07/09/2010

L' Euro ha spaccato L' Europa invece di unirla...


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Anziché rendere i Paesi che partecipano all’Unione monetaria più simili l’uno all’altro, l’euro ha spaccato l’Europa. La Germania cresce, risparmia e accumula ricchezza che investe nel resto del mondo; il Sud langue, spende più di quanto non riesca a produrre e si indebita. Non si tratta solo di Grecia, Spagna e Portogallo. Nei dieci anni prima della crisi il reddito pro capite italiano è cresciuto un punto all’anno meno che in Germania; durante la crisi è caduto di oltre 6 punti, a fronte del -3,7 tedesco. Anche la nostra ripresa è più lenta: la produzione industriale tedesca è quasi tornata al livello pre crisi; in Italia rimane 15 punti più bassa.

Di questo passo la disoccupazione (soprattutto fra i più giovani) rimarrà elevata per molti anni. La mancanza di crescita si riflette nella difficoltà delle famiglie che non riescono più a risparmiare, almeno tanto quanto prima. In questo decennio il risparmio privato è sceso di 2 punti (dal 20 al 18% del reddito), mentre in Germania saliva dal 22 al 24,5%. Il risultato è che per la prima volta gli italiani cominciano a indebitarsi all’estero: quest’anno prenderemo a prestito circa 50 miliardi di euro. I tagli alla spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale (salita di 3 punti nel decennio, a fronte di -2 in Germania) non sono riusciti a ridurre il debito pubblico. Alla fine degli anni Novanta, grazie alle privatizzazioni, era sceso di dieci punti, ora è risalito di 18, più che in Germania. L’economia tedesca cresce perché più degli altri ha saputo approfittare dell’Europa. Gli studi di Dalia Marin, un’economista austriaca, dimostrano che le aziende tedesche hanno approfittato dell’allargamento a Est sfruttando il capitale umano dei nuovi Paesi membri.

I tedeschi non hanno trasferito in Romania la produzione di scarpe; hanno costruito, in Polonia e nella Repubblica Ceca, fabbriche di automobili e di macchine utensili con management tedesco e operai qualificati locali. La competitività dei prodotti tedeschi non dipende dalla compressione dei salari (che per un operaio cinquantenne sono del 50% circa più elevati dei nostri), ma dall’aumento della produttività reso possibile dalla riorganizzazione della produzione. Ma è anche la nostra debolezza ad aiutare l a competitività tedesca. Senza le difficoltà del Sud dell’Europa, in questi mesi l’euro si sarebbe rafforzato almeno quanto yen e franco svizzero: le esportazioni tedesche ne avrebbero sofferto. L’interesse della Germania è un Sud saldamente ancorato all’euro (e infatti Berlino ha pagato pur di evitare l’uscita della Grecia), ma debilitato, così da mantenere debole il cambio. La nostra bassa crescita non preoccupa i tedeschi: ormai i loro mercati sono Cina, India e Brasile. I nostri politici dovrebbero capire che quando non fanno quelle riforme che libererebbero l’economia aiutando la crescita, danneggiano le famiglie italiane e fanno un regalo a Berlino.

Eppure nell’ambito degli obiettivi europei per il 2020, come ricordava ieri Mario Monti, è di questo che dovrebbero occuparsi. Il presidente della Repubblica lamenta il ritardo nella nomina del ministro per lo Sviluppo. Mi dispiace contraddirlo. Abbiamo già un ministro per lo Sviluppo e la crescita: si chiama Antonio Catricalà, il presidente dell’Antitrust. Anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova «politica industriale», meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Antitrust invia a governo e Parlamento e che ormai nessuno nemmeno più legge. Che fine ha fatto il disegno di legge sulla concorrenza (benzina, commercio, farmaci, appalti) che il governo ha promesso?

Fonte: corriere.it

 

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08:37 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: euro, europa, germania, italia | OKNOtizie |  Facebook

01/09/2010

Eravamo gli abitanti del pianeta più risparmiatori e ricchi del mondo. Ci hanno trombati alla grande!!!!


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Io credo che alla base di tutta questa crisi per le famiglie italiane ( che c'è per carità) , ci sia stata e c'è attualmente , una valutazione dll'euro nei confronti della nostra "fu" bella liretta , a dir poco scandalosa . si sa bene che uno stipendio di 1.000 € non è = a 2.000.000 di £ circa , bensì di solo 1.000.000 di lire : eravamo gli abitanti del pianeta più risparmiatori e ricchi del mondo. Ci hanno trombati alla grande , e il grande mascalzone che lo ha fatto è stato PRODI; Lui ha voluto questa moneta con questo valore e gli italiani non sanno o non vogliono rinunciare a quello che gli era permesso prima dell'euro e della sua disgraziata valutazione; così non si risparmia più , si rinuncia a qualcosa ma non al divertimento( e mi sembra che sia giusto dopo il lavoro ) e ci si impoverisce piano piano; non è giusto , ma capisco.

 

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11:17 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: euro, lira, risparmiatori, prodi | OKNOtizie |  Facebook

30/07/2010

Tasche vuote: gli italiani in crisi vanno a caccia di soldi!!!


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Cinquecento euro netti in più al mese: per combattere efficacemente il caro vita gli italiani dichiarano di aver bisogno in media di questa cifra. Ma non si limitano a dichiararlo. Dalle parole il 44 per cento di loro è già passato ai fatti: e si è attivato per aumentare le entrate, a colpi di straordinario e secondo lavoro. Strade che vengono battute rispettivamente dal 52,8 e dal 45,6 per cento di quanti si sono messi all’opera per “arrotondare”. Pari, su base nazionale, al 23 e al 20 per cento. Lo rivela un’indagine svolta via internet tra il 22 gennaio e il 1° febbraio 2008 dalla Interactive market research, società leader in Italia nelle ricerche di mercato sul web, e che attraverso 1.000 interviste consente di radiografare i comportamenti di un campione rappresentativo di oltre 49 milioni di italiani dai 18 anni in su, segmentati per sesso, fascia di età, area geografica e reddito netto mensile della famiglia (da meno di 1.000 euro a oltre 4 mila). Il risultato? “Emerge un paese che, anche a livello di reddito medio-alto, ha deciso di muoversi per conto proprio, stanco di aspettare interventi spesso promessi ma finora mai davvero arrivati sul fronte dei prezzi, delle tasse o degli stipendi, tali da consentire il recupero dei pesanti tagli della capacità di spesa riconosciuti ormai da tutti” dice Bruno Lagomarsino, direttore di ricerca della Interactive market research. Come risulta dal grafico pubblicato a pagina 127, il 9,7 per cento dichiara di essere molto impegnato a far aumentare le proprie entrate e ben il 34,2 di esserlo abbastanza.
Un attivismo che a volte sfiora la temerarietà, visto che non manca neppure chi si lancia in scelte al limite del ragionevole. Ben il 26,2 per cento del campione di riferimento infatti nel tentativo di far quadrare il bilancio familiare si affida a lotterie e scommesse. Di certo, se il bisogno di far entrare più quattrini nelle smagrite casse familiari viene sentito da tutti, la cifra che si punta a raggranellare varia a seconda del reddito di partenza. “A ritenere necessarie integrazioni più pesanti in proporzione alle entrate sono soprattutto i percettori di redditi medio-bassi, che in alcuni casi arrivano a ipotizzare anche 800 euro contro una media generale del campione di 500 euro netti ” precisa Lagomarsino. “Al contrario si resta su una richiesta media di 700 euro da parte di chi ha redditi mensili oltre i 3 mila euro. Solo il 15 per cento degli intervistati, come emerge dal grafico pubblicato a pagina 124, dichiara di avere bisogno di oltre 1.000 euro, ma esiste anche una piccola quota (11 per cento circa) che si accontenterebbe di 200 euro.
Non è solo il reddito a determinare le scelte dell’italiano a caccia di fondi aggiuntivi per superare lo scoglio della quarta settimana, che secondo attenti osservatori è ormai molto vicino alla terza. Il lavoro straordinario per esempio è maggiormente praticato dalle fasce d’età più giovani (18- 24 e 34-44 anni) e da chi ha un contratto di lavoro a tempo determinato: in tutti questi casi si supera il 60 per cento. “È probabile che i più giovani, con meno impegni di famiglia, siano quelli più disponibili a prolungare il tempo dedicato alla fabbrica o all’ufficio” spiegano alla Interactive market research “ma non è escluso che a dissuadere le persone più mature, e quindi con redditi più elevati, giochi il fattore tasse”. Se infatti il reddito da straordinari fa scattare l’aliquota marginale, l’aumento atteso finisce per essere falcidiato dal fisco. Una beffa, a cui dovrebbero porre rimedio i provvedimenti allo studio del governo.
Il secondo lavoro (la ricerca non lo precisa, ma è possibile-probabile che sia in nero) va invece forte in particolare nel Nord-Est e nel Sud, mentre appare poco praticato al Nord-Ovest. “Questi dati vanno ricollegati alla struttura economico-produttiva e al tessuto industriale dell’area ” sostiene Lagomarsino. “Infatti nel Nord-Est, oltre a un’etica del lavoro molto radicata, ci sono tante piccole aziende dove è facile proporsi per esempio quando si smonta da un primo turno, mentre al Sud ci sono tipologie di lavoro, penso alla pubblica amministrazione, che consentono di affiancare più impieghi”. Là dove straordinari e doppio lavoro non bastano o non sono disponibili, non resta che battere la strada dell’indebitamento. “Quasi un italiano su due dichiara di avere in corso un prestito personale” precisa Lagomarsino.
I canali preferiti sono le finanziarie (22,4 per cento) e le banche (22), ma sta crescendo anche l’uso a fini di finanziamento delle carte cosiddette revolving (13), spinte di recente dalla grande distribuzione, mentre restano in coda (3,8 per cento) parenti e amici. Ormai, anche se il modello americano è lontano e il 43,1 per cento del campione si indebita solo per un bene importante (per esempio l’auto, che resta l’oggetto più pagato a rate), un italiano su tre ammette di avere in corso prestiti per più beni, dai mobili al computer e persino per il mutuo della casa. E il 41 per cento dichiara di “conoscere qualcuno che ha dovuto contrarre debiti per beni o servizi di prima necessità, come le spese mediche”. “In parallelo con la ricerca di entrate aggiuntive, sul fronte delle uscite la caccia all’occasione sta diventando uno stile di vita, anche a livelli di reddito medio- 127 alti” conclude Lagomarsino. Il 68 per cento degli intervistati dichiara di essere impegnato in un taglio delle spese. Così aumentano le famiglie che comprano con le offerte promozionali (75,2 per cento) e in saldo (66,8). O che frequentano ipermercati e centri commerciali (67,3 per cento) e hard discount (50,9) per l’acquisto di alimentari o generi di largo consumo, quando non si rivolgono direttamente al produttore (11,2). Di certo, se le famiglie italiane si danno da fare, il messaggio che siamo arrivati vicino a un punto critico è giunto chiaro anche agli operatori più vicini ai consumatori.
La prova? Mentre le grandi catene della Federdistribuzione (13 mila punti vendita) si sono impegnate da maggio fino a dicembre 2008 a inserire sempre, in ogni loro promozione con sconti tra il 10 e il 40 per cento, almeno una referenza tra le categorie di prodotto più colpite dal rialzo dei prezzi, anche chi opera nella distribuzione low cost ha deciso di fare di più. La Lidl Italia, 500 punti vendita, dal 18 maggio parte con una campagna tv per lanciare il taglio fino al 24 per cento dei prezzi di circa 100 prodotti, tra cui il burro pastorizzato, il grana padano, la fesa di tacchino, la mozzarella e le patate fritte. Basterà ad alleviare i problemi dei clienti in crisi da reddito?

Fonte: blog.panorama.it

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07:49 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: crisi, soldi, denaro, euro | OKNOtizie |  Facebook

09/07/2010

Si mangia poco e si mangia malissimo, perchè non abbiamo più un euro per farlo....


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Nel 2008 stagnanti i consumi alimentari, ma al Sud si segnala una chiara diminuzione. Cresce l'acquisto di prodotti di qualità inferiore. La crisi e la minore disponibilità economica hanno cambiato i piatti in tavola per le famiglie italiane: il 60 per cento ha modificato il menù; il 35 per cento ha limitato gli acquisti; il 34 per cento ha optato per prodotti di qualità inferiore. I consumi hanno continuato a ristagnare, mentre nel Sud si ha una flessione superiore al 3 per cento. Nonostante questa tendenza, la spesa alimentare mensile (482 euro), in termini monetari, è cresciuta nel 2008 del 2,5 per cento.

E' quanto afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori in relazione al rapporto dell'Istat sulla povertà in Italia. Nel contesto dei "tagli" alimentari, si riscontra che il 40,2 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e verdura, il 36 per cento quelli di pane e il 39,5 per cento quelli di carne bovina. Nella ripartizione geografica, si nota che al Nord il 32 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti (il 39 per cento ha ridotto le "voci" pane e pesce). Al Centro la percentuale di chi ha dato un colpo di forbice ai consumi sale al 36 per cento (il 37 per cento ha ridotto il pane, il 48 per cento il pesce, il 43 per cento la carne bovina); mentre nelle regioni meridionali si arriva al 50 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane e il 56 per cento la carne bovina).

Per quanto concerne la scelta di prodotti di qualità inferiore, l'orientamento delle famiglie, a livello nazionale, ha riguardato il pane per il 40,2 per cento, la carne bovina per il 46,2 per cento, la frutta per il 44,5 per cento, gli ortaggi per il 39,7 per cento, i salumi per il 32,5 per cento. Nel 2008 la spesa alimentare ha rappresentato, in media, il 18,8 per cento di quella totale. In questo periodo è aumentata la percentuale di famiglie che ha acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount (dal 9,7 del 2007 al 10,2 per cento). Comunque, gli iper e i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 68,2 per cento (specialmente nel Centro-Nord con il 73 per cento). A seguire il negozio tradizionale (64,9 per cento), in particolare nel Sud (77,1 per cento).

Da rilevare che per la spesa nei mercati rionali ha optato il 21 per cento delle famiglie residenti nel Centro-Nord e il 31,7 per cento quelle delle regioni meridionali. La percentuale della spesa destinata all'alimentazione varia, tuttavia, tra le classi sociali e per condizione di lavoro. Gli imprenditori e i liberi professionisti spendono per imbandire le loro tavole il 14,5 per cento della spesa totale, i lavoratori autonomi il 18,2 per cento, i dirigenti e gli impiegati il 16,1 per cento, gli operai il 19,9 per cento; mentre per i pensionati la percentuale è del 21 per cento. La percentuale del 18,8 per cento della spesa alimentare su quella complessiva è -rileva la Cia- così ripartita: 3,2 per cento pane e cereali, 4,3 per cento carne, 1,7 per cento pesce, 2,5 per cento latte, formaggi e uova, 0,7 per cento oli e grassi, 3,4 per cento frutta, ortaggi e patate, 1,3 per cento zucchero, caffé e altri, 1,7 per cento bevande

 

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08/07/2010

Pensiamo ai nostri figli e ai debiti che questa crisi gli lascerà!...Già li abbiamo condannati!!!!


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Pensiamo ai nostri figli e ai debiti che questa crisi gli lascerà! Cosa potrebbe impedir loro dire: “ Perché dobbiamo onorarli ? Cosa c’entriamo noi? Perché dobbiamo lavorare per ripagare interessi su un debito pubblico che non abbiamo generato? E chi se ne importa se i possessori dei titoli di questo debito non incasserranno più nulla? La conseguenza di questo ragionamento: La Rivoluzione Sociale!

Prendo spunto da una seria ed originale riflessione riportata su un blog per farVi riflettere, cari lettori affezionati a questa rubrica. Parecchi di noi pensano, ancora oggi, di essere tutto sommato ottimisti e fiduciosi, di essere ancora “benestanti”.
Ma guardiamo bene cosa possediamo:
- Beni immobiliari “evidentemente, nella media, sopravvalutati”
- Denaro rappresentativo di un futuro debito INESIGIBILE, ovvero denaro che perderà via via il suo valore.
- Titoli azionari anch’essi “sopravvalutati”
- Obbligazioni espressioni di debito privato “ufficiosamente” ILLIQUIDE e che pertanto necesiteranno di essere rinegoziate con indubbie perdite in conto capitale per i suoi detentori
- Obbligazioni emesse da Stati Sovrani a rischio DEFAULT (nel momento in cui si renderà necessario alzare i tassi di interesse , diverrà insopportabile per alcuni Paesi il peso del proprio debito e la soluzione argentina a molti parrà una strada percorribile.)
Se fossimo in una nazione con un basso debito pubblico, costo del lavoro accettabile e potenziale di crescita interessante, ci difenderemmo acquistando beni reali.
Ma dato che non siamo in questa situazione, ci rifugeremo sempre più nell’oro.

Alcuni giorni fa, abbiamo appreso la notizia che nei giorni caldi della crisi scatenata dalla bolla dei mutui “sub-prime”, il governo russo ha cercato, invano, l’aiuto della repubblica cinese, per mandare in default il governo statunitense, vendendo a piene mani tutti i titoli statali e governativi Usa detenuti. E sempre alcuni giorni fa, abbiamo appreso di una trattativa di alcuni esponenti del FMI che hanno cercato di convincere la Cina, tramite uno dei loro fondi sovrani, a riacquistare l’intero debito pubblico estero della Grecia per evitarne il tracollo.

La realtà è che è in atto una fortissima “guerra commerciale” tra Pechino e l’intero universo continentale (Usa ed Ue in testa), dove però il primo è anche il maggior creditore mondiale contrapposto (Usa, ndr)  al più indebitato e per di più anche al più spendaccione dei membri Ocse (scommettiano che troveranno alla fine un pretesto per far saltare l’annunciato colloquio tra Mr. President – Obama – ed il Dalai Lama ?) E qual è la preoccupazione di ogni creditore? Che il proprio debitore alla fine non lo ripaghi.

Ecco dunque la caduta dell’euro, ed il rialzo vertiginoso del Re Dollaro $, ma noi sappiamo che questo rialzo è dovuto a semplici fattori:
1) Paura per l'Euro (causata con maestria dai poteri forti, e applaudita dai grandi gruppi industriali europei esportatori o con assets in dollari)
2) Chiusura dei carry trades (con maggiore debolezza per l'Europa)
3) Presenza (fino a fine 2009) di bearish sentiment sul dollaro dove tanti erano sottopesati e ora corrono ai ripari
4) Mr. Obama che afferma che il suo piano sanità è in bilico (e questo rafforza il dollaro)

E non dimentichiamo che la FED e la BOE hanno annunciato la fine del “QUANTITATIVE EASING” e la BCE deve decidere come rifinanziare il sistema bancario europeo drenando l’enorme liquidità immessa nel sistema (ed il tutto mentre l’euribor è tenuto artificiosamente allo 0,7% mentre in realtà dovrebbe essere al 5% ed i titoli del debito pubblico americano ed europeo vengono emessi privi di rendimento perché acquistati dalle banche “obbligate “ dai loro stessi governi nazionali a farlo).
Il sistema economico-finanziario occidentale potrebbe saltare in qualsiasi momento, anche se non ora, ma la storia dei cigni neri deve pur averci insegnato qualcosa.
Ed allora riteniamo ancora che l’uscita dall’euro sia il male peggiore?
 

Fonte: affaritaliani.it

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