13/09/2010

Con Basilea le Banche saranno indotte a non dare più credito alle famiglie....


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A Basilea, città di concili della Chiesa e di riformatori religiosi, si delibera in questi giorni la parte più controversa delle nuove regole della finanza: di quanto maggior capitale e di quanta maggiore liquidità le banche debbano essere tenute a disporre in relazione all'attività che svolgono. Capitale, per assorbire le perdite derivanti da crediti non rimborsati; liquidità, per soddisfare clienti, depositanti o altri creditori che bussino a cassa.

Al di là dalle regole tecniche della finanza, sono in gioco la ripresa dell'economia e la concorrenza tra le grandi istituzioni finanziarie di diversi Paesi. La crisi ha dimostrato due cose. Primo, che le banche, se lasciate libere, non hanno la prudenza di tenere capitale e liquidità sufficienti a fronteggiare i tempi difficili; poiché liquidità e capitale sono denaro sottratto a impieghi più redditizi, dunque costano, il banchiere (spinto dagli azionisti, ed esso stesso pagato in azioni), cerca di tenerli al minimo sperando che i tempi difficili non vengano e forse confidando che, se verranno, pagherà Pantalone. Secondo, che i vigilanti, se lasciati liberi, vigilano poco: sono, sì, una tecnostruttura creata per correggere la mancanza di disciplina spontanea, ma si sono per anni rivelati proni al fascino del mercato libero e preoccupati, ciascuno— come il professore che non bocci nessuno — di attrarre le banche nel proprio paese anziché in altri. Si è dunque ormai d'accordo che, rispetto all'oggi e al recente passato, le banche debbano accrescere fortemente sia la liquidità sia il capitale, e che lo faranno solo se costrette da un obbligo formale.

Il dibattito è intorno al quanto, al quando e al come. È un dibattito di cui il lettore dei giornali non ha né la capacità né il bisogno di comprendere i tecnicismi, ma di cui può cogliere i nodi centrali, che sono economici e politici, non solo finanziari. I nodi possono essere illustrati, al pari di quasi tutte le questioni economiche, come problemi di bilanciamento tra esigenze contrastanti. Tutela del risparmio e crescita economica. La difficoltà di questo primo bilanciamento sta nella cosiddetta «calibrazione» dei nuovi coefficienti di capitale e di liquidità; ma sta, ancor più, in quella dei tempi accordati alla transizione. Per passare dagli attuali ai nuovi coefficienti, l'attività bancaria dovrà rallentare, tanto più bruscamente quanto più forte e rapido sarà l'adeguamento richiesto e quanto più difficile sarà procurarsi il capitale e la liquidità aggiuntivi: un complesso di circostanze che varia da banca a banca e da Paese a Paese.

Nella transizione le banche saranno indotte a razionare i prestiti alle famiglie e alle imprese; e poiché oggi l'economia di molti Paesi è già debole, alcuni temono che le nuove regole soffochino del tutto la ripresa produttiva, un altro e non meno pressante obiettivo della politica economica. Più breve sarà il tempo concesso per adeguarsi, più intensa sarà la gelata per l'economia. A regime, i risparmiatori saranno più al sicuro e le banche saranno meno vulnerabili a improvvise crisi di fiducia o a sbalzi delle quotazioni dei mercati finanziari; il prezzo della robustezza sarà una minore capacità di espandere rapidamente i prestiti. Tutto è poi complicato dal fatto che fra «transizione» e «regime» il nesso non sarà dato solo dalle regole, ma dal mercato stesso. Anche se le prime accorderanno tempi lunghi (si parla del 2018) è ben possibile che il secondo, il mercato, penalizzi subito banche che ritiene, magari a torto, troppo lontane dalla meta.

Non tutte le banche si troveranno nella stessa posizione. Peggio staranno quelle meno disposte o meno in grado di raccogliere nuovo capitale sul mercato: o perché non ne riscuotono la fiducia, o perché gli azionisti che le controllano non hanno mezzi per ricapitalizzarle essi stessi, o perché non vogliono attenuare il loro controllo rivolgendosi ad altri. Cooperazione e concorrenza internazionale. Il secondo bilanciamento è reso difficile dallo scontro tra la necessità di regole uniformi su scala globale e la forte concorrenza in atto tra Paesi, piazze finanziarie, sistemi bancari e finanziari. Intorno al tavolo di Basilea siedono amici-nemici, ben consapevoli che diverse modulazioni delle nuove regole possono favorire alcuni e sfavorire altri.

Un primo esempio: le banche che oggi temono meno il rafforzamento delle regole sono quelle che lo Stato ha ricapitalizzato; chi è sopravvissuto alla crisi per forza sua si sente doppiamente tradito, prima dal soccorso pubblico che ha salvato le avversarie, poi dal vantaggio che quel soccorso rappresenta rispetto alle nuove regole. Un secondo esempio: i paesi dove l'economia si finanzia più attraverso le banche che sui mercati (cioè secondo una formula di cui la crisi ha premiato la maggiore stabilità) si sentono ora penalizzati da una riforma il cui cardine principale è un irrigidimento delle regole imposte proprio alle banche, non ai mercati, o alle istituzioni finanziarie non bancarie. Un terzo esempio: il capitale e la liquidità che le banche sono tenute ad avere è la somma di quanto prescrive la regola meccanica (quella che ora si sta «calibrando» a Basilea) e del sovrappiù imposto discrezionalmente dal vigilante in funzione della situazione specifica di ogni banca. Poiché i criteri non sono coordinati internazionalmente, le banche dei paesi severi (come l'Italia o la Francia) temono ora di essere penalizzate rispetto a quelle dove vigilanti indulgenti non usano imporre il sovrappiù.

La crisi ha screditato sia le banche sia i vigilanti e ha fatto entrare in scena un terzo attore, che per lungo tempo era stato tenuto fuori gioco dalla complessità tecnica della materia, dal mito dell'infallibilità del mercato e dal principio di indipendenza delle autorità di controllo: il potere politico (governi, ministri, parlamenti). È stato questo a dover chiedere ai contribuenti di dare soldi per salvare le banche ed è questo che, fornendo alle banche mezzi per non fallire, ne è divenuto spesso il proprietario. Dovrà esser questo a dire l'ultima parola in novembre a Seul, quando si riunirà il G20.

Fonte: corriere.it

 

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03/09/2010

L'Europa presenta il conto della crisi agli Istituti Finanziari.


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Attesa per i prossimi giorni la presentazione di uno studio della Commissione Ue sulla tassazione delle transazioni finanziare. Il traguardo inseguito resta quello di una posizione comune

L’Unione Europea sarebbe nuovamente pronta a discutere l’ipotesi di introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) e cerca una posizione comune da sostenere in sede di G20. Lo ha riferito il portale Europolitics, l’agenzia di stampa che quotidianamente monitora le iniziative di Bruxelles. Secondo quanto emerso, la Commissione europea dovrebbe presentare una sorta di studio di fattibilità in occasione della prossima riunione dei ministri finanziari dell’Unione prevista per il 7 settembre. Nel documento si ipotizza l’applicazione di un’aliquota dello 0,1% sugli scambi di valute, titoli, obbligazioni e derivati con l’obiettivo di rastrellare un gettito complessivo annuale pari a 400 miliardi di euro.

L’iniziativa si colloca in un momento di rinnovato interesse da parte dell’UE di presentare alle istituzioni finanziare il salatissimo “conto della crisi”. Dal 2008 ad oggi, ha ricordato Europolitics, i governi del Vecchio Continente hanno sborsato circa 4 trilioni (4.000 miliardi) di euro per nazionalizzare, rivitalizzare e sostenere le banche colpite dal crunch globale. Una cifra pari a circa un terzo del valore dello sforzo totale proferito su scala globale (13,6 trilioni di dollari secondo il Fondo Monetario Internazionale).

L’ipotesi della Ttf, come noto, non rappresenta l’unica soluzione allo studio degli esecutivi delle principali economie del mondo. Stati Uniti, Canada e Australia sono contrari all’introduzione di un aliquota sugli scambi e sostengono da tempo l’ipotesi alternativa della cosiddetta tassa patrimoniale (Bank levy) sui profitti bancari. In Europa la Ttf ha trovato in passato un discreto sostegno ma i governi non hanno mai raggiunto una posizione comune. Il cancelliere tedesco Angela Merkel si è espressa da tempo in favore ponendo il suo paese alla guida del fronte del Sì. Silvio Berlusconi, al contrario, non ha mancato di dipingere la proposta “ridicola”.

In assenza di una politica comune, l’Ue rischia di ritrovarsi al prossimo G20 di Seul in una posizione di debolezza, come già era accaduto nel vertice di Toronto nel giugno scorso. In questo senso l’appuntamento del prossimo 7 settembre rappresenta un’importantissima occasione per quell’atteso passo in avanti capace di far dimenticare una volta per tutte il pericoloso stallo in cui Bruxelles pareva essere piombata non molto tempo fa. Il 10 marzo 2010 il parlamento Ue aveva adottato una risoluzione specifica chiedendo alla Commissione di valutare l’ipotesi (e l’impatto) della tassa. Appena tre settimane dopo, l’organismo aveva risposto con un documento di otto pagine in cui demoliva la proposta sollevando perplessità sul rischio di violazione dei trattati di libera circolazione dei capitali, sulla riduzione della liquidità e sulla crescita del costo del capitale. Il documento arrivava persino a mettere in discussione la sostanza stessa dell’ipotesi parlando apertamente di “estrema difficoltà nel fare una distinzione operativa e di significato tra transazioni speculative e non”. Toni decisamente negativi che avevano indotto il coordinatore all’Economia e agli Affari Monetari dei Socialisti Europei Udo Bullmann a perdere comprensibilmente la pazienza e a definire “un insulto” il passo indietro della Commissione.

In attesa di conoscere i dettagli della prossima riunione, l’annuncio di questi giorni regala, se non altro, un’importante certezza: Bruxelles non ha intenzione, almeno per ora, di insabbiare l’argomento. Una sicurezza che costituisce un valido motivo di speranza per i sostenitori della Ttf a cominciare dagli attivisti della campagna internazionale Make Finance Work. Secondo questi ultimi attraverso l’applicazione di un’aliquota dello 0,05% sugli scambi finanziari sarebbe possibile raccogliere ogni anno un tesoro da 655 miliardi di dollari. Più o meno il doppio della cifra necessaria a sostenere i programmi quinquennali di aiuto allo sviluppo e di contrasto al cambiamento climatico nel Pianeta.

 

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15/07/2010

Addio banca: ora i risparmiatori si rivolgono ai consulenti finanziari indipendenti.


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A seguito di alcuni articoli finanziari usciti in rete in data 14 luglio 2009 sulla percezione negativa delle banche in Europa, Free&Partners (associata AssoFinance) interviene per i chiarimenti necessari.

Sul sito Bluerating  e sul sito Borsa Italiana viene riportato un sondaggio condotto da Eurogroup Consulting Alliance, in collaborazione con gruppo internazionale IFOP (Institut Français d’Opinion Publique) che rivela che i risparmiatori europei non si sentono sicuri sulla salute finanziaria del sistema bancario.

A causa di un errore nella traduzione letteraria del testo si è modificata l’incidenza dell’informazione fornita, causando al risparmiatore-lettore una distorsione della traduzione-informazione. Si riporta la traduzione del sondaggio sottolineando che la sfiducia da parte dei risparmiatori NON E’ CAUSATA DAI CONSULENTI FINANZIARI, MA DA “OPERATORI BANCARI”. Segue che i risparmiatori si stanno rivolgendo sempre più frequentemente a consulenze finanziarie esterne alla banca, cioè ai Consulenti Finanziari indipendenti. Questa è la reale notizia fornita  dal sondaggio eseguito da Eurogroup Consulting Alliance in collaborazione con IFOP.

Secondo quanto si apprende da una nota, gli italiani (50%), gli spagnoli (56%) e i francesi (47%) hanno la massima percezione negativa del sistema creditizio. L'indagine e' stata realizzata a giugno 2009 su un campione di circa 3.000 risparmiatori europei di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Francia, e fornisce un quadro dell'impatto che la crisi finanziaria sta avendo sul grado di fiducia dei cittadini nei confronti degli istituti di credito.

Se un europeo su due ha messo mano al portafoglio per concentrare o diversificare i propri investimenti, il Vecchio Continente rimane un paese di ottimisti, e i risparmiatori si dicono comunque confidenti nella capacita' delle banche di superare la crisi in maniera non troppo traumatica. Tuttavia l'immagine percepita delle banche in generale e' negativa e per un terzo dei risparmiatori e per  oltre il 50% in Belgio e Spagna- risulta peggiorata negli ultimi dodici mesi.

Si lamenta che  le comunicazioni fornite dalle banche in questo periodo di crisi siano totalmente insufficienti, se non fallimentari.
“La majorité d’entre eux considerant que rien n’a changé dans l’écoute de leur conseiller bancaire – à l’exemple de la France, dont 76% des consommateurs se sont prononcés en ce sens.”
La traduzione da parte di Bluerating e Borsa Italiana riporta, invece:
[Circa il 70% dei risparmiatori punta il dito contro i consulenti finanziari, accusati di non "ascoltarli" e di non aver modificato il proprio approccio relazionale durante l'attuale congiuntura.”]
La traduzione è esatta tranne che per la figura professionale, “conseiller bancarie”, che dovrebbe essere correttamente tradotta con “consigliere bancario” o “operatore bancario”.

Continua il sondaggio….
I risparmiatori vengono investiti da un flusso di informazioni che causa confusione ed incertezza e che li porta a ricercare consulenze esterne all’industria bancaria per trovare risposta ai propri interrogativi: in Spagna sono circa il 35%, in Italia il 26% e in Francia il 28%, oltre a prestare una maggiore cautela alla qualita' dei prodotti finanziari proposti (il 46% in Francia, il 40% degli italiani e dei portoghesi).

Da questo sondaggio si evince chiaramente lo spostamento della bilancia da parte dei risparmiatori, che non più contenti dei servizi di vendita e dell’informazione data da parte delle banche, si affidano sempre più a società di consulenza finanziaria indipendente.

Fonte: affaritaliani.it

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14/07/2010

NON DATE ALLE BANCHE BENI PERSONALI....


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Parlo da piccolo imprenditore di una S.R.L.
Gli strozzini legalizzati..Chiamati BANCHE...nel tentativo di parare il loro bel sederone da tutta la schifezza assorbita rischiando i soldi nel mercato Americano, chiedono in questo momento alle piccole e medie imprese , per anticipi di cassa ..DETTI FIDI...firme sui beni personali ...pena la chiusura del rubinetto.
CARI SIGNORI...la crisi sara' lunga e sara' dura , e vi invito ad una riflessione profonda prima di un passo cosi azzardato.!!!...la CASA...e un bene primario...NON DATE ALLE BANCHE FIRME PERSONALI !!!.....NON DATE ALLE BANCHE FIRME PERSONALI..!!!.....la pena e quella di diventare..." per usare una parola molto di moda in America un" Home less "...un senza casa...meditate gente..

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