessa Confindustria, sostenuta dalle piccole imprese, ha fatto resistenza all’approvazione dei decreti attuativi che devono ancora rendere operativo il Testo unico.

Quindi cosa è cambiato?
Che il decreto legislativo giace incompiuto. Che nessuno si occupa degli oltre 40 decreti attuativi relativi al testo unico. E riguardo agli appalti, è stata tolta la norma della responsabilità solidale in capo al proprietario sui contributi, alleggerite le sanzioni e posticipato l’obbligo di presentare il documento di valutazione dei rischi (Vdr) indispensabile in ambito edilizio e chimico. E’ sparito l’obbligo della tenuta dei libri matricola e presenze.

Con quali effetti?
Tutti sanno che gli infortuni e le morti sul lavoro molto spesso si accompagnano a rapporti di lavoro irregolare. Sono scomparse anche le politiche “premiali” che dovevano favorire quelle imprese che riducevano la frequenza degli infortuni sul lavoro.

Nel giorno in cui sono morti altri due lavoratori il ministero del Lavoro e la presidenza della Repubblica promuovono una campagna pubblicitaria sulla sicurezza sul lavoro.
Gli spot dovrebbero essere preceduti da fatti concreti. Invece sembra che l’Italia oggi possa permettersi un ministro come Tremonti che, a giorni alterni, passa dal socialismo al neo-liberismo.

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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21/07/2010

«Crisi ed Europa? Non siamo sul Titanic»


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MILANO - La crisi non è finita e il «rischio sistemico» è sempre in agguato, ma l'Europa non sta affondando: non è il Titanic. Intervenuto all'Università di Friburgo, il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha spiegato - a una platea di studenti, politici e docenti - la strada che i Ventisette dovranno percorrere per rimettere in sesto le proprie economie ed ha illustrato come «l'antibiotico» riuscirà a sconfiggere la «malattia». L'occasione è stata una lezione su «La crisi economica e l'Europa», che Tremonti ha usato per ribadire la linea scelta dall'Unione: «Il dovere politico di rigore sui bilanci pubblici deve essere totale e maggiore, per tutti gli Stati e in tutti gli Stati», ha sottolineato. «Ma è falsa l'illusione - ha aggiunto - che i costi generati dalla crisi in un Paese possano essere limitati a quel Paese». E per spiegarlo è ricorso all'analogia del Titanic: «Non siamo il Titanic - ha premesso riferendosi all'Europa -, ma nessuno si illuda, avendo il biglietto di prima classe, essendo magari sceso per giocare sul ponte della seconda classe, di restare tra i passeggeri di prima classe». E poi ha aggiunto: «Non basta risalire dalla seconda alla prima classe ed esibire il biglietto di prima classe».

«LE FIGURINE PANINI» - In altre parole: «È evidente che c'è un rischio di controparte e il rischio di controparte non si ferma sul confine politico». Il ministro non ha dubbi: «La crisi non è terminata, ha solo mutato la sua forma ed è passata dal privato al pubblico», ha proseguito mettendo in guardia contro il «rischio sistemico» legato alla massa finanziaria. «La massa finanziaria oggi ha una dimensione potenzialmente illimitata ma immanente e incombente... nella forma del rischio sistemico - ha detto -. È stato così ne 2008 con la caduta delle piramidi finanziarie americane ed è così ancora». «A me sembra di essere come dentro un videogame - ha commentato -: Arriva un mostro, lo marchi, ti rilassi; arriva un secondo mostro, più grande del primo». In questo quadro, «l'antibiotico europeo» consiste in due elementi di difesa esterna contro la speculazione e due di disciplina interna. La difesa esterna «è il diverso e più forte ruolo della banca centrale europea e il nuovo fondo europeo che ci aiuta a difenderci tutti insieme». Le due componenti di disciplina interna sono «un Patto europeo che sia più forte e basato sulla sorveglianza... e le sanzioni, che devono essere vere per chi devia». Detto questo, vale per tutti - come ha dimostrato il caso della Grecia - che la crisi non si risolve con i governi tecnici, ha aggiunto Tremonti: pensare il contrario è come giocare con le figurine Panini. «... il Parlamento greco ha fatto e sta facendo delle leggi molto importanti e molto apprezzate: quello non l'avrebbe fatto un governo tecnico...». E poi, riferendosi a questa ipotesi per l'Italia, ha concluso: «Ho l'impressione che ci siano persone, anche non bambini, che continuano a giocare con le figurine Panini. Io trovo che le figurine Panini siano un gioco da ragazzini».

 

Fonte: corriere.it

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12/07/2010

La riduzione fiscale non è solo un obiettivo economico...


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La riduzione fiscale non è solo un obiettivo economico. Si tratta soprattutto di un traguardo di libertà. Questa è la grande forza del messaggio che Silvio Berlusconi ha lanciato a partire dagli anni Novanta: il grande tycoon della politica italiana ha lanciato una cultura rivoluzionaria, che associava il concetto della riduzione fiscale a quello dell'allargamento degli spazi di libertà. Se non si parte da questo presupposto, non si intende quale sia stato il vero ruolo culturale - si potrebbe dire spirituale - della posizione berlusconiana sul fisco.

Ma Silvio Berlusconi non ha vinto le elezioni del 2008 su una piattaforma liberista. Chiunque abbia compreso il senso de La paura e la speranza - il libro con cui Giulio Tremonti ha dato il tema di fondo della campagna elettorale del PDL - sa perfettamente che è su temi diversi che il centrodestra italiano ha conquistato la fiducia del paese. I grandi temi intorno ai quali si è condensato il consenso sono stati quelli della tenuta sociale, della riscoperta delle comunità e un senso di solidarietà declinato in chiave identitaria.

Per questa ragione Giulio Tremonti ha bloccato fino ad oggi tutti i tentativi di operare delle riforme radicali in termini economici e sociali. Il riformismo del centrodestra - compresi i tanto criticati provvedimenti di Brunetta o della Gelmini - si è manifestato davvero un riformismo a spizzico, che ha allargato degli spazi prima serrati, ma che ha mantenuto sostanzialmente invariati molti rapporti di forza tradizionali nella società italiana. Al di là di alcuni tentativi di volata, la politica del governo Berlusconi è ispirata da profonda prudenza.

Il centro intorno al quale si è mossa la politica governativa nel 2008 e nel 2009 è stato quello del ritorno dello Stato. L'immondizia napoletana, la lotta al crimine, l'efficientismo in Abruzzo: sono i tre assi lungo i quali il governo ha voluto marcare non solo la sua capacità di intervento, ma soprattutto la capacità di intervento dello Stato. Anche i Tremonti-bond e lo scudo fiscale, insieme ai provvedimenti sugli ammortizzatori sociali, possono essere letti in questo senso: la potenza dello Stato torna ad affermare il proprio primato.

Non credo che questa forma di ritorno allo Stato si possa considerare anti-liberale. Al contrario, se c'è un presupposto che ogni liberale dovrebbe accettare è quello che nessuna forma di mercato potrebbe essere garantita senza una potenza statuale capace di intervenire nei momenti di eccezione. Chiunque getti uno sguardo sincero sulle esperienze liberali e liberiste della fine del XX secolo - penso a Regan e Thatcher - sa che l'allargamento dello spazio di libertà è stato condotto contemporaneamente alla ricostruzione dell'autorevolezza dello Stato.

Su questo punto si è concentrata la politica del governo di centrodestra nel suo primo periodo. La disgregazione dell'autorevolezza dello Stato nel corso degli ultimi decenni era un problema capace di minare alla base qualsiasi progetto riformista. Nel tempo della paura, come giustamente lo ha chiamato Giulio Tremonti, la prima condizione è quella di ristabilire le condizioni di una vitalità ordinata e serena. Affrettare i tempi delle riforme, in una condizione di fragilità economica, sociale e politica, può voler dire il massacro elettorale e storico di un progetto politico.

Per questa ragione occorre avere pazienza sulla riforma fiscale. Le accelerazioni improvvise e i cambiamenti repentini di ritmo nel lavoro del governo rischiano di non assecondare i bisogni profondi della società italiana. Dal 2001 al 2006 la stabilità del governo Berlusconi - che era anche una capacità di dare una progettualità di ampio respiro alla società italiana - è stata minata dalla incertezza della maggioranza. Il ciclo iniziato nel 2008 non deve essere turbato da inquietudini improvvise e ansie repentine.

La speranza che il governo Berlusconi ha promesso al Paese è innanzitutto quella di proteggerlo dalle instabilità che sta colpendo l'Occidente. Abbandonare questa linea maestra potrebbe significare lasciare da parte l'arma vincente che ha messo in sintonia il centrodestra con l'Italia. Non si tratta di una semplice questione elettorale: la pazienza di un riformismo lento e senza strappi è la via di un liberalismo conservatore e moderato.

 

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06/07/2010

Ma che colpa abbiamo noi?. È tutta la vita che facciamo sacrifici, che cosa si pretende ancora da noi?


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I milioni di italiani che in questi decenni hanno lavorato sodo, per salari e stipendi modesti, e che adesso si sentono intimare dal governo “è arrivata l'ora dei sacrifici duri” come se fossero loro i responsabili della crisi, si domandano come in una vecchia canzone dei Rokes: Ma che colpa abbiamo noi?. È tutta la vita che facciamo sacrifici, che cosa si pretende ancora da noi? Diteci chi sono i veri responsabili perché abbiamo il diritto di farli a pezzettini. E qui viene il difficile. Responsabile è l'attuale governo? È poco credibile perché, per quanto possa aver commesso errori, è alla guida del Paese da soli due anni. È allora colpa del governo precedente? Meno ancora, in fondo Padoa Schioppa, senza fare il chiasso di Tremonti, un paio di misure per riassestare i nostri conti pubblici le aveva prese. Bisogna quindi risalire agli '80, gli anni della "Milano da bere" (per la verità a berla erano solo i socialisti), delle pensioni baby, delle pensioni d'oro, delle pensioni di invalidità false, delle pensioni di vecchiaia fasulle, delle casse integrazioni protratte all'infinito e insomma degli sperperi di denaro pubblico perpetrati, ai fini del voto di scambio, da tutti i partiti, ma principalmente da quelli di governo, Dc e Psi. Ma oggi è impossibile chiedere il conto all' "esule" di Hammamet o agli ectoplasmi di Andreotti e Forlani. Ma la crisi non dipende solo dalle nostre sciagurataggini. Tanto è vero che anche Paesi serissimi, come la Germania, devono fare "sacrifici duri". La causa più profonda si chiama globalizzazione. La globalizzazione, che inizia con la Rivoluzione Industriale e arriva a piena maturazione negli ultimi anni con l'acquisizione al modello di sviluppo occidentale di quasi tutti i Paesi del mondo (quelli che non ci stanno, come l'Afghanistan talebano, li bombadiamo) è, in estrema sintesi, una spietata competizione fra Stati che passa per il massacro delle popolazioni del Terzo e del Primo mondo. Prima ha distrutto i più deboli Paesi terzomondisti (l'Africa nera, per esempio) ma adesso intacca anche i più forti Paesi industrializzati. Il paradosso della globalizzazione è che arricchisce in teoria le Nazioni (che, per competere, si dotano di più infrastrutture, più aeroporti, più autostrade, più trafori, eccetera) ma impoverisce le loro popolazioni o, comunque, sempre per competere, le costringe a lavorare di più e guadagnare di meno. A fare "sacrifici duri". La globalizzazione è ritenuta un processo irreversibile sia dalla destra che dalla sinistra internazionali. Bill Clinton a un Forum del 1998 dichiarò: “La globalizzazione è un fatto non una scelta politica”. E Fidel Castro nello stesso Forum: “Gridare abbasso la globalizzazione equivale a gridare abbasso la legge di gravità”. Invece il processo di globalizzazione, come tutte le cose umane, può essere invertito o almeno, in attesa di mandarlo definitivamente all'inferno, contenuto. Come? Con l'autarchia, concezione squalificata perché fu del fascismo. È chiaro che oggi, a differenza degli anni Venti o Trenta, nessun Paese, da solo, può essere autarchico. È possibile invece, solo che lo si voglia politicamente, un'autarchia europea. L'Europa ha popolazione, mercato, risorse, know how sufficienti per essere autarchica. aturalmente questo avrebbe dei costi, molti prodotti diverrebbero inaccessibili e la ricchezza complessiva del Continente, ma probabilmente non delle sue popolazioni, diminuirebbe. Ma noi non abbiamo bisogno di ingurgitare altri prodotti, di inventarci nuove scemenze tecnologiche, di nuove "linee di beauty per cani" ma di smagrire, e di molto, e semmai di distribuire più equamente la ricchezza rimasta. San Francesco, che predicava la povertà oltre che l'armonia con la Natura, è oggi più rivoluzionario e attuale del vecchio Marx.

 

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02/07/2010

Il debito pubblico? Lo abbiamo sempre avuto. La disoccupazione altissima? “Stiamo meglio di altri paesi”. La crisi economica? “Oramai è alle spalle”...Quante falsità...


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Come nel libro di Oscar Wilde Il ritratto di Dorian Gray, l’Italia nei media non presenta una ruga. Il debito pubblico? Lo abbiamo sempre avuto. La disoccupazione altissima? “Stiamo meglio di altri paesi”. La crisi economica? “Oramai è alle spalle”. Esiste però un dipinto fatto dai mercati finanziari che mostra le rughe di un’economia asfittica e di un debito pubblico sull’orlo del baratro. Nell’ultima settimana i mercati hanno concentrato la loro attenzione sull’incapacità di Grecia e Portogallo di ripagare il proprio debito pubblico.

Francia e Germania hanno affermato che non correranno in soccorso della Grecia (il Trattato europeo non ne prevede l’obbligo) e la Spagna è corsa ai ripari annunciando tagli alla spesa pubblica di 50 miliardi di euro in 3 anni per aumentare la propria credibilità finanziaria e non essere in balìa della speculazione internazionale. I portoghesi hanno approvato in Parlamento, in modo bipartisan, misure di taglio e contenimento della spesa pubblica ma ancora non sono riusciti a calmare gli investitori che chiedono più austerità nella spesa.

E l’Italia? Unica in Europa, dibatte se prolungare gli incentivi alle auto e si adagia sul falso mito che noi stiamo meglio degli altri. La nostra classe politica ha perso completamente il senso del pericolo, ha dimenticato le crisi finanziarie degli anni Novanta e sposta il dibattito politico dallo stato dei conti pubblici ai problemi di un mondo che non c’è più, fatto di sussidi mascherati da incentivi, cassa integrazione perpetua e leggi ad personam.

Come Dorian Gray, l’Italia mostra ai suoi cittadini un volto sempre giovane e sorridente, ottimista per il futuro e spensierato. Nella soffitta dei mercati finanziari il ritratto sta diventando lo specchio dell’anima economica italiana che trasmette sempre meno affidabilità a chi decide di comprare o non comprare i buoni del Tesoro italiani. Le prossime settimane saranno decisive per capire il destino dell’Europa e dell’Italia.

La Grecia non sembra in grado di rassicurare i mercati circa le sue possibilità di ripagare il debito e molto probabilmente sarà costretta a pagarvi interessi a tassi vicini al 9 per cento annuo. A quel punto gli investitori si concentreranno su Portogallo e Italia. Analizzeranno i nostri conti pubblici con precisione chirurgica.

La crescita economica prevista per il 2011 dal governo (+ 2 per cento) è oramai pura fantasia e la disponibilità di cassa di oltre 50 miliardi di euro sarà finita entro maggio. Tremonti rilancia la proposta del presidente francese Nicolas Sarkozy di una nuova Breton Woods che ridefinisca i meccanismi di cambio e di scambio, ma forse con due intenti diversi.

Francia e Germania oramai pensano a una Europa a due velocità, una di Serie A con un debito pubblico controllabile, una forte credibilità internazionale e tassi d’interesse bassi, e una di Serie B che non potrà usufruire dei tassi della Banca centrale europea ma avrà propri meccanismi di fissazione del tasso di sconto.

Come da anni funziona il Montenegro e come funzionerà la Grecia: valuta ufficiale l’euro, ma tassi d’interesse più che doppi rispetto a quelli tedeschi. Fantapolitica e fantaeconomia? No, storia. Gianni De Michelis, ora consulente di Renato Brunetta, da ministro degli Esteri litigò ferocemente con i tedeschi quando decisero la riunificazione economica improvvisa delle due Germanie provocando la tempesta valutaria che portò alla svalutazione della lira. Il ritratto di Dorian Gray si conclude con il suicidio del protagonista. Ma forse la nostra classe dirigente non lo ha letto.

 

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01/07/2010

Perché conviene evadere le tasse? ...perchè solo in campo fiscale ci sono state più sanatorie che nell'edilizia.


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Dietro i proclami di lotta all'evasione c'è un nuovo condono edilizio con tanto di istigazione a delinquere perché la sanatoria parte dal 2011. E solo in campo fiscale ci sono state più sanatorie che nell'edilizia.

È convinzione diffusa che la manovra economica in arrivo rappresenti un’inversione di rotta del governo nella lotta all’evasione fiscale. Questa convinzione è alimentata dalle inedite dichiarazioni del ministro Giulio Tremonti, che giorni fa è giunto a parlare di “evasione fiscale colossale” che impedisce al Paese di avere uno “sviluppo forte” e sottrae “risorse per la ricerca, l’università eccetera”. E anche dalle improvvise amnesie di Silvio Berlusconi, che ha addirittura interrotto una trasmissione televisiva per negare di aver mai giustificato gli evasori fiscali. Cosa che invece aveva fatto, in un memorabile discorso pronunciato l’11 novembre 2004 alla festa della Guardia di Finanza. Ecco le sue parole di allora: “Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quanto guadagni, c’è una sopraffazione nei tuoi confronti, e allora ti ingegni per trovare sistemi elusivi e addirittura evasivi ma in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità”.

Pur ammirando la qualità letteraria di questa lode dell’evasore, saremmo felici se la solidarietà di Berlusconi e del suo governo oggi si rivolgesse a soggetti diversi: ad esempio i disoccupati, o i lavoratori a reddito fisso che pagano le tasse sino all’ultimo euro senza potersele autoridurre a piacimento. Purtroppo, però, non è così. Almeno a giudicare da quanto leggiamo nella manovra faticosamente partorita dal governo. In effetti, dei 25 miliardi della correzione di bilancio entro il 2012, ben 8,5 gravano su Regioni ed Enti Locali, nella forma di minori trasferimenti, con l’inevitabile conseguenza di un forte aumento dei tributi locali. Altri 2,8 miliardi pesano sulle pensioni (posticipo e differimento del pagamento del tfr), 2 miliardi verranno dal taglio a spese dei ministeri, 1,3 miliardi da sacrifici imposti al personale di scuola e sanità (blocco delle carriere e congelamento degli scatti di anzianità), 580 milioni da tagli alla spesa farmaceutica.

Per i lavoratori della scuola e dell’università, il congelamento degli aumenti attuale si somma a quello già deciso nel 2008. Non solo: i tagli annunciati per i finanziamenti agli istituti di cultura (il 50 per cento di somme già ridicole) faranno seguito alla riduzione del fondo di finanziamento ordinario dell’Università, già stabilito dalla legge 133/2008 in poco meno di 1 miliardo e mezzo di euro di qui al 2013. Il risultato è inevitabile: un colpo formidabile alle prospettive di sviluppo del capitale umano del Paese.

In totale, i tagli alle spese fanno quasi 15 miliardi. Non è poco, soprattutto considerando che – come ha ricordato Mario Draghi – “le restrizioni di bilancio incidono sulle prospettive di ripresa a breve dell’economia italiana”. E il resto della manovra da dove viene? Quasi un miliardo dall’introduzione di nuovi pedaggi autostradali e rinegoziazione delle concessioni. E, se si volesse credere ai titoli, ben 8 miliardi dal “Contrasto all’evasione fiscale e contributiva” (titolo II della manovra). Peccato che parte provenga da un bel condono edilizio, camuffato sotto il titolo di “aggiornamento del catasto”: ossia dalla sanatoria relativa a 1,3 milioni di case fantasma (non dichiarate in quanto completamente abusive) e anche a variazioni “di consistenza ovvero di destinazione” di immobili già esistenti non dichiarate al catasto. Questa norma è scandalosa per almeno tre motivi: 1) perché il gettito che produrrà risulterà largamente inferiore agli oneri che lo Stato e gli Enti Locali dovranno poi sobbarcarsi per dotare dei servizi essenziali queste case, una volta regolarizzate; 2) perché alla sanatoria si può aderire “entro il 31 dicembre 2010” (si tratta quindi di una vera e propria istigazione a delinquere); 3) perché non si tratta del primo condono, ma del quinto in 25 anni (i precedenti furono nel 1985, nel 1989, nel 1994 e nel 2003-2004). In questo modo, il messaggio che la normativa fa passare è inequivocabile: violare la legge in materia edilizia conviene. Distruggere il paesaggio, ossia il nostro capitale naturale e storico, è cosa buona e giusta. C’è un solo ambito in cui si sono fatti più condoni che in campo edilizio: quello fiscale. In questo caso, tra condoni tombali, scudi e concordati, dal 1982 in poi si contano non meno di nove provvedimenti di sanatoria (1982, 1989, 1992, 1994, 1995, 1997, 2002-3, 2009). L’ultimo, il cosiddetto scudo fiscale, è di pochi mesi fa, e ha consentito ad evasori che avevano esportato illegalmente all’estero 95 miliardi di euro di regolarizzarli versando un obolo del 5 per cento. Se si fosse chiesto il 15%, gli importi relativi sarebbero stati sufficienti a coprire da soli metà della manovra. Ma le cifre dell’orrore economico, a ben vedere, sono ancora maggiori: sono i 247 miliardi di euro di reddito evasi all’anno secondo l’Istat (che fanno 120 miliardi di gettito mancato); soltanto sull’Iva il mancato gettito annuale è di 30 miliardi di euro.

Cosa c’è nella manovra per impedire che questo scandalo continui? Ben poco. Il provvedimento più concreto è la proibizione del contante al di sopra dei 5.000 euro: ma la soglia è così elevata da renderlo di ben scarsa utilità. Per il resto, è assai dubbio che le misure di razionalizzazione dell’attività di accertamento elencate possano produrre il gettito previsto. Del resto, una riprova di questo si trova nelle stesse cifre di recupero previste per l’anno corrente: appena 415 milioni di euro. Tra l’altro sulla fiscalità il decreto contiene (al titolo III) anche sorprese negative: come la fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno e la possibilità per imprese europee di aprire stabilimenti in Italia applicando la normativa fiscale di un altro Paese dell’Ue (non necessariamente quello d’origine).

Una sorta di legge Bolkenstein fiscale, o di scimmiottamento dell’Irlanda fuori tempo massimo (ossia quando nella stessa Irlanda ci si interroga sui danni di una crescita degli investimenti basata sugli sconti fiscali alle imprese straniere). Insomma, dietro gli annunci nulla, o quasi. I ladri fiscali potranno dormire sonni tranquilli. Continuando ad obbedire, anziché alle leggi, al loro così particolare “intimo sentimento di moralità”.

Da il Fatto Quotidiano del 5 giugno

 

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30/06/2010

I Capponi di Berlusconi... Dopo le dichiarazioni di Berlusca a Toronto ci si è accapponata la pelle!!!!


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Ci si è accapponata la pelle!
Copia ed incolla per chi, debole d’orecchio, non avesse ancora sentito le dichiarazioni di Berlusconi da Toronto a proposito della stangata che intende appioppare alla Regioni.
TORONTO - Le regioni sono avvertite: devono capire che "dovremo rassegnarci a diminuire le spese, a ridurre le uscite al livello delle entrate". Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa che ha chiuso a notte fonda il vertice del G20 di Toronto, manda un messaggio esplicito ai governatori che minacciavano, nei giorni scorsi, di restituire le deleghe. "Abbiamo messo gli occhi dentro l'amministrazione dello Stato, le regioni, le province e i comuni e ci si è accapponata la pelle", ha detto il premier parlando a fianco di Giulio Tremonti, "è chiaro che chi ha la responsabilità di governare le regioni difenda lo status quo, perchè molto spesso si tratta di abolire enti, il che vuol dire persone che si devono cercare un altro lavoro. E' sempre difficile e doloroso. Ma non si può andare avanti così a sprecare i soldi dei cittadini".
Un solo commento: come mai lui e Tremonti dopo quasi quindici anni ininterrotti di governo si sono accorti solo adesso che il deficit è tale da far accapponare la pelle? Una spiegazione c’è ed è molto semplice. Impegnati da sempre a fare le leggi ad personam per il premier, al solo scopo di non farlo finire con gli schiavettoni ai polsi, non hanno avuto il tempo di interessarsi del destino di regioni, comuni, province, di dove stavano andando e …….della sorte degli italiani. Adesso che è troppo tardi, l’Italia non potrà mai più risollevarsi, con il deficit alle stelle, il Cavaliere chiama i suoi fans, i suoi elettori ai grandi sacrifici. Ho la sensazione che troverà duro, molto duro! Saluti enzo

 

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28/06/2010

Ci salveranno i Cinesi.... Ma vi rendete conto? Assurdo!!!


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Tremonti scopre il feeling con la Cina perché Pechino investe nel debito italiano


Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di via Sarpi (Milano) o dell'Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “'sti cinesi amici di D'Alema”.Oggi sono amici di Tremonti?

Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro Rischi fatali del 2005) di essere stato "il primo politico occidentale" a individuare nella Cina "non solo una fantastica opportunità" ma anche "una incombente drammatica negatività". Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana.E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.

SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: "Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta".

Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli". Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. "Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l'ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino", dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. "Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp", rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo "e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli".

I cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese. Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.

IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un "sindacato di collocamento", di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione.

E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: "Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa". Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: "Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa".

E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: "All'antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale". E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in Rischi fatali, il ministro denunciava: "E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell'Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell'Europa".

Fonte: antefatto.ilcannocchiale.it

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25/06/2010

Se son tasse fioriranno.....


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"Riduzione delle tasse nel 2010? Questa frase dal presidente non è mai stata pronunciata".
Così Paolo Bonaiuti, il portavoce del presidente del Consiglio, smentiva una frase attribuita a Silvio Berlusconi nel giorno dell’Epifania. Era solo questione di tempo, però, prima che Berlusconi smentisse la smentita.

In un’intervistina a Repubblica (!), piazzata con understatement a  pagina 11 , Berlusconi dice: "Ci sono delle emergenze. Come la riforma tributaria, la riforma della giustizia e la riforma istituzionale". Poi aggiunge: "Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria, un progetto che avevamo indicato già nel 1994".

E infatti, per il momento, il "grande dibattito" auspicato dal ministro dell’Economia si declina nella pubblicazione sul sito Internet del ministero delle Finanze, in bella vista sulla homepage, del "libro bianco" sulla riforma fiscale del 1994, firmato Tremonti. Un reperto archeologico di politica tributaria che risale ai tempi in cui Berlusconi prometteva la "rivoluzione liberale" con il miraggio delle due sole aliquote sull’Irpef, sognando le flat tax anglosassoni.

Ovviamente la rivoluzione non si è mai realizzata e i liberisti come Antonio Martino che all’epoca si erano lasciati sedurre dal berlusconismo thatcheriano ora sono disillusi e ai margini. Ma il governo, conferma Berlusconi, vuole riprovarci. Il problema è sempre lo stesso: dove sono i soldi per ridurre le tasse? Una questione delicata, soprattutto adesso che le entrate sono in calo per la recessione (e forse pure per l’evasione) e che, come ricorda lo stesso Tremonti, l’aumento del debito pubblico si traduce in una "tassa" da otto miliardi all’anno per gli interessi.

Neppure all’Università di Chicago citano più la curva di Laffer – se tagli le tasse il gettito sale perché l’economia cresce e i contribuenti le pagano più volentieri – quindi lo slancio riformatore di Berlusconi e Tremonti rischia di esaurirsi in fretta. Per quel poco che si può intravedere dietro le anticipazioni di Tremonti, gli scenari possibili sono due.

Primo: l’introduzione di un modello "bonus-malus" che riduce le tasse a qualcuno e le alza a qualcun altro giudicato meno meritevole lasciando praticamente invariato il gettito. Servirebbe a incentivare la green economy e a penalizzare i settori poco graditi (come le banche o i petrolieri) e a vantare il successo di una riforma.

Seconda ipotesi, più probabile: il gettito che entrerà in cassa con la proroga dello scudo fiscale (da dicembre ad aprile) verrà speso per un intervento una tantum, magari a ridosso delle regionali. Non sarà una riforma, ma è il massimo che Berlusconi e Tremonti si possono permettere.

 

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16:20 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: tasse, berlusconi, tremonti | OKNOtizie |  Facebook

24/06/2010

Giulio Tremonti.... Ma quante Balle dici?


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Lotta all’evasione, conti e stipendi: errori e omissioni a Ballarò e Annozero

Da una settimana il ministro dell’Economia Giulio Tremonti occupa salotti televisivi e paginate di giornali per spiegare ragioni e virtù della manovra finanziaria da 25 miliardi appena approvata (per decreto) dal governo. Però non tutte le sue affermazioni sono corrette. Vediamo punto per punto.

“C’è il rischio della Grecia che si è propagato all’improvviso. A un certo punto tutto precipita, i capi di Stato e di governo fanno una riunione straordinaria a Bruxelles. Da allora tutti i Paesi accelerano le manovre” (Annozero, 3 giugno).

Peccato che la manovra sia stata annunciata prima del vertice straordinario e non dopo. Lo dimostra anche l’archivio dell’Ansa: “Conti pubblici: manovra da 1,6 per cento del Pil, 25 miliardi in 2011-2012”, è un flash d’agenzia del 6 maggio. Il summit “per salvare l’euro” inizia soltanto la sera dopo, venerdì 7. E la ragione della manovra non è la crisi greca, ma la presentazione della Ruef (la Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica), un documento del governo in cui la stima di crescita sul 2011 viene ridotta dal 2 per cento all’1,5. E quindi serve un intervento sui conti pubblici per rispettare gli impegni presi con l’Unione europea. Ieri Berlusconi e Tremonti hanno promesso nuove misure per sostenere la crescita, favorendo l’autocertificazione delle imprese. Si attendono dettagli.

“È arrivato un ottimo riscontro dal Fondo monetario internazionale sulla manovra”. (Annozero).

Vero a metà. Scrive il Fondo in un documento datato 11 maggio (quindi dopo l’annuncio della manovra ma prima che si conoscessero i dettagli): “Le autorità” hanno ribadito l’impegno a ridurre il deficit sotto il 3 per cento nel 2012 e a un ulteriore risanamento nel lungo termine. Le autorità si sono dette d’accordo sulla possibilità che le previsioni di crescita potrebbero essere ottimistiche e messo in evidenza che, se necessario, ulteriori misure correttive potrebbero essere adottate”. Ma visto che il governo continua a usare stime di crescita sul biennio 2011-2012 troppo ottimistiche, le “correzioni” dovranno essere più pesanti di quelle finora annunciate. Il Fondo si aspetta che l’Italia cresca dell’1,2 per cento nel 2011 e dell’1,5 nel 2012. Il governo, invece, ha calcolato l’entità della manovra sulla base di previsioni di crescita dell’1,5 nel 2011 e del 2 per cento nel 2012.

“La cifra del taglio [ai rimborsi elettorali ai partiti] che io ho messo nella manovra era del 10 per cento. Non rispondo delle indiscrezioni che escono sui giornali”. (Annozero).

Alla fine il taglio è del 10 per cento. Ma si suppone che il testo arrivato al Consiglio dei ministri di martedì 25 maggio sia passato per le mani di Tremonti. E lì si legge che il rimborso a favore dei partiti dopo le elezioni “è ridotto del 50 per cento”. Quindi il ministro sta smentendo se stesso.

“Stipendi pubblici: molti in Europa li hanno tagliati. Qui in Italia se avevi 100 euro di stipendio avrai 100 euro, non un euro in più o in meno”. (Ballarò, 2 giugno).

Ma Tremonti, pur non essendo un economista, sa che esiste l’inflazione. E nella Ruef si stima che i prezzi cresceranno dell’1,5 per cento nel 2010 e altrettanto nei due anni successivi. Gli statali che oggi guadagnano 100 euro, dopo il congelamento, nel 2012 se ne troveranno in tasca (in valore reale, cioè in potere d’acquisto) 95,6. Quindi anche in Italia, di fatto, il governo ha ridotto gli stipendi dei dipendenti pubblici.

“Abbiamo lasciato invariata la spesa pubblica, è cresciuta soltanto in percentuale rispetto al Pil [perché il Pil è diminuito]”. (Annozero).

Non è vero. La spesa della Pubblica amministrazione è cresciuta dai 693,5 miliardi del 2009 ai 727,6 del 2009 (+34,1 per cento). Contando anche gli interessi sul debito si passa da 774,6 a 798,9 miliardi. E, secondo le previsioni della Ruef, la spesa corrente doveva continuare ad aumentare nel 2011 e nel 2012. Si vedrà se la manovra frenerà almeno l’incremento.

“[Nella manovra] non ci saranno condoni”. (Annozero)

Lo aveva detto anche nel 2008, prima delle elezioni, poi è arrivato il condono fiscale. Comunque nella Finanziaria c’è la sanatoria per le case fantasma: con poche centinaia di euro si possono registrare le case sconosciute al catasto. Ma chi farà emergere una casa che poi rischia di dover abbattere perché non a norma? La sanatoria implica il condono, a meno di rivelarsi un flop completo.

I tagli alle regioni saranno “per 4 miliardi nel 2011 e per 4,5 nel 2012: in ragione d'anno sono 4 miliardi su 25 e non 8,5”. (Ballarò).

Ma nella manovra si legge che “ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica” le Regioni a statuto ordinario contribuiranno al risanamento con 4 miliardi nel 2011 e 4,5 nel 2012. Regioni a statuto speciale (e Trento e Bolzano) con 1,5 miliardi in due anni, le Province con 800 milioni, i Comuni con 4 miliardi. In totale: 14,8 miliardi.

“Né destra né sinistra hanno mai preso misure come queste contro l’evasione” (Annozero).

Si vedranno gli effetti. Ma i dipendenti dell’Agenzia delle dogane denunciano la prima conseguenza della manovra: se gli ispettori devono fare ispezioni non potranno più usare l’auto personale e non riceveranno più alcuna indennità di trasferta.

 

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