17/09/2010
Abbiamo bisogno di un internet molto veloce perché l’economia cresca rapidamente....
“Abbiamo bisogno di un internet molto veloce perché l’economia cresca rapidamente, creando posti di lavoro e ricchezza, e per garantire che i cittadini abbiano accesso ai contenuti ed ai servizi che desiderano”.
E’ questo uno degli auspici e, insieme, degli obiettivi dettati nell’agenda digitale dell’Unione Europea. E in Italia?
In Italia, il Governo, per il tramite di quel Ministero dello Sviluppo Economico che ormai da oltre 4 mesi è guidato ad interim dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e in pectore dal Vice-Ministro delle Comunicazioni, Paolo Romani, ha appena reso noto che i famosi 800 milioni per la diffusione delle risorse di banda larga non ci sono e che bisognerà accontentarsi di 100, palesemente insufficienti a risolvere il problema del digital divide nel nostro Paese e, anzi, forse idonei ad acuirlo, dotando di maggiori risorse di connettività solo alcune aree del territorio.
Il tutto, mentre, invece di accelerare sull’asta delle frequenze lasciate libere a seguito dello switch off analogico-digitale, lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico, preferisce autorizzare il Gruppo del Presidente del Consiglio ad utilizzare parte di tali frequenze per sperimentare – si fa per dire – nuove soluzioni in Hd per la cara vecchia Tv che tanti soldi e potere ha già regalato al nostro tele-comandante. In Francia – e quindi non al di là dell’oceano ma solo al di là delle Alpi – il Governo ha da poco investito 2 miliardi di euro per la diffusione della banda larga.
Siamo uno Stato assolutamente privo di una politica dell’innovazione illuminata e la miopia mista all’egoismo di chi ci governa rischia di fare del nostro Paese l’isola non digitale dell’Europa digitale che verrà. Non è il mio pensiero ma quello – sfortunatamente rimasto inascoltato – rappresentato lo scorso 21 luglio dal Presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, Corrado Calabrò alla IX Commissione della Camera dei deputati.
Gli stessi “dati che ci vedono ai primi posti in Europa sul fronte dei prezzi dei servizi tradizionali e della concorrenza infrastrutturata – ha detto il Presidente dell’Agcom – ci classificano sotto la media Ue per diffusione della banda larga, anche se con quasi 5 milioni di chiavette Usb e 15 milioni di smartphones l’Italia è leader in Europa nella diffusione delle tecnologie per l’internet mobile” e, ha continuato “Siamo sotto la media anche per il numero di famiglie connesse a internet, oltre che per la diffusione degli acquisti on-line e per il contributo dell’Information Communication Tecnology al prodotto interno“.
”Il nostro Paese – ha aggiunto Calabrò a proposito delle ricadute che tale drammatica situazione di arretratezza nella diffusione di Internet produce – è il fanalino di coda nel commercio e nei servizi elettronici. Le imprese vendono poco sul web; la quota di esportazioni legate all’ICT è pari al 2,2% e relega l’Italia al penultimo posto in Europa“.
“Il futuro presuppone l’ultra banda, le reti di nuova generazione in fibra ottica con capacità di trasmissione sopra i 50 Mbit/s, mentre l’Italia ancora ha difficoltà a chiudere il piano per il digital divide – che vuol dire, sostanzialmente, far accedere tutti oggi a internet alla potenza della tecnologia di ieri – e non si accinge a fare un passo decisivo verso la fibra“. Più chiaro di così, proprio non si può. Un J’accuse severo quello di Calabrò, al quale il Governo ha ora risposto manifestando la più totale indifferenza e proseguendo lungo la sua strada: quella della Tv.
Come se non bastasse c’è un altro enorme rischio all’orizzonte: più la pubblica amministrazione digitale cara al ministro Brunetta si trasforma – ammesso che accada – da sogno in realtà e più ampie fasce della popolazione, digital escluse, vengono estromesse dall’accesso a servizi pubblici essenziali. Tutto questo senza contare che sin quando l’ultimo dei cittadini italiani non sarà online, la pubblica amministrazione, non potrà diventare davvero digitale e sarà costretta a procedere su due binari con una sostanziale duplicazione di oneri e costi.
La banda larga è un diritto fondamentale del cittadino del 2010 nonché uno dei più straordinari elementi abilitanti il rilancio economico di un Paese: 100 milioni di euro sono, naturalmente tanti, ma, come ben sanno al Ministero dello Sviluppo Economico, sono poco più di un obolo in relazione ai fondi necessari a risolvere il problema del digital divide.
fonte: ilfattoquotidiano.it
11:47
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13/09/2010
Con Basilea le Banche saranno indotte a non dare più credito alle famiglie....
A Basilea, città di concili della Chiesa e di riformatori religiosi, si delibera in questi giorni la parte più controversa delle nuove regole della finanza: di quanto maggior capitale e di quanta maggiore liquidità le banche debbano essere tenute a disporre in relazione all'attività che svolgono. Capitale, per assorbire le perdite derivanti da crediti non rimborsati; liquidità, per soddisfare clienti, depositanti o altri creditori che bussino a cassa.
Al di là dalle regole tecniche della finanza, sono in gioco la ripresa dell'economia e la concorrenza tra le grandi istituzioni finanziarie di diversi Paesi. La crisi ha dimostrato due cose. Primo, che le banche, se lasciate libere, non hanno la prudenza di tenere capitale e liquidità sufficienti a fronteggiare i tempi difficili; poiché liquidità e capitale sono denaro sottratto a impieghi più redditizi, dunque costano, il banchiere (spinto dagli azionisti, ed esso stesso pagato in azioni), cerca di tenerli al minimo sperando che i tempi difficili non vengano e forse confidando che, se verranno, pagherà Pantalone. Secondo, che i vigilanti, se lasciati liberi, vigilano poco: sono, sì, una tecnostruttura creata per correggere la mancanza di disciplina spontanea, ma si sono per anni rivelati proni al fascino del mercato libero e preoccupati, ciascuno— come il professore che non bocci nessuno — di attrarre le banche nel proprio paese anziché in altri. Si è dunque ormai d'accordo che, rispetto all'oggi e al recente passato, le banche debbano accrescere fortemente sia la liquidità sia il capitale, e che lo faranno solo se costrette da un obbligo formale.
Il dibattito è intorno al quanto, al quando e al come. È un dibattito di cui il lettore dei giornali non ha né la capacità né il bisogno di comprendere i tecnicismi, ma di cui può cogliere i nodi centrali, che sono economici e politici, non solo finanziari. I nodi possono essere illustrati, al pari di quasi tutte le questioni economiche, come problemi di bilanciamento tra esigenze contrastanti. Tutela del risparmio e crescita economica. La difficoltà di questo primo bilanciamento sta nella cosiddetta «calibrazione» dei nuovi coefficienti di capitale e di liquidità; ma sta, ancor più, in quella dei tempi accordati alla transizione. Per passare dagli attuali ai nuovi coefficienti, l'attività bancaria dovrà rallentare, tanto più bruscamente quanto più forte e rapido sarà l'adeguamento richiesto e quanto più difficile sarà procurarsi il capitale e la liquidità aggiuntivi: un complesso di circostanze che varia da banca a banca e da Paese a Paese.
Nella transizione le banche saranno indotte a razionare i prestiti alle famiglie e alle imprese; e poiché oggi l'economia di molti Paesi è già debole, alcuni temono che le nuove regole soffochino del tutto la ripresa produttiva, un altro e non meno pressante obiettivo della politica economica. Più breve sarà il tempo concesso per adeguarsi, più intensa sarà la gelata per l'economia. A regime, i risparmiatori saranno più al sicuro e le banche saranno meno vulnerabili a improvvise crisi di fiducia o a sbalzi delle quotazioni dei mercati finanziari; il prezzo della robustezza sarà una minore capacità di espandere rapidamente i prestiti. Tutto è poi complicato dal fatto che fra «transizione» e «regime» il nesso non sarà dato solo dalle regole, ma dal mercato stesso. Anche se le prime accorderanno tempi lunghi (si parla del 2018) è ben possibile che il secondo, il mercato, penalizzi subito banche che ritiene, magari a torto, troppo lontane dalla meta.
Non tutte le banche si troveranno nella stessa posizione. Peggio staranno quelle meno disposte o meno in grado di raccogliere nuovo capitale sul mercato: o perché non ne riscuotono la fiducia, o perché gli azionisti che le controllano non hanno mezzi per ricapitalizzarle essi stessi, o perché non vogliono attenuare il loro controllo rivolgendosi ad altri. Cooperazione e concorrenza internazionale. Il secondo bilanciamento è reso difficile dallo scontro tra la necessità di regole uniformi su scala globale e la forte concorrenza in atto tra Paesi, piazze finanziarie, sistemi bancari e finanziari. Intorno al tavolo di Basilea siedono amici-nemici, ben consapevoli che diverse modulazioni delle nuove regole possono favorire alcuni e sfavorire altri.
Un primo esempio: le banche che oggi temono meno il rafforzamento delle regole sono quelle che lo Stato ha ricapitalizzato; chi è sopravvissuto alla crisi per forza sua si sente doppiamente tradito, prima dal soccorso pubblico che ha salvato le avversarie, poi dal vantaggio che quel soccorso rappresenta rispetto alle nuove regole. Un secondo esempio: i paesi dove l'economia si finanzia più attraverso le banche che sui mercati (cioè secondo una formula di cui la crisi ha premiato la maggiore stabilità) si sentono ora penalizzati da una riforma il cui cardine principale è un irrigidimento delle regole imposte proprio alle banche, non ai mercati, o alle istituzioni finanziarie non bancarie. Un terzo esempio: il capitale e la liquidità che le banche sono tenute ad avere è la somma di quanto prescrive la regola meccanica (quella che ora si sta «calibrando» a Basilea) e del sovrappiù imposto discrezionalmente dal vigilante in funzione della situazione specifica di ogni banca. Poiché i criteri non sono coordinati internazionalmente, le banche dei paesi severi (come l'Italia o la Francia) temono ora di essere penalizzate rispetto a quelle dove vigilanti indulgenti non usano imporre il sovrappiù.
La crisi ha screditato sia le banche sia i vigilanti e ha fatto entrare in scena un terzo attore, che per lungo tempo era stato tenuto fuori gioco dalla complessità tecnica della materia, dal mito dell'infallibilità del mercato e dal principio di indipendenza delle autorità di controllo: il potere politico (governi, ministri, parlamenti). È stato questo a dover chiedere ai contribuenti di dare soldi per salvare le banche ed è questo che, fornendo alle banche mezzi per non fallire, ne è divenuto spesso il proprietario. Dovrà esser questo a dire l'ultima parola in novembre a Seul, quando si riunirà il G20.
08:57
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10/09/2010
Vivere senza denaro è possibile... Leggi la testimonianza di un uomo che c'è riuscito!!!
Mark Boyle, 31 anni, ha smesso di usare i soldi nel novembre 2008. Vive in un caravan parcheggiato in una fattoria alle porte di Bristol, dove fa volontariato tre volte alla settimana. La “casa” gli è stata fornita da Freecycle, un gruppo di “mutuo soccorso” fondato in Inghilterra da persone che si scambiano oggetti gratuitamente. Si nutre delle piante che coltiva, e produce elettricità con un pannello solare. Ha un telefono cellulare che utilizza solo per ricevere chiamate, e un notebook che si alimenta a energia solare.
Boyle, che è vegetariano da sei anni, nel 2007 ha fondato la Freeconomy, una comunità online che promuove la condivisione di abilità e proprietà, e che a oggi conta 17.000 iscritti. Ha anche pubblicato un libro, “The Moneyless Man: A Year of Freeconomic Living”.
«E’ iniziato tutto in un pub», ha dichiarato l'uomo in un'intervista rilasciata al Telegraph: «Ero con un amico e stavamo parlando dei vari problemi del mondo, come lo sfruttamento del lavoro, la distruzione ambientale, i test sugli animali, le guerre, l’impoverimento delle risorse energetiche. Ho capito che tutte queste piaghe erano in qualche modo connesse con il denaro. Così ho deciso di inizare a farne a meno. Ho venduto la mia casa a Bristol e ho lasciato il mio lavoro in un’azienda che produce cibo biologico. Poi - prosegue - ho steso una lista di tutte le cose che generalmente acquistavo e mi sono sforzato di trovare una via alternativa per procurarmi ciò di cui avevo bisogno. Al posto del dentifricio ad esempio uso un misto di ossi di seppia e semi di finocchio. Altre cose, come l’iPod, sono state semplicemente depennate: gli uccelli che vivono sugli alberi vicino al mio caravan sono diventati il mio nuovo iPod».
Naturalmente questo nuovo stile di vita richiede più tempo e maggiore sforzo per fare qualunque cosa: «Per lavare i miei vestiti a mano nell’acqua fredda, usando il detersivo che ricavo bollendo sulla stufa la frutta secca, arrivo a impiegare anche due ore, mentre con una normale lavatrice il bucato è fatto in non più di mezz’ora».
Questa avventura è nata come un esperimento di un anno, ma Boyle si trova talmente a suo agio con questa nuova vita che ha deciso di continuare. «Non mi sono mai sentito così in forma e felice. La mia famiglia all’inizio ha disapprovato totalmente questa scelta, ma adesso la supportano pienamente e vorrebbero quasi sperimentarla anche loro».
I problemi sorgono nell’approccio con le ragazze: non è facile corteggiare se non si hanno soldi. «Sono cresciuto nel Nord dell’Irlanda, dove è sinonimo di virilità e galanteria offrire la cena al primo appuntamento. Ma rimedio invitandole nel mio caravan: accendiamo il fuoco e gustiamo un’ottima cenetta fatta in casa». «Al momento però – ammette Boyle – sono single. Grazie al mio libro e al blog alcune donne sembrano iniziare a nutrire qualche interesse nei miei confronti. Certo, non sono un soggetto facile: vegetariano e per giunta squattrinato. Ma in tutta la Nazione ci sarà almeno una donna che la vede come me». Non gli resta che attendere e avere fiducia.
fonte: lastampa.it
09:58
Scritto da: spinsound2
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Vivere senza denaro è possibile... Leggi la testimonianza di un uomo che c'è riuscito!!!
Mark Boyle, 31 anni, ha smesso di usare i soldi nel novembre 2008. Vive in un caravan parcheggiato in una fattoria alle porte di Bristol, dove fa volontariato tre volte alla settimana. La “casa” gli è stata fornita da Freecycle, un gruppo di “mutuo soccorso” fondato in Inghilterra da persone che si scambiano oggetti gratuitamente. Si nutre delle piante che coltiva, e produce elettricità con un pannello solare. Ha un telefono cellulare che utilizza solo per ricevere chiamate, e un notebook che si alimenta a energia solare.
Boyle, che è vegetariano da sei anni, nel 2007 ha fondato la Freeconomy, una comunità online che promuove la condivisione di abilità e proprietà, e che a oggi conta 17.000 iscritti. Ha anche pubblicato un libro, “The Moneyless Man: A Year of Freeconomic Living”.
«E’ iniziato tutto in un pub», ha dichiarato l'uomo in un'intervista rilasciata al Telegraph: «Ero con un amico e stavamo parlando dei vari problemi del mondo, come lo sfruttamento del lavoro, la distruzione ambientale, i test sugli animali, le guerre, l’impoverimento delle risorse energetiche. Ho capito che tutte queste piaghe erano in qualche modo connesse con il denaro. Così ho deciso di inizare a farne a meno. Ho venduto la mia casa a Bristol e ho lasciato il mio lavoro in un’azienda che produce cibo biologico. Poi - prosegue - ho steso una lista di tutte le cose che generalmente acquistavo e mi sono sforzato di trovare una via alternativa per procurarmi ciò di cui avevo bisogno. Al posto del dentifricio ad esempio uso un misto di ossi di seppia e semi di finocchio. Altre cose, come l’iPod, sono state semplicemente depennate: gli uccelli che vivono sugli alberi vicino al mio caravan sono diventati il mio nuovo iPod».
Naturalmente questo nuovo stile di vita richiede più tempo e maggiore sforzo per fare qualunque cosa: «Per lavare i miei vestiti a mano nell’acqua fredda, usando il detersivo che ricavo bollendo sulla stufa la frutta secca, arrivo a impiegare anche due ore, mentre con una normale lavatrice il bucato è fatto in non più di mezz’ora».
Questa avventura è nata come un esperimento di un anno, ma Boyle si trova talmente a suo agio con questa nuova vita che ha deciso di continuare. «Non mi sono mai sentito così in forma e felice. La mia famiglia all’inizio ha disapprovato totalmente questa scelta, ma adesso la supportano pienamente e vorrebbero quasi sperimentarla anche loro».
I problemi sorgono nell’approccio con le ragazze: non è facile corteggiare se non si hanno soldi. «Sono cresciuto nel Nord dell’Irlanda, dove è sinonimo di virilità e galanteria offrire la cena al primo appuntamento. Ma rimedio invitandole nel mio caravan: accendiamo il fuoco e gustiamo un’ottima cenetta fatta in casa». «Al momento però – ammette Boyle – sono single. Grazie al mio libro e al blog alcune donne sembrano iniziare a nutrire qualche interesse nei miei confronti. Certo, non sono un soggetto facile: vegetariano e per giunta squattrinato. Ma in tutta la Nazione ci sarà almeno una donna che la vede come me». Non gli resta che attendere e avere fiducia.
fonte: lastampa.it
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09/09/2010
C'è un progetto politico contro i Lavoratori...
“C’è un progetto politico per ridurre le tutele di chi lavora”, dice l’Onorevole Damiano, Pd, ministro del lavoro del governo Prodi. Il ministro Giulio Tremonti, alla festa di Bergamo della Lega Nord, martedì sera ha dichiarato che “robe come la 626”, una legge sulla sicurezza sul posto di lavoro, “sono un lusso che non possiamo permetterci”.
Onorevole Damiano ma la 626 non è stata superata dal decreto legislativo del 2008? Quella di Tremonti è stata solo una gaffe?
Il ministro Tremonti farebbe bene a informarsi, ma certamente non si tratta di una gaffe. C’ è un progetto politico finalizzato a ridurre il ruolo dello Stato nella tutela del diritto alla salute delle persone che vivono del loro lavoro. Detto in modo diverso: in tutte le politiche sociali del lavoro la linea dell’attuale governo è quella della deresponsabilizzazione.
Facciamo un passo indietro. Cosa ne è stato della legge 626 sulla sicurezza?
Il decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico in materia di sicurezza sul lavoro, è entrato in vigore il 15 maggio 2008. I precedenti normativi storici risalgono al 1955-1956 e a seguire la 626 del 1994, che poi è stata assorbita dal Testo unico, così come il decreto legislativo 494/1996 riguardante i cantieri temporanei e mobili le cui disposizioni oggi rientrano nel titolo IV del 1981.
I critici dicono che il Testo unico è solo il frutto dell’emozione per i morti della Thyssen Krupp.
Rispondo ricordando che nel giungo del 2006, appena insediato Romano Prodi, nel decreto Bersani erano state inserite, tra le altre, norme per l’emersione del lavoro nero oltre ad un provvedimento di sospensione dei lavori nei cantieri edili in caso di impiego di personale in misura pari o superiore al 20 per cento del totale dei lavoratori regolarmente occupati. Inoltre era stato istituito l’obbligo della comunicazione il giorno antecedente a quello di instaurazione dei relativi rapporti di lavoro, per evitare il fenomeno diffuso delle registrazioni post-mortem. Fare un Testo unico, riunire 30 anni di legislazione in meno di due, ha qualcosa di miracoloso. E’ stato un grande sforzo di concertazione fra le parti.
Chi ha remato contro questa legge?
Con noi, allora, c’erano le parti sociali e Confindustria a scapito, forse, delle piccole imprese. In seguito però la stessa Confindustria, sostenuta dalle piccole imprese, ha fatto resistenza all’approvazione dei decreti attuativi che devono ancora rendere operativo il Testo unico.
Quindi cosa è cambiato?
Che il decreto legislativo giace incompiuto. Che nessuno si occupa degli oltre 40 decreti attuativi relativi al testo unico. E riguardo agli appalti, è stata tolta la norma della responsabilità solidale in capo al proprietario sui contributi, alleggerite le sanzioni e posticipato l’obbligo di presentare il documento di valutazione dei rischi (Vdr) indispensabile in ambito edilizio e chimico. E’ sparito l’obbligo della tenuta dei libri matricola e presenze.
Con quali effetti?
Tutti sanno che gli infortuni e le morti sul lavoro molto spesso si accompagnano a rapporti di lavoro irregolare. Sono scomparse anche le politiche “premiali” che dovevano favorire quelle imprese che riducevano la frequenza degli infortuni sul lavoro.
Nel giorno in cui sono morti altri due lavoratori il ministero del Lavoro e la presidenza della Repubblica promuovono una campagna pubblicitaria sulla sicurezza sul lavoro.
Gli spot dovrebbero essere preceduti da fatti concreti. Invece sembra che l’Italia oggi possa permettersi un ministro come Tremonti che, a giorni alterni, passa dal socialismo al neo-liberismo.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
08:44
Scritto da: spinsound2
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Ecco come il Governo riduce i diritti dei Lavoratori
L'attacco di Tremonti sulla legge 626 sulla sicurezza è solo l'ultimo episodio
Arbitrato. Il cosiddetto “collegato lavoro” prevede che al momento dell’assunzione i lavoratori si impegnino a ricorrere a un arbitro invece che al giudice in caso di controversie sul licenziamento. E questo comporta minori tutele, entrando in contrasto anche con la Costituzione, tanto che il Quirinale respinge la norma. Entro ottobre dovrebbe essere approvata di nuovo in una versione emendata e ammorbidita.
Dimissioni. Nel giugno 2008, appena insediato, il governo cancella la legge che aveva introdotto una serie di adempimenti burocratici necessari per evitare la brutta abitudine delle “dimissioni in bianco”. Cioè le lettere di dimissioni pre compilate che il datore di lavoro si fa consegnare dal dipendente per usarle, di fatto, come strumento per licenziare anche in assenza di giusta causa.
Ispettori. Nella prima versione della manovra finanziaria 2011-2012 si tagliano i rimborsi agli ispettori del lavoro che vanno in trasferta, che non potranno più usare la propria auto se non pagando di tasca propria. La norma viene ammorbidita quando il decreto della manovra viene convertito in legge.
Precari. Un decreto legge del giugno 2008 introduce nuove deroghe alla regola – già poco efficace – che prevede il limite massimo di 36 mesi per le proroghe dei contratti a termine. Si può derogare al limite anche a livello aziendale, cioè ognuno è libero di fare ciò che vuole.
Presenze. Sono stati cancellati libro paga e matricola e introdotto il libro unico del lavoro. Il nuovo libro unico aziendale, secondo i sindacati, comporta un indebolimento dell’attività ispettiva sia nel contrasto al lavoro nero, sia nella verifica della correttezza e regolarità dei rapporti di lavoro. Il libro può essere compilato entro la metà del mese successivo alla prestazione. Un vincolo che non impedisce la triste abitudine di far risultare assunti i lavoratori soltanto se subiscono incidenti o muoiono al lavoro.
Sanzioni. Nell’agosto 2009 viene abrogata una norma del Testo unico sulla sicurezza. Chi assume in modo irregolare più del 20 per cento del personale presente sul posto di lavoro o non rispetta la disciplina sui tempi di lavoro, sui riposi oppure quella sulla prevenzione degli infortuni, non rischia più la sospensione dell’attività imprenditoriale.
Staff leasing. La Finanziaria 2010 ha reintrodotto il contratto di Staff Leasing. Detto anche “somministrazione a tempo indeterminato” e il cui ambito applicativo è stato ampliato. Nello Staff Leasing il lavoratore rimane “a disposizione” del somministratore anche per i periodi in cui non svolge alcuna attività ricevendo in cambio una indennità di disponibilità.
Voce. Sempre nel collegato lavoro, viene introdotta una novità sui licenziamenti orali: spunta il limite di 60 giorni per impugnarli davanti al giudice. Il rischio è che così un’impresa licenzi il dipendente e, se questo protesta, trovi testimoni compiacenti pronti ad affermare che sono trascorsi almeno 61 giorni dal fatto. Così evita ogni conseguenza.
Fonte: ilfattoquotidiano.it
08:42
Scritto da: spinsound2
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| Tag: diritti lavoratori, governo, napolitano | OKNOtizie |
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Il silenzio sulla crescita economica....
«L’ Italia è uscita bene dalla crisi finanziaria ma male dalla recessione, con una perdita di prodotto ben maggiore che negli altri Paesi» (Luigi Spaventa, Repubblica, 31 agosto). Dieci anni fa eravamo intorno ai livelli della Germania (o superiori) per prodotto pro capite e produttività del lavoro. Oggi registriamo un arretramento di circa dieci punti sia rispetto alla Germania sia rispetto all’area dell’euro.
Il Governatore Draghi ha chiesto che l’Italia segua l’esempio della Germania, con riforme che la rendano più produttiva e competitiva.
La politica economica italiana, sotto la regia del ministro Tremonti, ha avuto il grande merito di permettere all’Italia di attraversare la crisi finanziaria con danni molto inferiori a quelli di altri Paesi, pur considerati meno fragili. D’altra parte, i risultati insoddisfacenti dell’economia reale sono anch’essi attribuibili, in parte, a carenze della politica economica.
Nel decennio considerato sono state fatte alcune riforme strutturali, ma evidentemente non sufficienti. Dall’inizio della crisi, inoltre, il governo ha optato per una linea di grande cautela finanziaria (limitati interventi anticiclici) e politica (minore priorità alle riforme). Era stato suggerito di effettuare qualche maggiore intervento di sostegno, associato però a un’accelerazione delle riforme per mostrare che l’Italia non intendeva certo tornare alla leggerezza finanziaria. È difficile dire quale strategia sarebbe stata la migliore. Certo, la linea seguita ha valorizzato — se così si può dire — la performance del ministro delle Finanze più che quella del ministro dell’Economia.
Ciò accresce i compiti e le responsabilità del ministro dello Sviluppo. Con una punta di paradosso, c’è da chiedersi se la situazione attuale — con il presidente del Consiglio che è anche ministro dello Sviluppo — non sia quella ottimale. Purché, naturalmente, ciò avvenga a titolo definitivo e non più ad interim.
Per l’economia e la società italiana la priorità della crescita è tale che un impegno strategico in prima persona del premier sarebbe non meno importante, per il Paese, di quello che egli riserva ad altri temi di cui è costretto a occuparsi, o ha scelto di farlo. Del resto, quando l’assoluta priorità era quella finanziaria, è accaduto che il capo del governo riservasse a sé anche il ministero del Tesoro.
Come è noto (o forse ignoto, dato che in Italia non ne parla nessuno), entro fine anno va sottoposto all’Unione europea il piano nazionale di riforme, nell’ambito della «strategia Ue 2020». È l’occasione per guardare al futuro e per mettere in campo politiche concrete per la crescita e la competitività, unica speranza per l’occupazione. Il ministro per le Politiche comunitarie ci sta lavorando. Ma dov’è la visione strategica del governo, dove sono le eventuali visioni alternative dei partiti di opposizione, dov’è un dibattito nel Paese su questa, che è la questione più importante per i nostri figli? Materia, mi pare, per il presidente del Consiglio.
E poi, al ministro per lo Sviluppo — coincida o meno con il premier — compete la politica industriale. Il presidente Napolitano ha detto: «Credo sia giunto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo, cioè secondo le coordinate dell’integrazione europea e in ossequio ai fondamenti della libera competizione e ai principi dell’economia di mercato». Speriamo che qualcuno se ne occupi, in modo coordinato con il piano nazionale delle riforme.
Fonte: corriere.it
08:37
Scritto da: spinsound2
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07/09/2010
Prestiti tra privati.... una truffa spaventosa corre sul Web!!! Fate attenzione.
Salve a tutti, mi rivolgo alle migliaia di persone disperate che cercano sul Web un prestito tra privati..... Beh, state molto attenti, girano migliaia di truffe di persone straniere che prima di "erogarti" il prestito chiedono una polizza fideiussioria anticipata, incassano i soldi e il prestito non arriva. Non fidatevi mai!!!!
Di seguito una mail in risposta ad un annuncio di prestito tra privati che ho trovato su Internet (l' Italiano ovviamente è burinese):
"ok vi spiego un po la pratica come funziona
sono specializzato nel settore dei prestiti
tutti sapiamo che in questo tempo di crisi globale in quale le banche non effettuano Più prestiti e mutui si cerca una "scappatoia" io ho trovato un nuovo sistema per offrire da privato prestiti e mutui senza richiedere garanzie da parte del cliente ma ben si effettuando una polizza fidejussoria per prestiti tra privati
la suddetta polizza subentra in caso il cliente non riuscisse a restituire il debito per qualsiasi motivo sia
ovviamente il costo della suddetta polizza che e da affrontare anticipata-mente e a carico del richiedente il prestito
il costo della polizza varia dalla soma richiesta
che variano a seconda del prestito richiesto
per la richiesta della polizza sono indispensabili i seguenti documenti ( carta d'identità , codice fiscale , una bolletta della luce o del gas , se si abita sotto affitto contratto di locazione e se si dispone di un reddito di mostrabile )
una volta effettuata la polizza assi-curativa , possiamo partire direttamente con la erogazione dell finanziamento
(nella maggior parte dei casi la polizza viene accettata anche se si ha problemi del tipo segnalazioni alla griff ecc. anche perché se si richiede un prestito da un privato vuol dire che si ha dei problemi con banche o istituti di credito)
se l'esito fosse affermativo bi sognerebbe procedere per il pagamento della polizza una volta pagata la polizza andiamo direttamente in banca e firmerete davanti all direttore della banca e in quella stasa giornata vi sarà erogato il finanziamento firmato al momento dell erogazione del prestito o mutuo
gli interessi che io richiedo variano in base alla portata del prestito richiesto dal cliente
per prestiti dai 10 ai 50 mila euro gli interessi che richiedo sono del 5,7% annuo
per prestiti superiori ai 50 mila euro gli interessi che richiedo sono del 5,4% annuo
la durata per la Restituzione del prestito varia in base alla portata del prestito richiesto
per un prestito dai 15 ai 30 mila euro il tempo massimo per la Restituzione e di 60 mesi
per un prestito dai 30 ai 50 mila euro il tempo massimo per la Restituzione e di 120 mesi
per un prestito superiore ai 50 mila euro il tempo massimo per la Restituzione e di 360 mesi
LA EROGAZIONE DELL.PRESTITO VIENE EROGATO IN 2 GIORNI LAVORATIVI "
Questi truffatori se le inventano tutte, ma la cosa peggiore è che c'è povera gente spinta dalla disperazione che ancora ci casca, così oltre SI anche SISSIGNORE e si ritrovano a sborsare denaro per una fideiussione inesistente e inservibile.
Cosa ne pensate?
09:05
Scritto da: spinsound2
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L' Euro ha spaccato L' Europa invece di unirla...
Anziché rendere i Paesi che partecipano all’Unione monetaria più simili l’uno all’altro, l’euro ha spaccato l’Europa. La Germania cresce, risparmia e accumula ricchezza che investe nel resto del mondo; il Sud langue, spende più di quanto non riesca a produrre e si indebita. Non si tratta solo di Grecia, Spagna e Portogallo. Nei dieci anni prima della crisi il reddito pro capite italiano è cresciuto un punto all’anno meno che in Germania; durante la crisi è caduto di oltre 6 punti, a fronte del -3,7 tedesco. Anche la nostra ripresa è più lenta: la produzione industriale tedesca è quasi tornata al livello pre crisi; in Italia rimane 15 punti più bassa.
Di questo passo la disoccupazione (soprattutto fra i più giovani) rimarrà elevata per molti anni. La mancanza di crescita si riflette nella difficoltà delle famiglie che non riescono più a risparmiare, almeno tanto quanto prima. In questo decennio il risparmio privato è sceso di 2 punti (dal 20 al 18% del reddito), mentre in Germania saliva dal 22 al 24,5%. Il risultato è che per la prima volta gli italiani cominciano a indebitarsi all’estero: quest’anno prenderemo a prestito circa 50 miliardi di euro. I tagli alla spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale (salita di 3 punti nel decennio, a fronte di -2 in Germania) non sono riusciti a ridurre il debito pubblico. Alla fine degli anni Novanta, grazie alle privatizzazioni, era sceso di dieci punti, ora è risalito di 18, più che in Germania. L’economia tedesca cresce perché più degli altri ha saputo approfittare dell’Europa. Gli studi di Dalia Marin, un’economista austriaca, dimostrano che le aziende tedesche hanno approfittato dell’allargamento a Est sfruttando il capitale umano dei nuovi Paesi membri.
I tedeschi non hanno trasferito in Romania la produzione di scarpe; hanno costruito, in Polonia e nella Repubblica Ceca, fabbriche di automobili e di macchine utensili con management tedesco e operai qualificati locali. La competitività dei prodotti tedeschi non dipende dalla compressione dei salari (che per un operaio cinquantenne sono del 50% circa più elevati dei nostri), ma dall’aumento della produttività reso possibile dalla riorganizzazione della produzione. Ma è anche la nostra debolezza ad aiutare l a competitività tedesca. Senza le difficoltà del Sud dell’Europa, in questi mesi l’euro si sarebbe rafforzato almeno quanto yen e franco svizzero: le esportazioni tedesche ne avrebbero sofferto. L’interesse della Germania è un Sud saldamente ancorato all’euro (e infatti Berlino ha pagato pur di evitare l’uscita della Grecia), ma debilitato, così da mantenere debole il cambio. La nostra bassa crescita non preoccupa i tedeschi: ormai i loro mercati sono Cina, India e Brasile. I nostri politici dovrebbero capire che quando non fanno quelle riforme che libererebbero l’economia aiutando la crescita, danneggiano le famiglie italiane e fanno un regalo a Berlino.
Eppure nell’ambito degli obiettivi europei per il 2020, come ricordava ieri Mario Monti, è di questo che dovrebbero occuparsi. Il presidente della Repubblica lamenta il ritardo nella nomina del ministro per lo Sviluppo. Mi dispiace contraddirlo. Abbiamo già un ministro per lo Sviluppo e la crescita: si chiama Antonio Catricalà, il presidente dell’Antitrust. Anziché rischiare un ministro che si inventi una nuova «politica industriale», meglio tradurre in leggi e regolamenti le segnalazioni che l’Antitrust invia a governo e Parlamento e che ormai nessuno nemmeno più legge. Che fine ha fatto il disegno di legge sulla concorrenza (benzina, commercio, farmaci, appalti) che il governo ha promesso?
08:37
Scritto da: spinsound2
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03/09/2010
Le bilance guaste ai danni dei risparmiatori....
Cosa pensereste, scoprendo nei reparti alimentari di diversi supermercati (Auchan, Carrefour ecc.) molte bilance guaste, che però pesano sempre a danno del cliente?
Ebbene, qualcosa di analogo capita da decenni col giornalismo economico italiano (Sole 24 Ore, il Mondo, Milano Finanza, Corriere della Sera ecc.). Troppi sono i confronti sbilenchi, i dati sbagliati, i titoli ingannevoli ecc. Troppi e soprattutto regolarmente a favore delle banche, del risparmio gestito, della previdenza integrativa ecc. Insomma, errori ripetuti, ma sempre a svantaggio dei risparmiatori.
Coi miei libri ho denunciato centinaia di casi, scelti fra le migliaia di esempi archiviati. Ma la situazione non è migliorata. Si veda infatti il servizio di copertina del Mondo del 20-8-2010 dedicato ai risparmi degli italiani: “Il tesoretto” di Leo Campagna e Daniela Stigliano. A pag. 11 spicca il titolo di un grafico che suona come un consiglio per gli acquisti: “Meglio i fondi comuni”:
Ebbene il consiglio, oltre che deleterio in sé, è in piena contraddizione col grafico stesso. Osservando con attenzione le due linee, una verdastra e l’altra giallo-verde, si scopre il contrario: “Peggio i fondi comuni”.
Del tutto fantasiosa poi la conclusione dell’articolo, secondo cui “l’indice dei fondi comuni si è comportato meglio rispetto al giardinetto finanziario degli italiani dal 2005 a oggi”. Manca ogni dato a suffragio di tale affermazione, smentita da ogni ricerca seria (per es. quella di Mediobanca) e degna di un prospetto pubblicitario. Ma perché i giornalisti economici italiani sono così ciecamente innamorati del risparmio gestito?
Non è meglio il numero di Economy della stessa settimana (25-8-2010) con l’intera pagina 68 dedicata a un grafico strampalato, in forza del quale Ginevra Ghiglione proclama entusiasta: “Borsa batte obbligazioni 208 a 107”.
Ma bella forza, è stata scelta l’azione italiana salita più (Marcolin), quasi invisibile nella frana di una Borsa scesa mediamente del 17,9%. Tanto valeva prendere a riferimento un biglietto fortunato e scrivere “Gratta & Vinci batte la Borsa 50.000 a 208”, ignorando la stragrande maggioranza di quelli perdenti.
Fuorviante è comunque già il titolo stesso del grafico “L’azienda Italia rende di più in Borsa”, a fronte di un andamento pesantemente negativo. La diagnosi è quindi semplice: l’autrice è affetta dalla stessa cieca infatuazione filo-azionaria dei suoi colleghi del Corriere della Sera.
08:16
Scritto da: spinsound2
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