23/07/2010

Dove poni la tua attenzione: Il tuo focus sul denaro.


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L'energia fluisce là dove poni la tua attenzione. Se vuoi diventare ricco, la prima cosa da fare, in assoluto, è avere un focus sul denaro rivolto nella giusta direzione. Il focus non è altro che il punto su cui poni l'attenzione. Il nostro cervello è un sistema ciberneticoe, se noi gli facciamo una domanda, ci dà una risposta. Ricordati che ottieni dalla vita solo quello su cui ti focalizzi costantemente. Su che cosa vi state focalizzando? Supponi di essere a una festa e di avere con te una videocamera. La festa è bellissima, ci sono centinaia di persone che si divertono, ma in un angolo della sala due stanno litigando. Se punteremo l'obiettivo della videocamera solo su quei due ignorando il resto, rivedendolo si avrebbe l'impressione di una festa mal riuscita.

Lo stesso accade al nostro cervello: abbiamo diverse aree della nostra vita che probabilmente sono ok, per esempio siamo in salute, abbiamo amici che ci vogliono bene, dei buoni genitori, denaro, un lavoro che ci appassiona ma magari, al momento, la nostra relazione di coppia va male. Se avremo il focus solo sui problemi ci sembrerà che la nostra vita faccia schifo. In realtà tutte le aree vanno bene tranne una. Ma la nostra mente ha la capacità di focalizzarsi sul negativo o sul positivo, sui problemi o sulle soluzioni. Acquisire la capacità di crearsi delle domande potenzianti ci mette in grado di cambiare il nostro stato d'animo e guardare sempre verso le soluzioni.

Ci sono delle domade che possono aiutarti a cambiare il tuo punto di attenzione: "Qual'è il tuo focus sul denaro?", "Quali sono le domande che ti poni sempre sulla ricchezza e sull'abbondanza finanziaria?". Per chiarire questo concetto vi faccio un esempio. Durante alcuni corsi di Wellness Finanziario, emergono in modo ricorrente alcune cose motlo interessanti. Alcuni si chiedono "Come faccio ad arrivare alla fine del mese?", "Come mai ho così pochi soldi da parte?", come potete capire, queste domande focalizzano il problema e non la soluzione. Come posso crearmi delle entrate aggiuntive? Come posso organizzare la mia vita in modo che il denaro non sia più un problema? Come posso creare entrate non dipendenti dal mio lavoro? Come posso diventare finanziariamente libero? Come posso guadagnare X in X tempo? Ponetevi queste domande con una certa frequenza e il vostro cervello comincerà a darvi le risposte.

 

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla

 

 

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22/07/2010

Quello che ci limita a diventare ricchi e produrre ricchezza


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In questo post vi illustrerò tutte le nostre seghe mentali che ci limitano a divenatre ricchi e produrre ricchezza:

Ci vuole denaro per fare denaro

Questa è stata la mia più forte condizione limitante per quanto riguarda il denaro. In realtà il 90% delle persone che posseggono attività liquide superiori al milione di euro è partito dal niente.

Non posso cambiare perchè non posso fare a meno del denaro che sto guadagnando

Alcune delle più grosse società sono state create nel garage di casa e nel tempo libero: Apple, Hewlett-Packard, Tecnogym, i libri di Harry Potter che hanno venduto 250 milioni di copie, permettendo all'autrice di accumulare un patrimonio netto superiore a un miliardo di dollari. Se si desidera veramente cambiare e se la motivazione è forte a sufficienza, il modo non sarà mai un problema.

Per diventare ricchi bisogna aver studiato

Le mie ricerche non mostrano alcuna correlazione frà la ricchezza e il titolo di studio. Infatti quando andate in banca non vi chiedono di mostrare il vostro curriculum scolastico, ma quel'è la vostra situazione patrimoniale, segno che è più importante quello che siete stati in grado di realizzare finanziariamente rispetto a quello che avete studiato a scuola.

Se divento ricco, divento avido e materialista

Il denaro non trasforma le persone, ma ne amplifica le caratteristiche. Se siete già avidi, diventando ricchi lo diventerete ancora di più. Allo stesso modo se siete propensi ad aiutare il prossimo lo farete meglio utilizzando il vostro denaro perchè i soldi non comprano parole gentili, ma comprano assistenza, cure mediche, strutture sanitarie, un letto del cibo. L'aiuto materiale insieme a quello spirituale fà la differenza. Madre Teresa di Calcutta è morta con un patrimonio di milioni di dollari e ha potuto aiutare tanta gente anche perchè è stata in grado di raccogliere, gestire e amministrare molto denaro.

Non devo diventare un imprenditore o un investitore, il mio lavoro si prenderà cura del mio benessere finanziario

La verità è che dovete diventare o imprenditori o investitori. Spesso le persone pensano, consciamente o meno. che la strada per il loro benessere finanziario sia un lavoro. Meno dell'1% di chi lavora diventerà finanziariamente libero come gli sportivi, i musicisti, gli attori o gli amministratori delegati di grosse società. Chi non sviluppa abilità imprenditoriali o capacità d'investimento non può diventare finanziariamente indipendente.

Non ho bisogno o non voglio diventare ricco, sto bene con quello che ho

La verità è che non avete nessuna idea di quello di cui avrete bisogno in futuro. Che cosa succederebbe a voi e ai vostri cari se perdeste il lavoro? E se non foste finanziariamente preparati?

Non è importante se voglio o posso diventare ricco: semplicemente non ce la faccio

Controlla le tue convinzioni "Trasparenti": che cosa pensi riguardo alla tua possibilità di imparare? Ricordati che nel percorso imboccato per diventare ricchi, cos' come per imparare ad andare in bicicletta, si cade, ci si rialza, fino a quando non si è in grado di stare in equilibrio. Leggi libri sul denaro, biografie di milionari, trova qualcuno che è diventato ricco e chiedi come ha fatto e impara da loro.

 

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla

 

 

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21/07/2010

Concretizzare la convinzione di poter diventare ricco....


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Devo essere una persona convinta di poter imparare cose nuove, perchè non sarà facile concretizzare la convinzione di poter diventare ricco. Se non posseggo convinzioni potenzianti riguardo a me stesso, la mia identità non può cambiare. Tutto quello che segue le parle "IO SONO" rappresenta le credenze riguardo a noi stessi che definiscono la nostra identità. <Io sono uno che impara facilmente>, <uno che si impegna>, <uno che arriva fino in fondo> sono tutte convinzioni potenzianti sulla mia identità. Al contrario: <Io sono pigro>, <io sono procrastinatore>, <io sono lento>, <io sono imbranato>. Ricordatevi che si tratta solo di sensazioni di certezza riguardo a chi siete. Voi non siete i vostri comportamenti, ma molto di più. Lavorare a livello di identità vi porterà a creare quello che veramente volete, facilmente e velocemente, ma soprattutto senza sforzo. Qual'è l'identità della persona che rincorre i propri sogni? Quali caratteristiche deve avere? Chi crede di essere? Che cosa crede rispetto alle sue capacità?

 

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla

 

 

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20/07/2010

Come nascono le convinzioni sul denaro (seconda parte)


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Gruppo dei pari

Può succedere di cambiare le nostre convinzioni per adeguarci al gruppo con cui veniamo in contatto. I pari sono le persone che frequentiamo maggiormente. Ecco perchè è importante chi si decide di frequentare: in qualche modo ne acquisiamo le convinzioni.

Esperienza significativa

A volte basta una sola esperienza per credere che qualcosa sia possibile, nel bene o nel male. Prova ad immaginare di dover fare una presentzione di successo davanti a 200 persone: la tua convinzione di poter parlare in pubblico influenzerà positivamente il tuo risultato, dandoti una convinzione sulla tua capacità futura di affrontare la stessa esperienza aprendoti magari a nuove realtà lavorative. La stessa cosa succede purtroppo anche al contrario: un approccio negativo influenzerà negativamente il risultato.

Organizzazioni culturali

A volte assumiamo le credenze dell'azienda per la quale lavoriamo: se tutti lavorano oltre l'orario stabilito, sarà normale anche per noi adeguarci e credere che sia giusto farlo. Se siamo nati in Italia sarà normale essere cattolici così come sarà normale essere musulmani se nati in Egitto.

Media

Radio e televisioni ci inculcano credenze su chi siamo, su che cosa dovremmo essere, su che cosa dovremmo pensare, su quanto dovremmo pensare, su come dovremmo vestirci, quindi su ome spendre i nostri soldi.

Le credenze non sono statiche, ma spesso agiamo come se lo fossero, dimenticandoci che rappresentano esclusivamente la nostra percezione della realtà, che danno solo una sensazione di certezza riguardo a qualcosa. Esse guidano i nostri pensieri, i nostri comportamenti. Alcune convinzioni ce le portiamo dietro da sempre, mentre altre cambiano naturalmente con il passare del tempo. Quando avevamo 5 anni credevamo a Babbo Natale, poi, ovviamente, la nostra convinzione è cambiata! Le credenze possono essere una forza che ci guida, ma anche essere limitanti e depotenzianti.

Vai alla prima parte

 

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla

 

 

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Tra Ricchezza e indifferenza... In Italia più di qualcosa non funziona!!!


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I dati sono ampiamente noti. Ma voglio ricordarli per l'ennesima volta riprendendoli da un recente articolo pubblicato sul Corriere da Sergio Rizzo. Ogni anno, in Italia, sfuggono completamente al fisco redditi per circa 300 miliardi di euro, con una perdita di entrate per le casse pubbliche pari a un dipresso a 100 miliardi di euro.

Venendo al dettaglio una cifra simile vuol dire che dovremmo credere all'incredibile: ad esempio che nel 2007 (ultime cifre disponibili) gli italiani con un reddito superiore a 200 mila euro sarebbero stati meno di 76 mila. Non solo, ma poiché solamente il 20 per cento di questi erano lavoratori autonomi (l'altro 80 per cento essendo dipendenti o addirittura pensionati), dovremmo pure credere che in tutta la Penisola, dalle Alpi al Lilibeo, non ci fossero allora più di 15 mila lavoratori autonomi che avessero un reddito di almeno 18 mila euro al mese. E dovremmo altresì credere—sempre stando a ciò che risultava al fisco — che in quello stesso anno soltanto 6.253 (dicesi 6.253) «percettori di reddito da imprese» avrebbero guadagnato più di 200 mila euro annui. Così come dovremmo convincerci che proprio in quelli che sono stati i 12 mesi precedenti la crisi ben il 45 per cento, vale a dire circa la metà delle società, avessero davvero, secondo quanto denunciato, un bilancio in perdita. Ma chi può credere a questa realtà di favola? Nessuno. Così come nessuno può credere che le tasse verrebbero pagate se solo fossero più basse (una favola che fa esattamente il paio con quella per cui se tutti pagassero le tasse queste diminuirebbero). Così come d'altra parte nessuno può credere ormai che faccia una differenza se al governo c'è la destra o la sinistra: la quale, anzi, ha dimostrato di non riuscire a dare alcuna concretezza alla sua astratta furia ideologica redistributiva.

E allora non resta che prendere atto di una diversa realtà, quella vera. E cioè che in Italia l'evasione fiscale, per la sua mole, la sua capillarità e la sua continuità nel tempo, è qualcosa di ben altro, e che va ben oltre una pur grave dimensione economica. Essa evoca piuttosto una fondamentale questione nazionale. Vale a dire qualcosa che rimanda immediatamente all'esistenza e alla consistenza stessa delle basi dello Stato nazionale, del nostro stare insieme. Infatti, se in una misura che non ha eguali in alcun altro Paese civilizzato la ricchezza, i ricchi, si sottraggono all'imposta, ciò vuol dire che di fatto, e nei fatti, essi mostrano di non riconoscersi in un' appartenenza comune. Che una parte della popolazione— e proprio quella più produttiva — non intende sottostare a quel vincolo sociale che è tale appunto perché obbliga a comportamenti che non corrispondono al proprio personale e immediato interesse.

Tra questo interesse e quello generale la stragrande maggioranza degli italiani ricchi invece non ha dubbi: sceglie senza esitare il primo e manda al diavolo il secondo. Questa indomabile asocialità dei ricchi ha almeno due gravi conseguenze oltre quelle ovvie di carattere economico. La prima è la grandissima difficoltà che ha incontrato e che incontra da sempre in Italia la formazione di una vera classe dirigente. Infatti quell’asocialità non può che dare luogo anche ad una tendenziale astatualità, cioè ad una sostanziale indifferenza per le sorti dello Stato. Come si vede benissimo nel fondo di grottesco anarchismo protestatario che si annida così spesso nei ricchi italiani, e che fa sì che essi, quindi, possano identificarsi assai difficilmente con gli interessi collettivi del Paese come invece dovrebbe fare una classe dirigente.

La seconda conseguenza è di ordine politico. Come accade normalmente in tutti i Paesi anche da noi, in linea di massima, la ricchezza preferisce, non da oggi, farsi rappresentare politicamente dalla destra. Non c’è niente di male. Se non fosse però che una ricchezza asociale e antistatuale, come quella descritta, ha finito inevitabilmente per trasmettere questi suoi caratteri alla parte politica verso cui perlopiù convoglia il suo voto, condizionandone pesantemente il profilo ideologico e i comportamenti. Per non perdere tale voto, infatti, la destra politica italiana è stata spinta, lo volesse o no, ad assecondare regolarmente le pulsioni antisociali ed antistatali di quella parte così importante del proprio elettorato di riferimento. Ed è questo elemento che insieme ad altri ha impedito e impedisce alla destra italiana di incarnare il senso delle istituzioni e dello Stato così come di dare voce alta e forte alla dimensione degli interessi nazionali, secondo quanto avviene, invece, quasi dovunque altrove.

Esiste insomma oggi, in Italia, un grande problema politico della ricchezza, della gestione e della rappresentanza politica dei ceti abbienti, tra l’altro cresciuti quantitativamente negli ultimi anni a spese del lavoro dipendente. Tale problema riguarda principalmente la destra. La quale si è accontentata finora di seguirne pedissequamente i desiderata, senza neppure cercare di dare loro una prospettiva diversa da quella egoistica da essi naturalmente espressa. Con ciò però condannandosi ad una funzione politicamente subalterna e troppo spesso, se è permesso dirlo, eticamente alquanto penosa.

Fonte: corriere.it

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19/07/2010

Come nascono le convinzioni sul denaro (prima parte)


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Le convinzioni non sono innate. Non nasciamo con convinzioni già organizzate: le impariamo e le sviluppiamo per dare un senso al nostro mondo, per orientarci. Ma da dove arrivano?

Imprinting

Significative esperienze durante il periodo cosiddetto dell'imprinting. Da quando nasciamo fino a 7 anni, esperienze significative della nostra vita impattano profondamente sulla nascita delle nostre convinzioni, su noi stessi e sulle nostre potenzialità, sugli altri, sulle nostre capacità di fare, di non fare, di capire, di non capire.

La cultura nella quale cresciamo

Il modello sociale in cui cresciamo gioco un rulo fondamentale nel plasmare il nostro pensiero. Per esempio, molti di noi sono della stessa religione della famiglia di provenienza.

Modellazione inconscia

Mentre cresciamo copiamo naturalmente non solo i comportamenti delle altr persone ma ance le loro credenze.

Feedback da parte delle persone a noi vicine

La famiglia solitamente impone ai figli quello che possono o non possono fare. Al posto di lodare i successi spesso criticano pesanemente i fallimenti. Come risultato molte persone stabilicono percezioni negative riguardo se stesse.

Esperienze ripetitive

Più siamo esposti a un determinato messaggio, più credibile diventa, e con il passare del tempo possiamo stabilire una convinzione al riguardo. Supponete di avere vissuto in una famiglia di immobiliaristi: saebbe normale per voi comprare e vendere immobili a scopo di lucro e avere una convinzione positiva su questo tipo di affari.

 

Continua nella seconda parte.

 

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla

 

 

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16/07/2010

La Psicologia del denaro... è dentro di noi, tiriamola fuori!!!


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La gente cerca un metodo per fare soldi.

Nei corsi sull'autostima si impara anche a produrre soldi e amministrare la ricchezza.Ma come mai, se tutti quelli che vi partecipano ricevono le stesse informazioni alcuni sono diventati finanziariamente liberi in pochissimo tempo, altri sono sulla strada per diventarlo e altri ancora non hanno fatto un singolo passo nella direzione giusta? La risposta sta nel fatto che il denaro, come qualunque altra area della vita, è influenzato più dall'aspetto psicologico che dalla tecnica.

  • Se vuoi ottenere frutti diversi, prima devi cambiare le radici
  • Se vuoi cambiare quello che si vede, devi cambiare prima l'invisibile

Immagina un albero carico di frutti che rappresentano i nostri risultati. Se guardiamo i frutti senza preoccuparci del loro aspetto e del loro sapore, non solo trascuriamo i risultati ma anche le radici. Ciò che si trova sotto terra, ciò che è invisibile, ha il potere di influenzare ciò che appare. La stessa cosa capita al denaro. Un corretto approccio psicologico è ciò che nutre le radici del tuo albero del Wellness Finanziario. E' la mente a renderti povero o ricco, felice o infelice.  Se pensi che solo l'avere più soldi ti renderà più felice, sei sulla strada sbagliata. Il denaro è solo un amplificatore che agisce aumentando quello che già sei. Ti darà più occasioni, più libertà, più possibilità di scelta, ma da solo non può renderti felice. Solo un buon approcio psicologico alle cose, alle persone, insieme alla capacità di gestire gli eventi e gli stati d'animo, ti renderà felice.

Tu desideri i risultati, ma essi dipendono dalle tue azioni. E da che cosa dpndono le tue azioni? Dipendono dallo stato d'animo in cui ti trovi. E la capacità di porsi in un determinato stato d'animo permette di compiere azioni che poi portano a determinati risultati. Quindi, la cosa essenziale quando si comincia a pensare veramene ai soldi è vedere se nell'approccio psicologico al denaro c'è qualcosa che limita o che ferma, che non permette di andare alla velocità che si potrebbe raggiungere, come paure, ansie, stati d'animo depotenziati.

Per esperienza una delle prime cose che ho scoperto è che un ricco ha la capacità di mettersi in un determinato stato d'animo al fine di compiere delle scelte e quindi intraprendere azioni che lo portano a ottenere determinati risultati. A questo punto la domanda è: quali sono i fattori che influenzano il mio stato d'animo? Come posso eventualmente cambiare la mia psicologia per agire diversamente e quindi raggiungere mete che oggi considero troppo ardite? Non si può pensare di ottenere risultati diversi facendo le stesse cose e avendo sempre lo stesso approccio psicologico.

Continua nel prossimo articolo....

da "I soldi fanno la felicità" di Alfio Bardolla 

 

 

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07/07/2010

L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, oggi non è più così....


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Quale sia davvero lo spirito del Paese dubito che possano dircelo i sondaggi. Meglio ascoltare se stessi e dare retta a quello che si avverte dentro e specialmente intorno a noi. C’è una sensazione che domina su tutte le altre, se non sbaglio: la sensazione che sono finiti i tempi felici. Fino a qualche tempo fa il Paese, pur con tutte le sue contraddizioni, appariva comunque orientato ad una visione positiva del proprio futuro. Aveva dei punti di riferimento sicuri. A cominciare da quelli fuori dei propri confini.

L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, e ogni anno avevamo un po’ di più tanto dell’una che dell’altra. In entrambi i casi stando al riparo di una sicurezza collaudata e senza costi. Oggi ci sembra di scorgere quotidianamente i sintomi che non è più così. L’Occidente, l’Europa stessa, stanno pian piano svanendo. E con loro svanisce la sensazione di forza, quasi d’invincibilità, che per tanto tempo essi hanno incarnato. Compaiono al loro posto nuovi giganti mondiali che però avvertiamo lontanissimi da noi. Indifferenti ai modi nostri e alle nostre esigenze. E di nuovo, dopo decenni che non accadeva, soldati italiani muoiono combattendo in remote contrade, di nuovo senza molte speranze di vittoria.

In casa nostra i giorni e la vita dei tempi felici volevano dire una rete antica e tutto sommato affidabile di istituzioni che ne erano i punti fermi: la scuola, una banca, un ufficio postale, il municipio, il sindacato. Tutte cose che esistono ancora, naturalmente, ma senza più il senso, la certezza e l’autorevolezza di una volta. Non sappiamo bene perché, ma sentiamo che è così. La Chiesa e la famiglia stesse—questi due pilastri all’apparenza indistruttibili della soggettività e insieme delle collettività italiane — sono alle prese con forze corrosive che ne stanno alterando il profilo sociale e attutendone la voce. Insieme è finita — drammaticamente finita per sempre, ci dicono—la speranza di un lavoro ragionevolmente sicuro nel tempo.

Una fase decisiva di come l’Italia è diventata moderna, l’industrializzazione, sembra ormai giunta ad un compimento: interi settori produttivi sono scomparsi nell’ultimo ventennio mentre non si contano gli impianti, le fabbriche del Paese passati in mani straniere nel disinteresse generale. Ai fini del Pil forse non conta, ma a quelli dell’immaginario e del sentimento sì. È come se stesse cambiando sotto i nostri occhi la moralità di fondo del Paese e al medesimo tempo il valore del nostro stare insieme. Il moltiplicarsi senza freno dei casi di corruzione pubblica, di malversazione, di sperperi, non fa altro che rafforzare questo senso di un cambiamento che sa piuttosto di disgregazione. E per parlare di cose che sono simbolo di molte altre: da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo? Siamo dunque un Paese in declino? Meglio non dirlo. E forse non è neppure vero se si guarda a certi dati pure fondamentali. Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza. Ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore duro della nostra crisi.

Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica. Non riusciamo a farci una ragione del presente e a vedere come affrontare il futuro perché ci manca la politica. La quale nella sua accezione più vera non significa altro che un progetto per la «città», un’idea del suo destino. Il discorso cade irrimediabilmente su chi soprattutto ha rappresentato la politica in tutti questi anni: su Berlusconi. Sarebbe sbagliato prima che ingiusto dire che egli non ha fatto, non ha realizzato nulla. Ma ciò che pure ha fatto, i cambiamenti tutto sommato positivi che egli ha contribuito a introdurre, i tentativi riformatori che pure ha cercato di mettere in opera, hanno mancato tutti su un punto decisivo. Berlusconi non è mai riuscito a iscriverli in un discorso generale rivolto a tutto il Paese, un discorso che fosse capace di parlare al suo animo, di comunicargli quel senso della sfida e quell’esigenza di mobilitazione che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Se aveva un’idea d’Italia, di certo non si è mai curato di trasmetterla con qualche efficacia agli italiani. Egli è rimasto fino in fondo l’uomo di una parte, convinto forse che in ciò, alla fin fine, consistesse il suo vero ascendente sul proprio elettorato.

E così, più che espressione della politica in senso alto o dell’«antipolitica», come hanno sempre detto i suoi detrattori, alla fine egli si è ridotto ad essere (o ad apparire, il che è lo stesso) null’altro che l’uomo della non-politica. In numerosa compagnia, ahimè. La sua ormai lunga egemonia sul sistema politico, infatti, ha corrisposto alla — e si spiega con la —crisi perdurante e l’afasia politica di tutti i suoi oppositori. I quali mostrano di sapere solo parlare ossessivamente di lui e contro di lui, ma al di là di qualche banale genericità a base di «bisogna questo » e «bisogna quest’altro» — e naturalmente senza mai spiegare come o a spese di chi — non sanno andare. Sicché ormai il Paese ascolta anche l’opposizione nella più totale indifferenza, con un’alzata di spalle. Neppure da lei gli viene il racconto di qualche verità sgradevole, l’indicazione di una via difficile, una proposta nuova e ardita. Eppure nell’intimo della sua coscienza l’Italia avverte che questo solo sarebbe il modo per sperare di fare i conti con il mondo nuovo e aspro in cui essa è ormai entrata. Per farlo essa sarebbe anche disposta ad accettare medicine amare, se solo qualcuno gliene spiegasse però il senso e la necessità: se qualcuno le sapesse parlare di politica. Invece, come i malati avviati a una sorte rassegnata e infelice, essa si vede prescrivere solo degli zuccherosi placebo a base di nulla.

Fonte: corriere.it

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