09/09/2010

Ecco come il Governo riduce i diritti dei Lavoratori


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L'attacco di Tremonti sulla legge 626 sulla sicurezza è solo l'ultimo episodio

“Lussi che non ci possiamo permettere”, dice il ministro Giulio Tremonti. “Vincoli che hanno intrappolato il Paese nella scarsa crescita”, li chiama il ministro Maurizio Sacconi. Diritti (per i lavoratori) e sanzioni (per i datori che non li rispettano) sono stati, in questi due anni di governo Berlusconi, al centro di quella che Sacconi ha definito “una poderosa azione di deregolazione”. Risultato: i precari sono più precari di prima, quindi meno inclini a rispettare se diritti e sicurezza non vengono rispettati. Mentre il rispetto delle condizioni minime di qualità del lavoro è affidato più al buon cuore degli imprenditori che alle sanzioni (cancellate o ridotte) previste dalla legge. Ecco quello che è successo in questi anni.

Arbitrato. Il cosiddetto “collegato lavoro” prevede che al momento dell’assunzione i lavoratori si impegnino a ricorrere a un arbitro invece che al giudice in caso di controversie sul licenziamento. E questo comporta minori tutele, entrando in contrasto anche con la Costituzione, tanto che il Quirinale respinge la norma. Entro ottobre dovrebbe essere approvata di nuovo in una versione emendata e ammorbidita.

Dimissioni. Nel giugno 2008, appena insediato, il governo cancella la legge che aveva introdotto una serie di adempimenti burocratici necessari per evitare la brutta abitudine delle “dimissioni in bianco”. Cioè le lettere di dimissioni pre compilate che il datore di lavoro si fa consegnare dal dipendente per usarle, di fatto, come strumento per licenziare anche in assenza di giusta causa.

Ispettori. Nella prima versione della manovra finanziaria 2011-2012 si tagliano i rimborsi agli ispettori del lavoro che vanno in trasferta, che non potranno più usare la propria auto se non pagando di tasca propria. La norma viene ammorbidita quando il decreto della manovra viene convertito in legge.

Precari. Un decreto legge del giugno 2008 introduce nuove deroghe alla regola – già poco efficace – che prevede il limite massimo di 36 mesi per le proroghe dei contratti a termine. Si può derogare al limite anche a livello aziendale, cioè ognuno è libero di fare ciò che vuole.

Presenze. Sono stati cancellati libro paga e matricola e introdotto il libro unico del lavoro. Il nuovo libro unico aziendale, secondo i sindacati, comporta un indebolimento dell’attività ispettiva sia nel contrasto al lavoro nero, sia nella verifica della correttezza e regolarità dei rapporti di lavoro. Il libro può essere compilato entro la metà del mese successivo alla prestazione. Un vincolo che non impedisce la triste abitudine di far risultare assunti i lavoratori soltanto se subiscono incidenti o muoiono al lavoro.

Sanzioni. Nell’agosto 2009 viene abrogata una norma del Testo unico sulla sicurezza. Chi assume in modo irregolare più del 20 per cento del personale presente sul posto di lavoro o non rispetta la disciplina sui tempi di lavoro, sui riposi oppure quella sulla prevenzione degli infortuni, non rischia più la sospensione dell’attività imprenditoriale.

Staff leasing. La Finanziaria 2010 ha reintrodotto il contratto di Staff Leasing. Detto anche “somministrazione a tempo indeterminato” e il cui ambito applicativo è stato ampliato. Nello Staff Leasing il lavoratore rimane “a disposizione” del somministratore anche per i periodi in cui non svolge alcuna attività ricevendo in cambio una indennità di disponibilità.

Voce. Sempre nel collegato lavoro, viene introdotta una novità sui licenziamenti orali: spunta il limite di 60 giorni per impugnarli davanti al giudice. Il rischio è che così un’impresa licenzi il dipendente e, se questo protesta, trovi testimoni compiacenti pronti ad affermare che sono trascorsi almeno 61 giorni dal fatto. Così evita ogni conseguenza.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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Il silenzio sulla crescita economica....


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«L’ Italia è uscita bene dalla crisi finanziaria ma male dalla recessione, con una perdita di prodotto ben maggiore che negli altri Paesi» (Luigi Spaventa, Repubblica, 31 agosto). Dieci anni fa eravamo intorno ai livelli della Germania (o superiori) per prodotto pro capite e produttività del lavoro. Oggi registriamo un arretramento di circa dieci punti sia rispetto alla Germania sia rispetto all’area dell’euro.
Il Governatore Draghi ha chiesto che l’Italia segua l’esempio della Germania, con riforme che la rendano più produttiva e competitiva.

La politica economica italiana, sotto la regia del ministro Tremonti, ha avuto il grande merito di permettere all’Italia di attraversare la crisi finanziaria con danni molto inferiori a quelli di altri Paesi, pur considerati meno fragili. D’altra parte, i risultati insoddisfacenti dell’economia reale sono anch’essi attribuibili, in parte, a carenze della politica economica.

Nel decennio considerato sono state fatte alcune riforme strutturali, ma evidentemente non sufficienti. Dall’inizio della crisi, inoltre, il governo ha optato per una linea di grande cautela finanziaria (limitati interventi anticiclici) e politica (minore priorità alle riforme). Era stato suggerito di effettuare qualche maggiore intervento di sostegno, associato però a un’accelerazione delle riforme per mostrare che l’Italia non intendeva certo tornare alla leggerezza finanziaria. È difficile dire quale strategia sarebbe stata la migliore. Certo, la linea seguita ha valorizzato — se così si può dire — la performance del ministro delle Finanze più che quella del ministro dell’Economia.
Ciò accresce i compiti e le responsabilità del ministro dello Sviluppo. Con una punta di paradosso, c’è da chiedersi se la situazione attuale — con il presidente del Consiglio che è anche ministro dello Sviluppo — non sia quella ottimale. Purché, naturalmente, ciò avvenga a titolo definitivo e non più ad interim.

Per l’economia e la società italiana la priorità della crescita è tale che un impegno strategico in prima persona del premier sarebbe non meno importante, per il Paese, di quello che egli riserva ad altri temi di cui è costretto a occuparsi, o ha scelto di farlo. Del resto, quando l’assoluta priorità era quella finanziaria, è accaduto che il capo del governo riservasse a sé anche il ministero del Tesoro.

Come è noto (o forse ignoto, dato che in Italia non ne parla nessuno), entro fine anno va sottoposto all’Unione europea il piano nazionale di riforme, nell’ambito della «strategia Ue 2020». È l’occasione per guardare al futuro e per mettere in campo politiche concrete per la crescita e la competitività, unica speranza per l’occupazione. Il ministro per le Politiche comunitarie ci sta lavorando. Ma dov’è la visione strategica del governo, dove sono le eventuali visioni alternative dei partiti di opposizione, dov’è un dibattito nel Paese su questa, che è la questione più importante per i nostri figli? Materia, mi pare, per il presidente del Consiglio.

E poi, al ministro per lo Sviluppo — coincida o meno con il premier — compete la politica industriale. Il presidente Napolitano ha detto: «Credo sia giunto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, cioè secondo le coordinate dell’integrazione europea e in ossequio ai fondamenti della libera competizione e ai principi dell’economia di mercato». Speriamo che qualcuno se ne occupi, in modo coordinato con il piano nazionale delle riforme.

Fonte: corriere.it

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07/09/2010

L' Euro ha spaccato L' Europa invece di unirla...


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Anziché rendere i Paesi che partecipano all’Unione monetaria più simili l’uno all’altro, l’euro ha spaccato l’Europa. La Germania cresce, risparmia e accumula ricchezza che investe nel resto del mondo; il Sud langue, spende più di quanto non riesca a produrre e si indebita. Non si tratta solo di Grecia, Spagna e Portogallo. Nei dieci anni prima della crisi il reddito pro capite italiano è cresciuto un punto all’anno meno che in Germania; durante la crisi è caduto di oltre 6 punti, a fronte del -3,7 tedesco. Anche la nostra ripresa è più lenta: la produzione industriale tedesca è quasi tornata al livello pre crisi; in Italia rimane 15 punti più bassa.

Di questo passo la disoccupazione (soprattutto fra i più giovani) rimarrà elevata per molti anni. La mancanza di crescita si riflette nella difficoltà delle famiglie che non riescono più a risparmiare, almeno tanto quanto prima. In questo decennio il risparmio privato è sceso di 2 punti (dal 20 al 18% del reddito), mentre in Germania saliva dal 22 al 24,5%. Il risultato è che per la prima volta gli italiani cominciano a indebitarsi all’estero: quest’anno prenderemo a prestito circa 50 miliardi di euro. I tagli alla spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale (salita di 3 punti nel decennio, a fronte di -2 in Germania) non sono riusciti a ridurre il debito pubblico. Alla fine degli anni Novanta, grazie alle privatizzazioni, era sceso di dieci punti, ora è risalito di 18, più che in Germania. L’economia tedesca cresce perché più degli altri ha saputo approfittare dell’Europa. Gli studi di Dalia Marin, un’economista austriaca, dimostrano che le aziende tedesche hanno approfittato dell’allargamento a Est sfruttando il capitale umano dei nuovi Paesi membri.

I tedeschi non hanno trasferito in Romania la produzione di scarpe; hanno costruito, in Polonia e nella Repubblica Ceca, fabbriche di automobili e di macchine utensili con management tedesco e operai qualificati locali. La competitività dei prodotti tedeschi non dipende dalla compressione dei salari (che per un operaio cinquantenne sono del 50% circa più elevati dei nostri), ma dall’aumento della produttività reso possibile dalla riorganizzazione della produzione. Ma è anche la nostra debolezza ad aiutare l a competitività tedesca. Senza le difficoltà del Sud dell’Europa, in questi mesi l’euro si sarebbe rafforzato almeno quanto yen e franco svizzero: le esportazioni tedesche ne avrebbero sofferto. L’interesse della Germania è un Sud saldamente ancorato all’euro (e infatti Berlino ha pagato pur di evitare l’uscita della Grecia), ma debilitato, così da mantenere debole il cambio. La nostra bassa crescita non preoccupa i tedeschi: ormai i loro mercati sono Cina, India e Brasile. I nostri politici dovrebbero capire che quando non fanno quelle riforme che libererebbero l’economia aiutando la crescita, danneggiano le famiglie italiane e fanno un regalo a Berlino.

Eppure nell’ambito degli obiettivi europei per il 2020, come ricordava ieri Mario Monti, è di questo che dovrebbero occuparsi. Il presidente della Repubblica lamenta il ritardo nella nomina del ministro per lo Sviluppo. Mi dispiace contraddirlo. Abbiamo già un ministro per lo Sviluppo e la crescita: si chiama Antonio Catricalà, il presidente dell’Antitrust. Anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova «politica industriale», meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Antitrust invia a governo e Parlamento e che ormai nessuno nemmeno più legge. Che fine ha fatto il disegno di legge sulla concorrenza (benzina, commercio, farmaci, appalti) che il governo ha promesso?

Fonte: corriere.it

 

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08:37 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: euro, europa, germania, italia | OKNOtizie |  Facebook

03/09/2010

Le bilance guaste ai danni dei risparmiatori....


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Cosa pensereste, scoprendo nei reparti alimentari di diversi supermercati (Auchan, Carrefour ecc.) molte bilance guaste, che però pesano sempre a danno del cliente?

Ebbene, qualcosa di analogo capita da decenni col giornalismo economico italiano (Sole 24 Ore, il Mondo, Milano Finanza, Corriere della Sera ecc.). Troppi sono i confronti sbilenchi, i dati sbagliati, i titoli ingannevoli ecc. Troppi e soprattutto regolarmente a favore delle banche, del risparmio gestito, della previdenza integrativa ecc. Insomma, errori ripetuti, ma sempre a svantaggio dei risparmiatori.

Coi miei libri ho denunciato centinaia di casi, scelti fra le migliaia di esempi archiviati. Ma la situazione non è migliorata. Si veda infatti il servizio di copertina del Mondo del 20-8-2010 dedicato ai risparmi degli italiani: “Il tesoretto” di Leo Campagna e Daniela Stigliano. A pag. 11 spicca il titolo di un grafico che suona come un consiglio per gli acquisti: “Meglio i fondi comuni”:

Ebbene il consiglio, oltre che deleterio in sé, è in piena contraddizione col grafico stesso. Osservando con attenzione le due linee, una verdastra e l’altra giallo-verde, si scopre il contrario: “Peggio i fondi comuni”.

Del tutto fantasiosa poi la conclusione dell’articolo, secondo cui “l’indice dei fondi comuni si è comportato meglio rispetto al giardinetto finanziario degli italiani dal 2005 a oggi”. Manca ogni dato a suffragio di tale affermazione, smentita da ogni ricerca seria (per es. quella di Mediobanca) e degna di un prospetto pubblicitario. Ma perché i giornalisti economici italiani sono così ciecamente innamorati del risparmio gestito?

Non è meglio il numero di Economy della stessa settimana (25-8-2010) con l’intera pagina 68 dedicata a un grafico strampalato, in forza del quale Ginevra Ghiglione proclama entusiasta: “Borsa batte obbligazioni 208 a 107”.

Ma bella forza, è stata scelta l’azione italiana salita più (Marcolin), quasi invisibile nella frana di una Borsa scesa mediamente del 17,9%. Tanto valeva prendere a riferimento un biglietto fortunato e scrivere “Gratta & Vinci batte la Borsa 50.000 a 208”, ignorando la stragrande maggioranza di quelli perdenti.

Fuorviante è comunque già il titolo stesso del grafico “L’azienda Italia rende di più in Borsa”, a fronte di un andamento pesantemente negativo. La diagnosi è quindi semplice: l’autrice è affetta dalla stessa cieca infatuazione filo-azionaria dei suoi colleghi del Corriere della Sera.

 

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L'Europa presenta il conto della crisi agli Istituti Finanziari.


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Attesa per i prossimi giorni la presentazione di uno studio della Commissione Ue sulla tassazione delle transazioni finanziare. Il traguardo inseguito resta quello di una posizione comune

L’Unione Europea sarebbe nuovamente pronta a discutere l’ipotesi di introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf) e cerca una posizione comune da sostenere in sede di G20. Lo ha riferito il portale Europolitics, l’agenzia di stampa che quotidianamente monitora le iniziative di Bruxelles. Secondo quanto emerso, la Commissione europea dovrebbe presentare una sorta di studio di fattibilità in occasione della prossima riunione dei ministri finanziari dell’Unione prevista per il 7 settembre. Nel documento si ipotizza l’applicazione di un’aliquota dello 0,1% sugli scambi di valute, titoli, obbligazioni e derivati con l’obiettivo di rastrellare un gettito complessivo annuale pari a 400 miliardi di euro.

L’iniziativa si colloca in un momento di rinnovato interesse da parte dell’UE di presentare alle istituzioni finanziare il salatissimo “conto della crisi”. Dal 2008 ad oggi, ha ricordato Europolitics, i governi del Vecchio Continente hanno sborsato circa 4 trilioni (4.000 miliardi) di euro per nazionalizzare, rivitalizzare e sostenere le banche colpite dal crunch globale. Una cifra pari a circa un terzo del valore dello sforzo totale proferito su scala globale (13,6 trilioni di dollari secondo il Fondo Monetario Internazionale).

L’ipotesi della Ttf, come noto, non rappresenta l’unica soluzione allo studio degli esecutivi delle principali economie del mondo. Stati Uniti, Canada e Australia sono contrari all’introduzione di un aliquota sugli scambi e sostengono da tempo l’ipotesi alternativa della cosiddetta tassa patrimoniale (Bank levy) sui profitti bancari. In Europa la Ttf ha trovato in passato un discreto sostegno ma i governi non hanno mai raggiunto una posizione comune. Il cancelliere tedesco Angela Merkel si è espressa da tempo in favore ponendo il suo paese alla guida del fronte del Sì. Silvio Berlusconi, al contrario, non ha mancato di dipingere la proposta “ridicola”.

In assenza di una politica comune, l’Ue rischia di ritrovarsi al prossimo G20 di Seul in una posizione di debolezza, come già era accaduto nel vertice di Toronto nel giugno scorso. In questo senso l’appuntamento del prossimo 7 settembre rappresenta un’importantissima occasione per quell’atteso passo in avanti capace di far dimenticare una volta per tutte il pericoloso stallo in cui Bruxelles pareva essere piombata non molto tempo fa. Il 10 marzo 2010 il parlamento Ue aveva adottato una risoluzione specifica chiedendo alla Commissione di valutare l’ipotesi (e l’impatto) della tassa. Appena tre settimane dopo, l’organismo aveva risposto con un documento di otto pagine in cui demoliva la proposta sollevando perplessità sul rischio di violazione dei trattati di libera circolazione dei capitali, sulla riduzione della liquidità e sulla crescita del costo del capitale. Il documento arrivava persino a mettere in discussione la sostanza stessa dell’ipotesi parlando apertamente di “estrema difficoltà nel fare una distinzione operativa e di significato tra transazioni speculative e non”. Toni decisamente negativi che avevano indotto il coordinatore all’Economia e agli Affari Monetari dei Socialisti Europei Udo Bullmann a perdere comprensibilmente la pazienza e a definire “un insulto” il passo indietro della Commissione.

In attesa di conoscere i dettagli della prossima riunione, l’annuncio di questi giorni regala, se non altro, un’importante certezza: Bruxelles non ha intenzione, almeno per ora, di insabbiare l’argomento. Una sicurezza che costituisce un valido motivo di speranza per i sostenitori della Ttf a cominciare dagli attivisti della campagna internazionale Make Finance Work. Secondo questi ultimi attraverso l’applicazione di un’aliquota dello 0,05% sugli scambi finanziari sarebbe possibile raccogliere ogni anno un tesoro da 655 miliardi di dollari. Più o meno il doppio della cifra necessaria a sostenere i programmi quinquennali di aiuto allo sviluppo e di contrasto al cambiamento climatico nel Pianeta.

 

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