13/09/2010

Con Basilea le Banche saranno indotte a non dare più credito alle famiglie....


Condividi

A Basilea, città di concili della Chiesa e di riformatori religiosi, si delibera in questi giorni la parte più controversa delle nuove regole della finanza: di quanto maggior capitale e di quanta maggiore liquidità le banche debbano essere tenute a disporre in relazione all'attività che svolgono. Capitale, per assorbire le perdite derivanti da crediti non rimborsati; liquidità, per soddisfare clienti, depositanti o altri creditori che bussino a cassa.

Al di là dalle regole tecniche della finanza, sono in gioco la ripresa dell'economia e la concorrenza tra le grandi istituzioni finanziarie di diversi Paesi. La crisi ha dimostrato due cose. Primo, che le banche, se lasciate libere, non hanno la prudenza di tenere capitale e liquidità sufficienti a fronteggiare i tempi difficili; poiché liquidità e capitale sono denaro sottratto a impieghi più redditizi, dunque costano, il banchiere (spinto dagli azionisti, ed esso stesso pagato in azioni), cerca di tenerli al minimo sperando che i tempi difficili non vengano e forse confidando che, se verranno, pagherà Pantalone. Secondo, che i vigilanti, se lasciati liberi, vigilano poco: sono, sì, una tecnostruttura creata per correggere la mancanza di disciplina spontanea, ma si sono per anni rivelati proni al fascino del mercato libero e preoccupati, ciascuno— come il professore che non bocci nessuno — di attrarre le banche nel proprio paese anziché in altri. Si è dunque ormai d'accordo che, rispetto all'oggi e al recente passato, le banche debbano accrescere fortemente sia la liquidità sia il capitale, e che lo faranno solo se costrette da un obbligo formale.

Il dibattito è intorno al quanto, al quando e al come. È un dibattito di cui il lettore dei giornali non ha né la capacità né il bisogno di comprendere i tecnicismi, ma di cui può cogliere i nodi centrali, che sono economici e politici, non solo finanziari. I nodi possono essere illustrati, al pari di quasi tutte le questioni economiche, come problemi di bilanciamento tra esigenze contrastanti. Tutela del risparmio e crescita economica. La difficoltà di questo primo bilanciamento sta nella cosiddetta «calibrazione» dei nuovi coefficienti di capitale e di liquidità; ma sta, ancor più, in quella dei tempi accordati alla transizione. Per passare dagli attuali ai nuovi coefficienti, l'attività bancaria dovrà rallentare, tanto più bruscamente quanto più forte e rapido sarà l'adeguamento richiesto e quanto più difficile sarà procurarsi il capitale e la liquidità aggiuntivi: un complesso di circostanze che varia da banca a banca e da Paese a Paese.

Nella transizione le banche saranno indotte a razionare i prestiti alle famiglie e alle imprese; e poiché oggi l'economia di molti Paesi è già debole, alcuni temono che le nuove regole soffochino del tutto la ripresa produttiva, un altro e non meno pressante obiettivo della politica economica. Più breve sarà il tempo concesso per adeguarsi, più intensa sarà la gelata per l'economia. A regime, i risparmiatori saranno più al sicuro e le banche saranno meno vulnerabili a improvvise crisi di fiducia o a sbalzi delle quotazioni dei mercati finanziari; il prezzo della robustezza sarà una minore capacità di espandere rapidamente i prestiti. Tutto è poi complicato dal fatto che fra «transizione» e «regime» il nesso non sarà dato solo dalle regole, ma dal mercato stesso. Anche se le prime accorderanno tempi lunghi (si parla del 2018) è ben possibile che il secondo, il mercato, penalizzi subito banche che ritiene, magari a torto, troppo lontane dalla meta.

Non tutte le banche si troveranno nella stessa posizione. Peggio staranno quelle meno disposte o meno in grado di raccogliere nuovo capitale sul mercato: o perché non ne riscuotono la fiducia, o perché gli azionisti che le controllano non hanno mezzi per ricapitalizzarle essi stessi, o perché non vogliono attenuare il loro controllo rivolgendosi ad altri. Cooperazione e concorrenza internazionale. Il secondo bilanciamento è reso difficile dallo scontro tra la necessità di regole uniformi su scala globale e la forte concorrenza in atto tra Paesi, piazze finanziarie, sistemi bancari e finanziari. Intorno al tavolo di Basilea siedono amici-nemici, ben consapevoli che diverse modulazioni delle nuove regole possono favorire alcuni e sfavorire altri.

Un primo esempio: le banche che oggi temono meno il rafforzamento delle regole sono quelle che lo Stato ha ricapitalizzato; chi è sopravvissuto alla crisi per forza sua si sente doppiamente tradito, prima dal soccorso pubblico che ha salvato le avversarie, poi dal vantaggio che quel soccorso rappresenta rispetto alle nuove regole. Un secondo esempio: i paesi dove l'economia si finanzia più attraverso le banche che sui mercati (cioè secondo una formula di cui la crisi ha premiato la maggiore stabilità) si sentono ora penalizzati da una riforma il cui cardine principale è un irrigidimento delle regole imposte proprio alle banche, non ai mercati, o alle istituzioni finanziarie non bancarie. Un terzo esempio: il capitale e la liquidità che le banche sono tenute ad avere è la somma di quanto prescrive la regola meccanica (quella che ora si sta «calibrando» a Basilea) e del sovrappiù imposto discrezionalmente dal vigilante in funzione della situazione specifica di ogni banca. Poiché i criteri non sono coordinati internazionalmente, le banche dei paesi severi (come l'Italia o la Francia) temono ora di essere penalizzate rispetto a quelle dove vigilanti indulgenti non usano imporre il sovrappiù.

La crisi ha screditato sia le banche sia i vigilanti e ha fatto entrare in scena un terzo attore, che per lungo tempo era stato tenuto fuori gioco dalla complessità tecnica della materia, dal mito dell'infallibilità del mercato e dal principio di indipendenza delle autorità di controllo: il potere politico (governi, ministri, parlamenti). È stato questo a dover chiedere ai contribuenti di dare soldi per salvare le banche ed è questo che, fornendo alle banche mezzi per non fallire, ne è divenuto spesso il proprietario. Dovrà esser questo a dire l'ultima parola in novembre a Seul, quando si riunirà il G20.

Fonte: corriere.it

 

Vai al sito CREDITVEL

 

02/09/2010

Gli Italiani alle prese con le rate per spese mediche!!!


Condividi

Nuova istantanea scattata sul popolo italiano. Titolo: “italiani e le rate”. Il risultato arriva da Eurispes nell’ultimo Rapporto Italia 2009 giunto alla 21/ma edizione.
Gli italiani ricorrono sempre più ai finanziamenti per far fronte alla proprie spese. Il che, in se non sarebbe una grossa novità.

A far notizia è, invece, non solo il tasso percentuale innalzatosi, ma le motivazioni dietro la richiesta di finanziamenti. Si tratta, infatti, di cure mediche come le visite specialistiche, gli interventi o le protesi dentarie le cui spese diventano dilazionate per il 19,4% dei cittadini, una percentuale in aumento di 14 punti rispetto al sondaggio dell’anno precedente. Così come è indicativo che il 5,6% abbia fatto ricorso ai finanziamenti per acquistare beni alimentari.

È il 62,9% degli italiani a sentirsi obbligato a ricorrere al credito al consumo per esigenze finanziarie, perché non in grado di pagare cash. Una condizione che accomuna il 47,6% di quanti acquistano a rate proprio per motivi di scarsa liquidità e il 15,3% perché non ha altre soluzioni per affrontare un acquisto indispensabile.

A problema si aggiunge problema quando le famiglie, molto spesso in difficoltà, non riesce a far fronte al pagamento delle proprie rate e allora ecco che arrivano altri finanziamenti per riuscire ad estinguere quelle precedenti. Un cane che si morde la coda.

La fotografia scattata dall’Eurispes, tuttavia, non è totalmente in bianco e nero. Tra previsioni negative e una quantità enorme di messaggi mediatici allarmanti, secondo il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara si può parlare anche di ripresa. “L’Italia - spiega Fara - sta attraversando la tempesta finanziaria mondiale senza subire colpi irreparabili. Ciò sta a significare che il sistema tiene, perché può contare su un sistema bancario solido, reticolare e dunque ben collegato al territorio ed un sistema produttivo fondato su quasi sei milioni di piccole e medie imprese e orientato, per larga parte, verso tipiche attività manifatturiere che inducono a guardare con una certa tranquillità al futuro”.
Fonte: lastampa.it

 

Vai al sito CREDITVEL

 

29/07/2010

La grande rovina d’Italia, siamo noi italiani....!!!


Condividi

La ragazza mi interrompe con quel mezzo sorriso di chi vuole scusarsi: “Io della riforma della Giustizia non ne capisco molto, ti dispiace?…”. Mi fermo.

Romana, trentacinque anni, si era licenziata da un impiego a tempo indeterminato per esasperazione. I motivi. Nessun riconoscimento dell’impegno lavorativo, anzi, data per scontata. La collega appena assunta, una ex merciaia, diventò subito per ordine dall’alto la responsabile dell’ufficio che lei gestiva, questo senza aver inanellato neppure uno dei suoi 14 anni di esperienza. Da notare: la collega appena assunta faceva i weekend col titolare a Saturnia, e tale individuo se ne vantava in giro per l’azienda con battute da caserma. Per lei invece erano urli, telefonate isteriche dai piani alti, persino insulti, e non ultimo promesse di avanzamento di carriera mai mantenute. Altre colleghe le suggerivano “fregatene, tu fai il minimo, fai come noi”, un collega aggiunse “la vendetta è un piatto che si consuma freddo”.

Lei aveva protestato con la dirigenza in ogni possibile modo, denunciando sia le ingiustizie che il clima di menefreghismo che regnava in tutto l’ufficio e che poi si traduceva di regola in un sovraccarico di lavoro per lei al limite del crollo fisico. Dal titolare le era arrivato di rimpallo un “rompicoglioni”. Così ogni giorno, mattina, pomeriggio e notte (il veleno ti insegue sempre) per 14 anni. Poi lo schianto.

Ha un mutuo e figlia a carico, ma lo spettro dell’annientamento personale la spinge finalmente a licenziarsi. Una denuncia per mobbing è da escludere, non troverebbe una pulce disposta a testimoniare a suo favore in quell’ufficio zeppo di complicità, servilismi, coltellate alla schiena e becero opportunismo. Cioè, un ufficio nella media. Dunque nessuna speranza di schivare le sanzioni per recesso con mancato preavviso, e perde migliaia di euro essenziali. Ora la disperata ricerca di un nuovo impiego. Interinali, interinali, interinali, cocopro, assunzioni a progetto. Le agenzie chiedono: “Ma perché si è licenziata?”, lei risponde “Mobbing, assenza di qualsivoglia professionalità”. La contro risposta: “Se dice questo ai nuovi datori lei è fottuta”. La verità fa sempre male. Poi arrivano i colloqui di lavoro del genere “guardi, sono 750 euro e il resto fuoribusta”; i colloqui di lavoro “ma lei ha un uomo? Può viaggiare con me all’estero?”; i colloqui di lavoro “io gli straordinari non glieli pago, faccia lei”. Nel frattempo, la banca di questo se ne fotte. Finisce per accettare un posto alla disperata, con la promessa di un contratto a tempo determinato dopo il periodo di prova. Che passa, e la nuova titolare è pure contenta, ma il contratto non si materializza. La nenia del “ah… scusa, domani chiamo il consulente del lavoro” diventa una litania quotidiana. Poi il classico “… e se facciamo 1.200 in nero?”, e poi “… e un cocopro?”, e infine l’immancabile “ok, un part time con fuoribusta”. Ma il contratto non affiora mai. E la banca tutto questo non lo vuole sapere. La Camera del Lavoro: “Fotocopi più prove possibile, tenga quell’unica busta paga, poi facciamo causa”. Lei risponde: “Ma così perdo il lavoro, e questi procedimenti vanno avanti per anni. Come faccio nel frattempo?”. La Camera del Lavoro: “Purtroppo la giustizia italiana è quello che è…”.

Disperazione, senso di impotenza, crollo dell’umore, sintomi gastrici, solitudine e quell’orribile depauperamento della propria autostima che filtra come un tumore dentro, perché si è nulla, si è oggetti, pedine di nessuna importanza, senza tutele, e si finisce col sentirsi colpevoli del fallimento di sé. E pensare che c’è voluta un’infanzia, un’adolescenza e lo sbarco palpitante nell’età adulta per arrivare a uno straccio di speranza di una vita degna. A trentacinque anni quel sogno ancorché modesto è già un cadavere inguardabile. A trentacinque anni il mondo del lavoro già dice ‘lasciate ogni speranza voi ch’entrate’. Ogni speranza di umana decenza.

La vita a trentacinque anni non si può vivere così, è un crimine. Questa donna è una, ce ne sono altri. Quanti? Milioni in Italia. Non diecimila, non duecentomila, milioni. Ogni giorno. C’erano ieri, ci sono oggi mentre leggete queste parole, siete magari voi. Di chi è la colpa?

“Sono venute meno le tutele dei lavoratori!”. Vero. Vero anche che quando c’erano, i lavoratori ne hanno approfittato oltre ogni pudore. “La giustizia italiana cui appellarsi in quei casi è allo sfascio!” Vero. Vero anche che se poi funzionasse non risolverebbe il problema. Poiché, come ogni cervello di buon senso comprende, il problema non si risolverà mai legiferando contro o punendo l’abuso, ma abolendo l’abuso in sé. In altre parole: la colpa per l’indecente miseria d’animo inflitta a quella ordinaria lavoratrice, inflitta a voi lavoratori, a tantissimi fra noi in ogni singolo giorno in centinaia di migliaia di settori d’impiego, non è di Ichino, di Biagi, di Berlusconi, di Alfano, della CGIL, ma dell’infame beceraggine morale e soprattutto professionale di milioni di normali italiani che prosperano sul suo putridume per bieco interesse, e che orrendi individui lo erano ieri, lo sono oggi, come lo saranno domani, con o senza leggi, con o senza riforme della giustizia o del lavoro, con o senza Berlusconi, Franceschini, multinazionali, Bilderberg Group o mafie e camorre.

La grande rovina d’Italia, come al solito, siamo noi italiani, la coviamo nei nostri animi di beceri incivili privi di un'etica anche minima, e la infliggiamo ogni singolo giorno con grande zelo ad altrettanti nostri simili. E si badi bene allo snodo cruciale: lo scempio che siamo come cittadini e qui descritto in ambito lavorativo (centralissimo nella vita di ciascuno), lo replichiamo in ogni altro aspetto della nostra ‘polis’ senza eccezioni, superando in distruttività qualsiasi scandalo politico, legge iniqua o corruttela della ‘Casta’. Se non vediamo ciò, se non ci curiamo, ogni altro marchingegno per un’Italia migliore sarà una perdita di tempo.

Alla fine della giornata di quella povera ordinaria trentacinquenne cosa le rimane di vivo? A malapena l’energia per arrivare a casa e sopravvivere qualche ora prima del prossimo turno di miserie lavorative, di speranze decomposte, di ansie implacabili per il conto in banca, prima dell’appuntamento dal medico per il Tavor, prima di rincontrare quel nauseabondo senso di fallimento, di muro di gomma, di ‘…tanto è tutto così, tanto è inutile’. E allora provate voi, se ne avete il fegato, ad andare da queste persone, da questa Italia maggioritaria, a dirgli in faccia: “La soluzione è la riforma della Giustizia… la difesa dei giudici… no alle nano particelle… il Parlamento pulito… no al Lodo Alfano… un partito nuovo…”.

La tragedia italiana siamo noi. C’è solo una cosa che ha senso fare: cambiare gli italiani.

Fonte: ariannaeditrice.it

 

Vai al sito CREDITVEL

 

28/07/2010

Truffa dei falsi Mediatori Creditizi... Attenzione a chi richiedere i prestiti!!!!


Condividi

Le banche e gli istituti finanziari concedono crediti e prestiti dopo essersi accertati della solvibilità del debitore sulla base delle informazioni del registro delle esecuzioni e del centro d’informazione per il credito (ZEK). Il tasso d’interesse è fissato in funzione della solvibilità del richiedente, della durata e dell’ammontare del credito. Non è concesso alcun credito se il richiedente è considerato insolvente.

Le persone che versano in serie difficoltà finanziarie possono essere tentate di rivolgersi a privati o a società che promettono condizioni attraenti ed estremamente vantaggiose senza verificare la solvibilità dei richiedenti. Attenzione: potrebbe trattarsi di un tentativo di truffa! Infatti, spesso accade che vengano richiesti degli anticipi, senza che il credito promesso venga poi concesso.

Gli anticipi dovrebbero servire, a detta dei truffatori, a sbloccare una somma depositata presso un istituto di credito all’estero. I truffatori esigono talvolta un versamento su un conto deposito di sicurezza. Solitamente gli anticipi devono essere pagati in contanti. Inoltre i truffatori si fanno spesso passare per agenti assicurativi o altre persone di fiducia. In certi casi, la futura vittima è invitata a recarsi all’estero per discutere dell’affare. I truffatori offrono quindi alla vittima dei pernottamenti in alberghi di lusso, al fine di conquistare la sua fiducia, e chiedono il pagamento di spese a vario titolo. Alla fine però alla vittima non è concesso alcun credito e il denaro versato come anticipo non viene restituito.

Come comportarsi in questi casi?
Se vi trovate in una situazione finanziaria difficile, rivolgetevi in primo luogo a un centro di consulenza specializzato.

Valutate accuratamente le offerte e informatevi sui creditori. In caso di dubbio, rivolgetevi ai professionisti del settore. Astenetevi sempre dal pagare qualsiasi somma a titolo di anticipo spese.

 

I nostri consigli
  • Siate prudenti quando uno sconosciuto vi invita ad approfittare di un affare promettendovi guadagni smisurati, manifesta l’intenzione di offrire dei fondi da investire a favore di persone bisognose o vi propone un credito a condizioni estremamente vantaggiose.
  • Non versate anticipi di spese o provvigioni a persone sconosciute senza aver prima chiesto ai professionisti del settore informazioni sulla credibilità del vostro interlocutore.
  • Non rispondete a messaggi relativi a lotterie alle quali non avete partecipato o a prodotti che non avete ordinato.
  • Non rispondete a messaggi indesiderati; non comunicate in nessun caso le vostre coordinate personali o bancarie: potrebbero infatti essere utilizzate a vostro danno.
  • Non fatevi impressionare dal montepremi di un gioco (che corrisponde spesso a diversi milioni di dollari americani), dall’urgenza di concludere un affare, dal carattere confidenziale dell’operazione e nemmeno dal ruolo o dai titoli del vostro interlocutore.
  • Occorre la massima prudenza quando, dopo che vi è stato versato del denaro per errore, vi si chiede di versare questa somma a degli sconosciuti attraverso una società di trasferimento di fondi.
  • In caso di sospetto di truffa o di riciclaggio di denaro, informate la polizia giudiziaria del vostro luogo di domicilio o il Servizio di coordinazione per la lotta alla criminalità su Internet SCOCI (Ufficio federale di polizia).

Fonte: Fedpol

Vai al sito CREDITVEL

 

02/07/2010

Il Cavaliere vi fà stizzire di bile ...... e fà venire il mal di pancia!!!!


Condividi

Carissimi , visto che il Cavaliere è capace con i suoi ripetuti successi di farvi stizzire di bile , molti di voi hanno anche i mal di pancia cronici , lo si evince dai tanti post carichi di veleno . Dunque ho pensato di fare cosa gradita , dandovi alcuni consigli pratici :
1) Snobbare i buoni risultati del governo del Cavaliere.
2) Innervositevi in orari regolari ,arrabbiatevi con la dovuta calma e in tranquillità (no a discussioni frettolose in piedi o davanti al pc o in auto)ricordatevi di masticare amaro lentamente e a lungo approfittare della pausa relax per darvi a mazzate con l'avversario di turno : le mazzate sono un'occasione per staccare la spina o qualche dente .
3) Non prendere le buone notizie sul Cavaliere come un momento per scaricare il proprio nervosismo.
4) Frazionare i mal di pancia : è consigliabile due la mattina e tre dopo i pasti principali (colazione, pranzo e cena). Ricordatevi che L’intasamento è regolato da un meccanismo fragile. A volte basta un discorso del Cavaliere per perdere questo equilibrio e la calma: si manifestano così disagio, gonfiore e dolori addominali, con ripercussioni sul proprio malessere e sulla vostra infelice vita .Quello dei mal di pancia , è un problema esclusivo dei partiti ex comunisti e gatto comunisti . Attenti studi di sondaggistica prosinistrata , affermano che sono coinvolti circa il 98% degli iscritti e non a sinistra e partiti satelliti . In Italia il 96,3% dei sinistrati soffre di problemi di transito intestinale. Mi raccomando ,non arrabbiatevi per cosi poco.

 

Vai al sito CREDITVEL

 

15:08 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: berlusconi, economia, mutui | OKNOtizie |  Facebook

01/07/2010

L’esercito immobile dei giovani disoccupati...


Condividi

Altro che cassa integrazione, mobilità, contratti di solidarietà o articolo 18. Per quasi un terzo dei giovani italiani la crisi significa semplicemente disoccupazione. L’Istat calcola che in aprile il tasso di disoccupazione tra i ragazzi con un’età compresa tra i 15 e i 24 anni è arrivato al 4,5 per cento. Per dare un’idea di cosa significa, basta confrontarlo con quello complessivo: 8,9 per cento. I giovani, cioè, pagano la crescita zero e la recessione del 2009 tre volte di più rispetto alla media dei lavoratori. E la situazione continua a peggiorare : il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di 4,5 punti rispetto allo scorso anno.

SENZA GUERRA. Su lavoce.info gli economisti Daniela Del Boca e Alessandro Rosina hanno definito questa massa di spettatori, in attesa del proprio turno per iniziare a lavorare, un “esercito immobile, non reso attivo da chi guida il Paese per creare sviluppo e ricchezza ma nemmeno mobilitato dal basso per proteste e lotte contro gli squilibri generazionali”. Un esercito, quindi, che non combatte nessuna guerra. Anche se ne ha sempre più voglia. Tra il 2003 e il 2009 i giovani che rivendicano come scelta consapevole la decisione di rimanere in famiglia, per esempio, sono diminuiti parecchio, dieci punti percentuali per le ragazze e nove per i ragazzi. I “bamboccioni” per scelta, quindi, sono in calo. Aumentano quelli per necessità (economica). Soltanto uno su cinque dei 20enni o 30enni intervistati dall’Istat nel 2003 è riuscito a rendersi indipendente nel 2007 (cioè prima che l’economia italiana collassasse tra il 2008 e il 2009). Un disagio che resta sotto-traccia e si conquista spazio nel dibattito pubblico soltanto quando qualcuno, come ha fatto due giorni fa il governatore della Banca d’Italia, denuncia la disoccupazione giovanile come un’emergenza nazionale. Dice Draghi: “La crisi ha acuito il disagio dei giovani nel mercato del lavoro. La riduzione rispetto al 2008 della quota di occupati tra i giovani è stata quasi sette volte quella osservata tra i più anziani. Hanno pesato sia la maggiore diffusione fra i giovani dei contratti di lavoro a termine, sia la contrazione delle nuove assunzioni, del 20 per cento”.

EMERGENZA NEET. Cosa fa l’esercito immobile mentre aspetta? Di solito niente. Hanno tra i 15 e i 29 anni e nel suo rapporto annuale l’Istat li chiama Neet, Not in education, employment or training. Cioè non studiano, non lavorano e non stanno facendo corsi professionalizzanti. I Neet sono diminuiti di pochissimo tra il 2004 e il 2006, passando dal 21,1 al 20 per cento, nel 2009 hanno ricominciato ad aumentare fino ad arrivare a quota due milioni. Spiega l’Istat: “La permanenza nello stato di Neet è negativa perché quanto più essa si protrae, tanto più difficile sarà l’inserimento nel mercato del lavoro e nel sistema formativo”. E la cosa più grave è che i Neet sono in crescita tra quelli più qualificati: quelli con il diploma sono arrivati al 43,1 per cento del totale dei Neet, i laureati al 10 per cento (quindi si tratta di quasi 200 mila persone).

CHE FARE. L’esercito immobile, poco organizzato e un po’ snobbato dai sindacati, finisce per essere invisibile perché si lamenta poco. E quindi il governo ne approfitta nella manovra lacrime e sangue, sapendo che il sangue ci sarà sicuramente ma le lacrime si vedranno poco. Scrivono Tito Boeri e Massimo Bordignon su lavoce.info: “Chi paga davvero sono i giovani, colpiti dal taglio dei contratti a tempo determinato e dal blocco delle assunzioni e delle carriere nel pubblico impiego (che penalizza soprattutto chi è entrato con salari molti bassi contando sugli scatti di anzianità) oltre che dall’ennesimo rinvio della riforma degli ammortizzatori sociali. Non una, ma due mani, vengono messe nelle tasche dei giovani”. Eppure di idee in circolo ce ne sarebbero anche per affrontare la situazione. L’associazione Italia Futura, legata a Luca Cordero di Montezemolo, propone per esempio di ripristinare l’Ici sulla prima casa e destinare poi ogni euro di gettito per ridurre le tasse sul lavoro dei giovani, così da incoraggiare l’occupazione.

 

Vai al sito CREDITVEL

 

28/06/2010

Economia illegale, cresce lo schifo!!!


Condividi

In economia l’illegalità è un sistema che assume due volti, quello della mafia e della corruzione, spesso intrecciate fra loro o addirittura, per vari profili, sovrapposte.

La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo vortice commerci, imprese e forze economiche sane. Legalità e osservanza delle regole faticano sempre di più a resistere a fronte della forza criminale di chi impiega – sistematicamente – forme di persuasione, condizionamento o minaccia (invisibili o violente, con modulazione a seconda dei casi).

Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come una melma che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Libero mercato e concorrenza rischiano di ridursi a simulacri, scatole vuote, meccanismi arrugginiti che facilitano il massiccio inquinamento dell’economia pulita ad opera di quella illegale. Analoga e non meno drammatica è la realtà della corruzione. Una piaga che nel nostro paese arriva a costare tra i 50 e 60 milioni di euro all’anno, spalmati su tutti i cittadini, ciascuno dei quali (neonati compresi) paga una tassa annuale di 1.000 euro (sono dati ufficiali, elaborati qualche tempo fa dal Servizio anticorruzione e trasparenza che opera presso il dipartimento della Funzione pubblica, e ribaditi in questi giorni dalla Corte dei Conti, che ha parlato di un “tumore maligno”).

Ma quel che ancor più preoccupa – di questa situazione immonda – è l’impatto sul piano dell’immagine e della fiducia. Un costo non monetizzabile ma pesantissimo, che ostacola gli investimenti, uccide la fiducia nelle istituzioni, ruba la speranza nel futuro alle imprese che vogliano rimanere oneste.

Un costo che diviene iperbolico ed esiziale quando, all’ombra delle emergenze dilatate oltre ogni logica e reale necessità, si annullano di fatto regole e controlli, creando uno “stato di eccezione” che si sottrae a ogni disposizione vigente e perciò produce spazi entro cui la corruzione (basta leggere le inquietanti cronache di questi giorni per convincersene) può insinuarsi comodamente: con alterazioni genetiche – proprio come accade con la mafia che si fa impresa economica – del mercato e della concorrenza.

Altro profilo che la corruzione ha in comune con la mafia è il carattere sistemico: evidentissimo per la mafia (che imperversa da almeno un paio di secoli), ma altrettanto evidente per la corruzione, che in Italia ha raggiunto livelli (evidenziati una ventina d’anni fa da Tangentopoli, ma rimasti inalterati – si direbbe - anche in seguito) che sono incompatibili con la tesi rassicurante del bubbone che si manifesta su di un tessuto sostanzialmente sano: mentre in verità si tratta di una metastasi cronica che impesta, appunto, l’intiero sistema. Il riduzionismo (che spesso diventa negazionismo) è un altro tratto che accomuna mafia e corruzione. La mafia, al più, viene presentata come un problema di mero ordine pubblico, meritevole di attenzione soltanto quando sono messe in atto strategie sanguinarie: con irresistibile tendenza a dimenticarne la straordinaria capacità di condizionamento che ha trasformato un’associazione criminale in un vero e proprio sistema di potere criminale.

Come potere economico, si vuol far credere che la mafia non sia poi un gran problema, perché “pecunia non olet”, “l’economia non si governa coi pater noster” e via salmodiando al ribasso.

Non diversamente, la corruzione è opera di mariuoli, mele marce, cani sciolti: miopi sottovalutazioni o peggio letture strumentali, poste in essere nel tentativo (che la logica dovrebbe vanificare, ma che la disponibilità di certi Maître à penser alimenta) di ridurre il fenomeno sistemico ad una serie di episodi scollegati, dovuti più che altro alla protervia di singoli individui. Infine, l’economia illegale (sia nella versione mafia sia nella variante corruzione) si presenta spesso – purtroppo – come vincente, a fronte di uno Stato che di frequente dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere. La mancanza di azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe offrire il buon esempio finisce pure per determinare un affievolimento dell’impegno civile e morale.

Fatti che dovrebbero scatenare reazioni indignate scivolano via senza conseguenze, come se fossero “normali”. L’assuefazione sostituisce la giusta tensione, sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto a mafia e corruzione in particolare. Così i portafogli dei mafiosi, dei corrotti, dei corruttori e dei loro complici si gonfiano sempre di più, con effetti devastanti sullo sviluppo economico del paese e ingenti danni sugli inermi cittadini.

 

Vai al sito CREDITVEL

 

08:29 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: economia, prestiti, mutui | OKNOtizie |  Facebook

23/06/2010

Sempre gli stessi: i collezionisti di poltrone!!!


Condividi

Altro che parlamentari: la vera concentrazione di potere è nei consigli di amministrazione: 68 società quotate su 71 condividono un consigliere.

MILANO. Banche, giornali, teatri, cinema, sanità, università e un pizzico di mattone. Sono le passioni più diffuse tra i consiglieri di amministrazione italiani. Che, carte alla mano, non mancano certo di una spiccata versatilità. Secondo l’Osservatorio Board Index Spencer Stuart Italia, su 71 grandi imprese del listino principale di Piazza Affari, ben 68 hanno un amministratore in comune. Dalle ultime rilevazioni della Consob sull’applicazione in Borsa della normativa 2008 sul cumulo degli incarichi, poi, emerge che pur essendoci stata una recente riduzione del numero di poltrone pro capite, c’è sempre un 4% di amministratori e sindaci che hanno più di 30 incarichi (nel 2007 era il 20,5%), con un numero massimo di poltrone che nel 2009 ha raggiunto quota 62 (108 nel 2007) e un valore medio di 12,5 mandati (19,2 nel 2007). Tutto questo naturalmente senza contare poltrone anche in società non quotate, associazioni e fondazioni.

 

Vai al sito CREDITVEL

 

10:28 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: prestiti, mutui, cessioni | OKNOtizie |  Facebook

21/06/2010

«Esseri umani estinti entro cento anni»...colpa: Consumi Fuori Controllo!!!!


Condividi

MILANO - La razza umana si estinguerà nel giro dei prossimi cento anni e così pure un sacco di specie animali. A dirlo è nientemeno che Frank Fenner, 95enne professore di microbiologia dell'Australian National University, ma soprattutto lo scienziato che ha contribuito a debellare il vaiolo. Stando all’eminente cattedratico, a far precipitare gli eventi saranno l’esplosione demografica e i consumi fuori controllo, due fattori ai quali gli uomini non riusciranno a sopravvivere, mentre a dare inizio alla caduta sarebbero stati i cambiamenti climatici.

IRREVERSIBILE - «L'homo sapiens sarà estinto probabilmente nei prossimi 100 anni - ha detto Fenner al giornale The Australian - e lo stesso accadrà per molti animali. È una situazione ormai irreversibile e penso sia davvero troppo tardi per porvi rimedio. Non lo manifesto perché la gente sta comunque tentando di fare qualcosa, anche se continua a rimandare. Di certo, da quando la razza umana è entrata nell’era nota come Antropocene (termine coniato nel 2000 dallo scienziato Paul Crutzen per definire l’era geologica attuale, in cui le attività dell’uomo sono le principali fautrici delle modifiche climatiche, ndr), l’effetto sul pianeta è stato tale da poter essere paragonato a una delle epoche glaciali o all’impatto di una cometa. Ecco perché sono convinto che faremo la stessa fine degli abitanti dell’isola di Pasqua. Attualmente, i cambiamenti climatici sono ancora in una fase molto iniziale, ma già si vedono dei considerevoli mutamenti nelle condizioni atmosferiche. Gli Aborigeni hanno dimostrato che potrebbero vivere per 40 o 50mila anni senza la scienza, la produzione di diossido di carbonio e il riscaldamento globale, ma il mondo non può e così la razza umana rischia di fare la stessa fine di molte altre specie che si sono estinte nel corso degli anni». La catastrofica e pessimistica visione di Fenner non sembra, però, trovare grande rispondenza fra i suoi stessi colleghi. «Frank può anche avere ragione - ha spiegato il professor Stephen Boyden, oggi in pensione, al Daily Mail - ma alcuni di noi hanno ancora la speranza che si arrivi a prendere consapevolezza della situazione e che, di conseguenza, si mettano in atto i cambiamenti necessari a raggiungere un vero sviluppo ecosostenibile».

CRISI GLOBALE - «La razza umana - gli fa eco Simon Ross, vice presidente dell'Optimum Population Trust - si trova ad affrontare delle autentiche sfide come i cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità (ovvero, l’estinzione di alcune specie animali, ndr) e una crescita senza precedenti della popolazione». Ma c’è chi all’agghiacciante previsione di Fenner mostra in qualche modo di crederci e se la scorsa settimana il principe Carlo aveva messo in guardia dai pericoli legati alla crescita così impetuosa della popolazione mondiale, un altro scienziato, il professor Nicholas Boyle dell’università di Cambridge, si è spinto anche oltre, ipotizzando il 2014 come la data del "giudizio universale", spiegando (nel libro "2014: Come sopravvivere alla prossima crisi globale") che il mondo si sta infilando in una crisi globale senza precedenti, che avrà influenze estremamente più vaste dell’attuale crisi economica internazionale. Nel 2006 era, invece, toccato all’esimio professor James Lovelock lanciare l’allarme circa una diminuzione della popolazione mondiale nel prossimo secolo, quantificabile in 500 milioni di unità, a causa degli effetti del riscaldamento globale, sostenendo che nessun tentativo di cambiare il clima avrebbe davvero risolto il problema, ma avrebbe semplicemente permesso di guadagnare del tempo.

Fonte: Corriere.it

Vai al sito CREDITVEL

 

La politica non dà più credito.....poveri Noi!!!


Condividi

 Nell’agosto 2007, a poche settimane dall’inizio della crisi, la prima istituzione al mondo a diventare insolvente e a dover essere salvata non fu una banca americana, ma la Landesbank della Sassonia, una cassa controllata da amministratori pubblici di questa regione della Repubblica Federale Tedesca. Da allora le banche pubbliche tedesche si sono rivelate fra le più esposte ai titoli «tossici » americani e sono state salvate dallo Stato, una dopo l’altra.

Perché quelle banche avessero acquistato mutui immobiliari in luoghi esotici come Florida o Nevada, sembrò incomprensibile. Poi si capì: i politici locali chiedevano alle loro banche di aiutare le aziende della regione, spesso erogando credito a condizioni non di mercato. A fine anno, però, essi pretendevano, in quanto azionisti, ricchi dividendi. Per i dirigenti della banca venir meno a queste richieste significava mettere in forse il proprio incarico. L’unica via d’uscita era compensare le perdite sui prestiti cercando di guadagnare con la finanza, e le banche lo fecero acquistando titoli ad alto rendimento, senza preoccuparsi dei rischi. Questi incentivi perversi hanno fatto sì che le Landesbanken diventassero, e siano ancor oggi, le più rischiose d’Europa.

In alcuni casi la ricerca di rendimenti particolarmente elevati ha portato ad operazioni singolari, come la decisione della Landesbank della Baviera di acquistare Hypo Alp Adria, una banca austriaca che il giorno dopo l’acquisto si rivelò un buco nero. Hypo dovette essere salvata dalle autorità di Vienna e l’improvvido acquisto aprì una voragine nel bilancio della Landesbank bavarese. Se le banche italiane sono uscite indenni dalla crisi è anche perché le Fondazioni che le controllano hanno nominato amministratori delegati indipendenti e non hanno cercato di influire sulle loro scelte creditizie.

Avendo vinto le elezioni, Bossi vuole contare di più nelle fondazioni bancarie del Nord: richiesta legittima perché le fondazioni sono espressione delle amministrazioni locali dove il peso della Lega è cresciuto. Ma prima di cambiare rotta sul rapporto fra fondazioni e banche, Bossi dovrebbe riflettere sul disastro bancario tedesco. E dovrebbe riflettere anche il sindaco Pd di Torino, Chiamparino, che si considera azionista di riferimento di Intesa-Sanpaolo. Per ottenere rendimenti stabili e il più possibile elevati, in modo da investire sul territorio, le fondazioni dovrebbero diversificare il loro patrimonio. Concentrarlo nel possesso di una singola banca è una pura follia, e ancora più folle sarebbe se la Lega o altri azionisti di nomina politica cercassero di influire sulle scelte dei «loro » banchieri ponendo a rischio i bilanci.

Se davvero l’obiettivo di Bossi è far sì che le banche finanzino le imprese, e che le fondazioni investano in strutture sociali, egli dovrebbe ordinare loro di vendere i pacchetti di controllo delle banche e diversificare il proprio portafoglio. Seguire l’esempio delle Landesbanken significa ritrovarsi con banche deboli e fondazioni prive di risorse, quindi con poco credito alle imprese e pochi investimenti sociali.

Vai al sito CREDITVEL

 

Tutti gli articoli