09/09/2010

C'è un progetto politico contro i Lavoratori...


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“C’è un progetto politico per ridurre le tutele di chi lavora”, dice l’Onorevole Damiano, Pd, ministro del lavoro del governo Prodi. Il ministro Giulio Tremonti, alla festa di Bergamo della Lega Nord, martedì sera ha dichiarato che “robe come la 626”, una legge sulla sicurezza sul posto di lavoro, “sono un lusso che non possiamo permetterci”.

Onorevole Damiano ma la 626 non è stata superata dal decreto legislativo del 2008? Quella di Tremonti è stata solo una gaffe?
Il ministro Tremonti farebbe bene a informarsi, ma certamente non si tratta di una gaffe. C’ è un progetto politico finalizzato a ridurre il ruolo dello Stato nella tutela del diritto alla salute delle persone che vivono del loro lavoro. Detto in modo diverso: in tutte le politiche sociali del lavoro la linea dell’attuale governo è quella della deresponsabilizzazione.
Facciamo un passo indietro. Cosa ne è stato della legge 626 sulla sicurezza?
Il decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro, è entrato in vigore il 15 maggio 2008. I precedenti normativi storici risalgono al 1955-1956 e a seguire la 626 del 1994, che poi è stata assorbita dal Testo unico, così come il decreto legislativo 494/1996 riguardante i cantieri temporanei e mobili le cui disposizioni oggi rientrano nel titolo IV del 1981.

I critici dicono che il Testo unico è solo il frutto dell’emozione per i morti della Thyssen Krupp.
Rispondo ricordando che nel giungo del 2006, appena insediato Romano Prodi, nel decreto Bersani erano state inserite, tra le altre, norme per l’emersione del lavoro nero oltre ad un provvedimento di sospensione dei lavori nei cantieri edili in caso di impiego di personale in misura pari o superiore al 20 per cento del totale dei lavoratori regolarmente occupati. Inoltre era stato istituito l’obbligo della comunicazione il giorno antecedente a quello di instaurazione dei relativi rapporti di lavoro, per evitare il fenomeno diffuso delle registrazioni post-mortem. Fare un Testo unico, riunire 30 anni di legislazione in meno di due, ha qualcosa di miracoloso. E’ stato un grande sforzo di concertazione fra le parti.

Chi ha remato contro questa legge?
Con noi, allora, c’erano le parti sociali e Confindustria a scapito, forse, delle piccole imprese. In seguito però la stessa Confindustria, sostenuta dalle piccole imprese, ha fatto resistenza all’approvazione dei decreti attuativi che devono ancora rendere operativo il Testo unico.

Quindi cosa è cambiato?
Che il decreto legislativo giace incompiuto. Che nessuno si occupa degli oltre 40 decreti attuativi relativi al testo unico. E riguardo agli appalti, è stata tolta la norma della responsabilità solidale in capo al proprietario sui contributi, alleggerite le sanzioni e posticipato l’obbligo di presentare il documento di valutazione dei rischi (Vdr) indispensabile in ambito edilizio e chimico. E’ sparito l’obbligo della tenuta dei libri matricola e presenze.

Con quali effetti?
Tutti sanno che gli infortuni e le morti sul lavoro molto spesso si accompagnano a rapporti di lavoro irregolare. Sono scomparse anche le politiche “premiali” che dovevano favorire quelle imprese che riducevano la frequenza degli infortuni sul lavoro.

Nel giorno in cui sono morti altri due lavoratori il ministero del Lavoro e la presidenza della Repubblica promuovono una campagna pubblicitaria sulla sicurezza sul lavoro.
Gli spot dovrebbero essere preceduti da fatti concreti. Invece sembra che l’Italia oggi possa permettersi un ministro come Tremonti che, a giorni alterni, passa dal socialismo al neo-liberismo.

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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12/08/2010

Le invasioni della Politica.... Ma lo abbiamo voluto noi!!!


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La crisi finanziaria, di cui si compie un triennio, ha avuto una radice comune sia negli Stati Uniti che in Europa: la corruzione della politica.

Oltre Atlantico si consentì che Wall Street diventasse il maggior finanziatore delle campagne elettorali americane e così acquisisse il potere di dettare le proprie regole al Congresso. Nel contempo i governi premevano sulle banche perché concedessero mutui a tutti, inclusi molti immigrati recenti. Consentire a queste famiglie di acquistare una casa e realizzare in pochi anni il loro «sogno americano» fu una priorità sia delle amministrazioni di Bill Clinton che di George W. Bush. Poco male se questo incrinava la solidità delle banche: bastava blandire i banchieri consentendo loro di attribuirsi compensi favolosi.

In Germania i presidenti dei Länder spingevano le casse di risparmio, di cui sono i maggiori azionisti, a concedere prestiti a condizioni di favore alle aziende della loro regione. Poiché alla fine dell'anno gli stessi politici esigevano anche ricchi dividendi, i banchieri facevano tornare i conti investendo in titoli molto rischiosi: obbligazioni greche e mutui americani.

Non è un caso che le poche banche che non hanno superato i test di solidità patrimoniale effettuati dalla Bce sono tutte pubbliche. La proprietà pubblica impedisce l'apertura al mercato e rende difficile rafforzare il patrimonio quando ciò si rende necessario: è la situazione del Monte dei Paschi di Siena, che pur avendo superato il test, rimane pericolosamente vicino alla soglia di capitale minima richiesta.

Pensare che la crisi sia stata prodotta da un eccesso di mercato, dalla finanza, o dalla globalizzazione, è una sciocchezza, sostenuta da chi ha interesse a evitare che si sottolineino le responsabilità della politica. Anzi, è proprio la globalizzazione che oggi consente all’Europa di ricominciare a crescere. In pochi anni, grazie all'apertura al mercato di molti Paesi emergenti, il motore dell'economia mondiale si è spostato. Oggi la crescita non proviene più dagli Usa, ma da India, Cina e Brasile, i grandi mercati delle aziende europee.

Negli Stati Uniti la riforma dei mercati finanziari approvata il mese scorso potrebbe ridurre la probabilità di nuove crisi impedendo alle banche di assumere rischi eccessivi. Ma quella legge detta solo principi generali: per capire quanto sarà efficace occorrerà attendere i regolamenti attuativi sui quali è in corso un'aspra battaglia.

Un cambiamento importante è stata la nomina di Mary Schapiro alla guida della Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob americana. È diventata una delle persone più temute dalla finanza americana e ha riabilitato la Sec, la cui sudditanza alla politica era stata un'altra causa della crisi.

Diversamente da Washington, il governo italiano non riesce a nominare il presidente della Consob. Eliminato il tappo di un presidente-burocrate, i tre commissari rimasti hanno varato più provvedimenti (e più incisivi) in un mese di quanti la commissione ne avesse approvati in cinque anni. Ma l’incapacità di nominare un nuovo presidente è segno evidente di debolezza della politica.

Come dimostra ancora una volta la crisi finanziaria di questi anni, la politica spesso fa la voce grossa e produce dannose invasioni di campo. Ma poi è debole quando si tratta di affrontare le questioni davvero importanti.

 

Fonte: corriere.it

 

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15/07/2010

La tutela del Risparmio è questione politica


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“I portafogli delle famiglie sono sub-ottimali”, osserva Nadia Linciano nell’ultimo Quaderno CONSOB e da tale percezione la sua ricerca prende spunto per esplorare le cause e le soluzioni praticabili per correggere l’anomalia ottimizzando la gestione dei portafogli. E’ il sano obiettivo del ricercatore che intende fornire il suo contributo teorico per la  tutela del risparmio.

Lo stesso fine è a monte dell’iter normativo che vede, nell’ultimo Regolamento Consob, una delle fasi culminanti della cospicua attività giuridica volta a disciplinare l’attività dei Consulenti Finanziari persone fisiche e società. Il nuovo Regolamento Consob, spiega ai consulenti finanziari come dovranno gestire la loro relazione con i risparmiatori perseguendo l’obiettivo assegnato di tutela del risparmio. La Linciano si spinge avanti fino ad osservare, con evidente lucidità e competenza, che, nel caso italiano, i risparmiatori “più informati e assoggettati a movimentazioni più frequenti” siano quelli con portafogli meno diversificati e perdite maggiori. Cita il caso dei traders on line che avvolti nell’euforia di un’eccessiva attività di trading confezionano, per sé, portafogli particolarmente inefficienti cui seguono perdite e costi rilevanti come sommatoria dei costi di negoziazione.

Per scomporre il processo di elaborazione delle informazioni che conduce il risparmiatore alla scelta delle operazioni di investimento, la Linciano chiama in causa l’euristica della rappresentatività che conduce alla formulazione di giudizi di probabilità sulla base di stereotipi noti e situazioni familiari generando errori previsionali sistematici.

L’euristica della rappresentatività è la ricerca della probabilità che un evento possa verificarsi in funzione della sua somiglianza con altro evento noto all’osservatore. Il risparmiatore-investitore, si trova, costantemente, alle prese con una quantità di informazioni che non è in grado né di raggiungere completamente, né di elaborare nella loro complessità e vastità; adotta, pertanto,  decidendo di accontentarsi e sistematicamente delle scorciatoie mentali, spesso in modo automatico ed inconsapevole; la sua priorità è decidere semplificando e adattando a sé  il processo di scelta. Tanto questo è vero che, come osserva la Linciano, “l’atteggiamento verso il rischio non è costante ma varia a seconda che i soggetti si confrontino con perdite o guadagni.” Se vivono la condizione della perdita, proiettano la perdita nel futuro, se la condizione è di guadagno, la previsione è di un ulteriore guadagno. E’ un approccio pratico e rapido ma che induce il risparmiatore verso l’ impoverimento del suo capitale.

L’approccio dell’industria è, ovviamente, opposto, scientifico e matematico. Il risparmiatore, mosso dall’umano desiderio di avere ragione inventa, con l’ausilio di strumenti rozzi di indagine, la sua finanza virtuale ed irreale; cioè egli sceglie, di volta in volta, non la peculiarità del prodotto x o y ma, più semplicemente in  x o y il prodotto finanziario che vorrebbe che fossero.

Tale processo decisionale non riguarda solo la scelta del prodotto ma coinvolge anche la scelta dell’interlocutore finanziario, nell’ambito dell’industria. I regolatori dei mercati e le istituzioni aventi funzioni di presidio e di controllo a tutela del risparmio, spesso, introducono nuove e più stringenti norme volte a superare la condizione di fragilità sopra descritta; tale massiccia attività normativa si traduce in una mole notevole di documenti, pre-contratti, contratti, moduli, quindi nuova carta scritta e complessa che finisce sul tavolo del risparmiatore il quale, invece, mostra di preferire la semplificazione. La stessa Linciano riferisce che “E’ documentato il fatto che una maggiore quantità di informazioni non aumenta le capacità di analisi e di scelta, potendo per contro generare il cosiddetto information overload, ossia l’incapacità da parte dell’individuo di impiegare il tempo e le competenze necessari per l’elaborazione delle informazioni a sua disposizione.” Quindi: punto e a capo...

Quale soluzione? La Linciano la anticipa citando la consulenza in materia di investimenti e, con le parole di  Kahneman e Riepe, la qualifica come “attività prescrittiva il cui obiettivo principale consiste nel guidare gli investitori nel processo decisionale nel loro migliore interesse.”

Allontanandoci dal testo della Linciano per entrare nel nuovo Regolamento Consob come da delibera n.17130, fino a leggere l’art. 8, lettera d) troviamo: “essere in possesso dei requisiti di indipendenza previsti dal regolamento ministeriale di cui all’art. 18bis del testo Unico”.  L’art. 8 elenca i requisiti per l’iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari.

Concludendo, una soluzione o la soluzione che si propone al mercato del risparmio per la sua salvaguardia è la consulenza in materia di investimenti, solo se, accompagnata dall’obbligo del requisito di indipendenza. La guida di “un processo decisionale” che sia finalizzato al perseguimento del “migliore interesse” degli investitori non può prevedere, né accettare compromessi; la guida deve essere libera e tendere dritta verso l’obiettivo senza soste su obiettivi diversi che potrebbero confondere il precorso dei professionisti coinvolti. Nei prossimi anni, l’attore principale, il mercato, farà le sue scelte guidato dalla Politica che, tra le sue priorità, dovrebbe contare la tutela del Risparmio. Tale priorità, nel nostro paese in particolare, data la dimensione del risparmio come patrimonio nazionale, dovrebbe collocarsi in cima alla classifica.

 

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07/07/2010

L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, oggi non è più così....


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Quale sia davvero lo spirito del Paese dubito che possano dircelo i sondaggi. Meglio ascoltare se stessi e dare retta a quello che si avverte dentro e specialmente intorno a noi. C’è una sensazione che domina su tutte le altre, se non sbaglio: la sensazione che sono finiti i tempi felici. Fino a qualche tempo fa il Paese, pur con tutte le sue contraddizioni, appariva comunque orientato ad una visione positiva del proprio futuro. Aveva dei punti di riferimento sicuri. A cominciare da quelli fuori dei propri confini.

L’Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, e ogni anno avevamo un po’ di più tanto dell’una che dell’altra. In entrambi i casi stando al riparo di una sicurezza collaudata e senza costi. Oggi ci sembra di scorgere quotidianamente i sintomi che non è più così. L’Occidente, l’Europa stessa, stanno pian piano svanendo. E con loro svanisce la sensazione di forza, quasi d’invincibilità, che per tanto tempo essi hanno incarnato. Compaiono al loro posto nuovi giganti mondiali che però avvertiamo lontanissimi da noi. Indifferenti ai modi nostri e alle nostre esigenze. E di nuovo, dopo decenni che non accadeva, soldati italiani muoiono combattendo in remote contrade, di nuovo senza molte speranze di vittoria.

In casa nostra i giorni e la vita dei tempi felici volevano dire una rete antica e tutto sommato affidabile di istituzioni che ne erano i punti fermi: la scuola, una banca, un ufficio postale, il municipio, il sindacato. Tutte cose che esistono ancora, naturalmente, ma senza più il senso, la certezza e l’autorevolezza di una volta. Non sappiamo bene perché, ma sentiamo che è così. La Chiesa e la famiglia stesse—questi due pilastri all’apparenza indistruttibili della soggettività e insieme delle collettività italiane — sono alle prese con forze corrosive che ne stanno alterando il profilo sociale e attutendone la voce. Insieme è finita — drammaticamente finita per sempre, ci dicono—la speranza di un lavoro ragionevolmente sicuro nel tempo.

Una fase decisiva di come l’Italia è diventata moderna, l’industrializzazione, sembra ormai giunta ad un compimento: interi settori produttivi sono scomparsi nell’ultimo ventennio mentre non si contano gli impianti, le fabbriche del Paese passati in mani straniere nel disinteresse generale. Ai fini del Pil forse non conta, ma a quelli dell’immaginario e del sentimento sì. È come se stesse cambiando sotto i nostri occhi la moralità di fondo del Paese e al medesimo tempo il valore del nostro stare insieme. Il moltiplicarsi senza freno dei casi di corruzione pubblica, di malversazione, di sperperi, non fa altro che rafforzare questo senso di un cambiamento che sa piuttosto di disgregazione. E per parlare di cose che sono simbolo di molte altre: da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo? Siamo dunque un Paese in declino? Meglio non dirlo. E forse non è neppure vero se si guarda a certi dati pure fondamentali. Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza. Ma che cos’è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore duro della nostra crisi.

Ciò di cui l’Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica. Non riusciamo a farci una ragione del presente e a vedere come affrontare il futuro perché ci manca la politica. La quale nella sua accezione più vera non significa altro che un progetto per la «città», un’idea del suo destino. Il discorso cade irrimediabilmente su chi soprattutto ha rappresentato la politica in tutti questi anni: su Berlusconi. Sarebbe sbagliato prima che ingiusto dire che egli non ha fatto, non ha realizzato nulla. Ma ciò che pure ha fatto, i cambiamenti tutto sommato positivi che egli ha contribuito a introdurre, i tentativi riformatori che pure ha cercato di mettere in opera, hanno mancato tutti su un punto decisivo. Berlusconi non è mai riuscito a iscriverli in un discorso generale rivolto a tutto il Paese, un discorso che fosse capace di parlare al suo animo, di comunicargli quel senso della sfida e quell’esigenza di mobilitazione che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Se aveva un’idea d’Italia, di certo non si è mai curato di trasmetterla con qualche efficacia agli italiani. Egli è rimasto fino in fondo l’uomo di una parte, convinto forse che in ciò, alla fin fine, consistesse il suo vero ascendente sul proprio elettorato.

E così, più che espressione della politica in senso alto o dell’«antipolitica», come hanno sempre detto i suoi detrattori, alla fine egli si è ridotto ad essere (o ad apparire, il che è lo stesso) null’altro che l’uomo della non-politica. In numerosa compagnia, ahimè. La sua ormai lunga egemonia sul sistema politico, infatti, ha corrisposto alla — e si spiega con la —crisi perdurante e l’afasia politica di tutti i suoi oppositori. I quali mostrano di sapere solo parlare ossessivamente di lui e contro di lui, ma al di là di qualche banale genericità a base di «bisogna questo » e «bisogna quest’altro» — e naturalmente senza mai spiegare come o a spese di chi — non sanno andare. Sicché ormai il Paese ascolta anche l’opposizione nella più totale indifferenza, con un’alzata di spalle. Neppure da lei gli viene il racconto di qualche verità sgradevole, l’indicazione di una via difficile, una proposta nuova e ardita. Eppure nell’intimo della sua coscienza l’Italia avverte che questo solo sarebbe il modo per sperare di fare i conti con il mondo nuovo e aspro in cui essa è ormai entrata. Per farlo essa sarebbe anche disposta ad accettare medicine amare, se solo qualcuno gliene spiegasse però il senso e la necessità: se qualcuno le sapesse parlare di politica. Invece, come i malati avviati a una sorte rassegnata e infelice, essa si vede prescrivere solo degli zuccherosi placebo a base di nulla.

Fonte: corriere.it

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