30/06/2010

Il governo alza l’età pensionabile delle donne.... Bankitalia avverte: con la manovra meno crescita

È un circolo vizioso: il governo taglia la spesa pubblica per rispettare il rapporto deficit/pil, cioè cerca di ridurre il deficit. Ma così facendo finisce per ridurre i soldi in tasca ai consumatori, e quindi la crescita del pil. Dunque serviranno altri interventi per ridurre il deficit. Lo ha esplicitato ieri il responsabile dell’Ufficio studi della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, in un’audizione al Senato sulla manovra finanziaria: “A parità di tutte le altre condizioni nel biennio 2011-2012 la manovra potrebbe cumulativamente ridurre la crescita del pil di poco più di mezzo punto percentuale attraverso una compressione dei consumi e degli investimenti”. La logica conseguenza, conclude Rossi, è che “potrebbero essere necessari ulteriori interventi qualora si presentasse uno scenario più sfavorevole”.

LA CRESCITA. Proviamo a fare due conti partendo dalle stime di crescita del governo. Secondo la Ruef, la relazione sulla finanza pubblica che è l’ultimo documento ufficiale sullo stato dell’economia, l’Italia dovrebbe crescere del 1,5 per cento nel 2011 e del 2 per cento nel 2012. Questo significa una crescita complessiva del 3,53 per cento nel biennio. Ma visto che la manovra rallenta l’economia, la crescita sarà più bassa di mezzo punto. E quindi, se ha ragione Bankitalia, ci sarà uno 0,3 per cento di deficit in più a fine 2012 (che stando alle stime molto ottimistiche del governo implicherebbe un deficit complessivo del tre per cento invece che del 2,7 per cento del pil). Conseguenza: se il governo vuole rispettare gli obiettivi di finanza pubblica concordati con Bruxelles, dovrà tagliare ancora la spesa. E forse di parecchio visto che dal lato delle entrate ci sono molte incertezze. Avverte sempre Rossi: “Le stime riguardanti gli effetti dell’azione di contrasto dell’evasione presentano molti elementi di incertezza”, cioè non è affatto detto che il gettito che deriverà dall’aumento dei poteri dei comuni nella riscossione e dell’Agenzia delle entrate sia quello previsto. Anche la Corte dei conti è d’accordo con Bankitalia: “L'impulso fornito dalla manovra alla crescita sarà, come primo impatto, di segno restrittivo”, ma non si sbilancia a calcolare di quanto. Il presidente Tullio Lazzaro, nell'audizione in Senato sulla manovra, ricorda poi che i tentativi di ridurre la spesa “negli anni passati non hanno dato i risultati attesi” e si sono rivelati spesso soltanto “slittamenti nel tempo dei pagamenti che hanno creato difficolta' alle ditte fornitrici”.

LE PENSIONI. Anche per questo – oltre che per rispettare il divieto europeo di discriminare tra i sessi – che il consiglio di ministri ha approvato ieri l’aumento dell’età pensionabile delle donne impiegate nel settore pubblico da 60 a 65 anni. Secondo le prime stime, che ha diffuso ieri il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, l’effetto dell’aumento dell’età della pensione di vecchiaia per le statali sarà “di 1,45 miliardi di euro in dieci anni, da oggi al 2019”. Anche qui, però, si rischia l’effetto collaterale: se si alza l’età per le pensioni di vecchiaia, chi ha abbastanza contributi per accedere alla pensione di anzianità (contributiva) può decidere di lasciare il lavoro prima del previsto. E quindi l’effetto netto sugli istituti di previdenza potrebbe essere negativo. I soldi risparmiati sulle pensioni – se risparmi ci saranno – andranno in un fondo per sostenere la famiglia, dice il governo, e non a ridurre il debito.

Il ministro Renato Brunetta è poi riuscito a far approvare al consiglio dei ministri il tetto a 311mila euro per gli stipendi di alcuni manager pubblici. Ma da due anni il governo annuncia questa misura che poi ha sempre finito per prevedere talmente tante eccezioni da risultare svuotata. Anche in questa versione i dirigenti coinvolti sarebbero meno di 300, nessuno dei quali di primo piano.

Da il Fatto Quotidiano dell'11 giugno

 

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I Capponi di Berlusconi... Dopo le dichiarazioni di Berlusca a Toronto ci si è accapponata la pelle!!!!

Ci si è accapponata la pelle!
Copia ed incolla per chi, debole d’orecchio, non avesse ancora sentito le dichiarazioni di Berlusconi da Toronto a proposito della stangata che intende appioppare alla Regioni.
TORONTO - Le regioni sono avvertite: devono capire che "dovremo rassegnarci a diminuire le spese, a ridurre le uscite al livello delle entrate". Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa che ha chiuso a notte fonda il vertice del G20 di Toronto, manda un messaggio esplicito ai governatori che minacciavano, nei giorni scorsi, di restituire le deleghe. "Abbiamo messo gli occhi dentro l'amministrazione dello Stato, le regioni, le province e i comuni e ci si è accapponata la pelle", ha detto il premier parlando a fianco di Giulio Tremonti, "è chiaro che chi ha la responsabilità di governare le regioni difenda lo status quo, perchè molto spesso si tratta di abolire enti, il che vuol dire persone che si devono cercare un altro lavoro. E' sempre difficile e doloroso. Ma non si può andare avanti così a sprecare i soldi dei cittadini".
Un solo commento: come mai lui e Tremonti dopo quasi quindici anni ininterrotti di governo si sono accorti solo adesso che il deficit è tale da far accapponare la pelle? Una spiegazione c’è ed è molto semplice. Impegnati da sempre a fare le leggi ad personam per il premier, al solo scopo di non farlo finire con gli schiavettoni ai polsi, non hanno avuto il tempo di interessarsi del destino di regioni, comuni, province, di dove stavano andando e …….della sorte degli italiani. Adesso che è troppo tardi, l’Italia non potrà mai più risollevarsi, con il deficit alle stelle, il Cavaliere chiama i suoi fans, i suoi elettori ai grandi sacrifici. Ho la sensazione che troverà duro, molto duro! Saluti enzo

 

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La necessità di un colpo d'ala...Parlare di crisi finale di Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato.

Parlare di crisi finale di Berlusconi e del berlusconismo è senz’altro azzardato. Niente lascia credere, infatti, che se tra sei mesi ci fossero le elezioni politiche il Cavaliere non riuscirebbe per l’ennesima volta a riportare la vittoria. In un modo quale che sia, ricorrendo alle offerte elettorali più irreali, radunando le forze più diverse, gli uomini (e le donne) più improbabili, ma chi può dire che non ci riuscirebbe?

Se però il futuro appare incerto, il presente invece non lo è per nulla. Dopo due anni alla testa di un’enorme maggioranza parlamentare il governo Berlusconi può vantare, al di là della gestione positiva della crisi economica, un elenco di risultati che dire insoddisfacente è dire poco. Inauguratosi con l’operazione «Napoli pulita» esso si trova oggi davanti ad un’altra capitale del Mezzogiorno, Palermo, coperta di rifiuti, ridotta ad un cumulo d’immondizia, mentre l’uomo del miracolo precedente e dell’emergenza terremoto, Bertolaso, è assediato dalle inchieste giudiziarie.
Il simbolo di un fallimento non potrebbe essere più evidente. Ma c’è ben altro. C’è l’elenco lunghissimo delle promesse non mantenute: elenco che la difficile situazione economica e i grandi successi nella lotta al crimine organizzato non sono certo in grado di compensare. C’è la riforma della giustizia con la separazione delle carriere dei magistrati ancora di là da venire; ci sono le liberalizzazioni (a cominciare da quella degli ordini professionali) di cui non si è vista traccia; c’è il piano casa e delle grandi infrastrutture pubbliche a tutt’oggi sulla carta; la costruzione dei termovalorizzatori, idem.
La promessa semplificazione delle norme e delle procedure amministrative è rimasta in gran parte una promessa; la riforma universitaria ha ancora davanti a sé un iter parlamentare lunghissimo e quanto mai incerto; delle norme sulle intercettazioni meglio non dire; e infine pesa sull’Italia come prima, come sempre, la vergogna della pressione e insieme dell’evasione fiscali più alte del continente.

Una tale inadempienza programmatica è il risultato in buona parte dell’incapacità di leadership da parte del premier. Nel merito dei problemi che non lo riguardano in prima persona Berlusconi, infatti, continua troppo spesso ad apparire incerto, assente, più incline ai colpi di teatro, alle dichiarazioni mirabolanti ma senza seguito, che ad una fattiva operosità d’uomo di governo. In questa situazione lo stesso controllo che egli dovrebbe esercitare sul proprio schieramento è diventato sempre più aleatorio. Benché con modi e scopi diversi Fini, Bossi e Tremonti dimostrano, infatti, di avere ormai guadagnato su di lui una fortissima capacità di condizionamento. Riguardo le cose da fare ne risulta la paralisi o il marasma più contraddittorio.

Anziché governare le decisioni, il presidente del Consiglio sembra galleggiare sul mare senza fine delle diatribe interne al suo schieramento. E nel frattempo dalla cerchia dei fedelissimi, dove pure qualche intelligenza e qualche personalità autonoma esiste, continua a non venire mai alcun discorso d’ordine generale, continua a non venire mai nulla che abbia il tono alto e forte della politica vera. Il silenzio del Pdl che non si riconosce in Fini è impressionante. Ad occupare il proscenio rimangono così, oltre l’eterno conflitto d’interessi del premier, solo i ministri ridicoli (Scajola) o impresentabili (Brancher), il giro degli avidi vegliardi delle Authority, le inutili intolleranze verso gli avversari. Dov’è finita la rivoluzione liberale di cui il Paese ha bisogno?

 

Fonte: Corriere.it

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29/06/2010

Quei soldi maledetti

L’ultima stima di qualche anno fa che ho sott’occhio contabilizza il Pil, il Prodotto interno lordo, del mondo in 54 trilioni di dollari, mentre gli attivi finanziari globali risultano quattro volte tanto, di addirittura 240 trilioni di dollari. Oggi, con i derivati e altre furbate del genere, questa sproporzione è ancora cresciuta di chissà quanto. E questa sproporzione non solo è di per sé malsana ma modifica la nozione stessa di sistema economico, di economia.

Semplificando al massimo, da un lato abbiamo una economia produttiva che produce beni, che crea «cose», e i servizi richiesti da questo produrre, e dall’altro lato abbiamo una economia finanziaria essenzialmente cartacea fondata su vorticose compravendite di pezzi di carta. Questa economia cartacea non è da condannare perché tale, e nessuno nega che debba esistere.
Il problema è la sproporzione; una sproporzione che trasforma l’economia finanziaria in un gigantesco parassita speculativo la cui mira è soltanto di «fare soldi », di arricchirsi presto e molto, a volte nello spazio di un secondo. Gli economisti «classici » facevano capo all'economia produttiva; oggi i giovani sono passati in massa all’economia finanziaria. È lì, hanno capito, che si fanno i soldi, ed è in quel contesto che l’economia come disciplina che dovrebbe prevedere, e perciò stesso prevenire e bloccare gli errori, si trasforma in una miriade dispersa di economisti «complici» che partecipano anch’essi alla pacchia.

È chiaro che in futuro tutta la materia dell’economia finanziaria dovrà essere rigorosamente regolata e controllata. Ma anche l’economia produttiva si deve riorientare e deve cominciare a includere nei propri conti le cosiddette esternalità. Per esempio, chi inquina l’aria, l’acqua, il suolo, deve pagare. Vale a dire, tutto il sistema di incentivi va modificato. La dissennata esplosione demografica degli ultimi decenni mette a nudo che la terra è troppo piccola per una popolazione che è troppo grande.

Ma anche su questa sproporzione gli economisti non hanno battuto ciglio. Anzi, per loro stiamo andando di bene in meglio, perché tanti più bambini tanti più consumatori e tanti più soldi. Il loro «far finta di non ricevere», di non vedere, è così clamoroso da indurre Mario Pirani a chiedersi (su Repubblica) se gli economisti abitino sulla terra o sulla luna. Io direi su una luna che è due volte più grande della terra. Ma qui cedo la parola a Serge Latouche, professore alla Università di Parigi, economista eretico ma anche lungimirante. Latouche ha calcolato che lo spazio «bioproduttivo » (utile, utilizzabile) del pianeta Terra è di 12 miliardi di ettari. Divisa per la popolazione mondiale attuale questa superficie assegna 1,8 ettari a persona. Invece lo spazio bioproduttivo attualmente consumato pro capite è già, in media, di 2,2 ettari.
E questa media nasconde disparità enormi. Se tutti vivessero come i francesi ci vorrebbero tre pianeti; e se tutti vivessero come gli americani ce ne vorrebbero sei. La morale di questa storia è che già da troppo tempo siamo infognati in uno sviluppo non-sostenibile, e che dobbiamo perciò fare marcia indietro. Latouche la chiama «decrescita serena». Serena o no, il punto è che la crescita continua, infinita, non è obbligatoria. Oramai è soltanto suicida.

Fonte: Corriere.it

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11:01 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: prestiti | OKNOtizie |  Facebook

28/06/2010

Ci salveranno i Cinesi.... Ma vi rendete conto? Assurdo!!!

Tremonti scopre il feeling con la Cina perché Pechino investe nel debito italiano


Dio benedica la Cina e il suo capitalismo a corto di democrazia, ma non di denari. Da nemico pubblico numero uno, buono per gli slogan più beceri della base leghista e le macrovisioni geopolitiche di Giulio Tremonti a silenziosi partner. Niente più polemiche. Niente più insulti. Anche la Chinatown di via Sarpi (Milano) o dell'Esquilino hanno smesso di preoccupare. Una volta a Roma perfino i tassisti malignavano su tutti “'sti cinesi amici di D'Alema”.Oggi sono amici di Tremonti?

Il viaggio del ministro dell’Economia a Pechino, con tanto di lezione alla scuola quadri del Partito comunista ha sollevato qualche domanda. E’ lo stesso ministro che si vantava (nel libro Rischi fatali del 2005) di essere stato "il primo politico occidentale" a individuare nella Cina "non solo una fantastica opportunità" ma anche "una incombente drammatica negatività". Che i rapporti siano sempre più stretti lo dimostra anche la visita imminente dei dirigenti del Cic, il China Investment Corporation, opaco fondo sovrano (cioè che gestisce per conto del governo i surplus del bilancio cinese) che arriverà in Italia per trattare accordi con la Cassa depositi e prestiti, braccio operativo della politica economica tremontiana.E non può essere una coincidenza che circolino voci – poi smentite – dell’interesse di un’azienda cinese per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imerese.

SHOPPING. La spiegazione della metamorfosi circola da settimane nei corridoi delle banche che si occupano di collocare sui mercati internazionali il debito dello Stato italiano: i cinesi hanno cominciato a comprare sempre più Bot e Btp, garantendo il successo delle aste e una domanda tale da mantenere bassi i rendimenti (cioè il costo dell’indebitamento per lo Stato). Racconta un banchiere di una grossa banca statunitense che partecipa alle aste del Tesoro italiano: "Per muovere il mercato in senso favorevole non bisogna neanche comprare moltissimo. Basta un grosso ordine da un investitore che potenzialmente può comprare ancora per aiutare a dare la direzione giusta".

Visto il loro peso specifico, le mosse dei cinesi hanno un impatto forte: “Se i grossi investitori sono anche istituzionali e cinesi, e questi ultimi sono molto liquidi anche perché stanno si spostando sempre più dal dollaro all’euro gli altri trader poi hanno paura di vendere e naturalmente il mercato sale o regge i livelli". Con la riservatezza tipica del settore, quindi sotto garanzia di anonimato, anche altri banker confermano. "Il crescente interesse di clienti cinesi per i vostri titoli si è registrato in modo visibile già a marzo e aprile. E ancora a ottobre, durante l'ultima asta del Btp a 30 anni, si sono visti movimenti in crescita da Pechino", dice un altro banchiere d’affari straniero, specializzato sul debito pubblico Sud Europa. "Grossi ordini da investitori cinesi hanno ‘incoraggiato’ la domanda di Btp", rivela un terzo banchiere da Londra, più laconico ma sicuro nell’indicare un fenomeno nuovo "e che andrà sicuramente crescendo nel 2010, quando l’Italia dovrà collocare oltre 150 miliardi di titoli".

I cinesi hanno molta liquidità da investire e sono molto attivi sui mercati, anche per la loro politica monetaria di cambio fisso tra yuan e dollaro. E quindi, spiega un banchiere italiano che ha lavorato a lungo per banche tedesche: “Possono decidere di comprare quello che vogliono. Comprano titoli americani per sostenere il debito (e il consumo) in quel paese. Comprano titoli in euro e commodities per differenziare i loro investimenti”.

IL TESORO. Trovare conferme dal ministero di via XX Settembre non è facile. Nelle aste normali dei titoli di Stato gli acquirenti sono anonimi, almeno in una prima fase, e anche quanto l’identità diventa pubblica si tratta comunque di intermediari. E il Tesoro non è troppo interessato a sapere dove finisce il debito. Qualche informazione in più è disponibile sui collocamenti di titoli particolari, per i quali il ministero si rivolge a un "sindacato di collocamento", di solito composto da cinque banche, che si occupa di sondare il mercato di piazzare poi l’emissione.

E spesso il sindacato comunica anche indicazioni sulla provenienza geografica degli acquirenti. Nel 2009 ci sono state tre operazioni di questo tipo e tre comunicati che si limitano a dire: "Non è mancata anche la presenza di investitori residenti in Asia e negli Usa". Il grosso viene comunque piazzato in Europa. A fine 2008, dice la Banca d’Italia, su 1,3 miliardi di debiti del settore pubblico 742 milioni erano in mano a investitori fuori dall’Italia. Ma nel 2009, si legge in una tabella dell’ultimo bollettino di Bankitalia, i titoli di Stato in mano straniera ha subito un deciso aumento. Un funzionario di alto livello del ministero non si sbilancia sul nuovo feeling con i cinesi e sul loro attivismo, ma dice: "Credo di poter dire che assistiamo a un aumento della componente asiatica, ma si tratta di un’informazione soltanto qualitativa".

E forse alludeva a questo Tremonti, quando ai giovani quadri del Partito comunista cinese ha citato Karl Marx: "All'antica indipendenza nazionale si sovrapporrà una interdipendenza globale". E pensare che sono passati soltanto quattro anni da quando, in Rischi fatali, il ministro denunciava: "E’ il resto del mondo, soprattutto la Cina, che sfrutta la debolezza dell'Europa. La colpa non è della Cina. La colpa è dell'Europa".

Fonte: antefatto.ilcannocchiale.it

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Economia illegale, cresce lo schifo!!!

In economia l’illegalità è un sistema che assume due volti, quello della mafia e della corruzione, spesso intrecciate fra loro o addirittura, per vari profili, sovrapposte.

La drammatica realtà delle mafie, oggi, è che esse hanno costruito una vera e propria “economia parallela” che pian piano risucchia nel suo vortice commerci, imprese e forze economiche sane. Legalità e osservanza delle regole faticano sempre di più a resistere a fronte della forza criminale di chi impiega – sistematicamente – forme di persuasione, condizionamento o minaccia (invisibili o violente, con modulazione a seconda dei casi).

Così l’economia illegale inesorabilmente avanza e si espande, come una melma che si insinua dovunque e cerca di impadronirsi di tutto. Libero mercato e concorrenza rischiano di ridursi a simulacri, scatole vuote, meccanismi arrugginiti che facilitano il massiccio inquinamento dell’economia pulita ad opera di quella illegale. Analoga e non meno drammatica è la realtà della corruzione. Una piaga che nel nostro paese arriva a costare tra i 50 e 60 milioni di euro all’anno, spalmati su tutti i cittadini, ciascuno dei quali (neonati compresi) paga una tassa annuale di 1.000 euro (sono dati ufficiali, elaborati qualche tempo fa dal Servizio anticorruzione e trasparenza che opera presso il dipartimento della Funzione pubblica, e ribaditi in questi giorni dalla Corte dei Conti, che ha parlato di un “tumore maligno”).

Ma quel che ancor più preoccupa – di questa situazione immonda – è l’impatto sul piano dell’immagine e della fiducia. Un costo non monetizzabile ma pesantissimo, che ostacola gli investimenti, uccide la fiducia nelle istituzioni, ruba la speranza nel futuro alle imprese che vogliano rimanere oneste.

Un costo che diviene iperbolico ed esiziale quando, all’ombra delle emergenze dilatate oltre ogni logica e reale necessità, si annullano di fatto regole e controlli, creando uno “stato di eccezione” che si sottrae a ogni disposizione vigente e perciò produce spazi entro cui la corruzione (basta leggere le inquietanti cronache di questi giorni per convincersene) può insinuarsi comodamente: con alterazioni genetiche – proprio come accade con la mafia che si fa impresa economica – del mercato e della concorrenza.

Altro profilo che la corruzione ha in comune con la mafia è il carattere sistemico: evidentissimo per la mafia (che imperversa da almeno un paio di secoli), ma altrettanto evidente per la corruzione, che in Italia ha raggiunto livelli (evidenziati una ventina d’anni fa da Tangentopoli, ma rimasti inalterati – si direbbe - anche in seguito) che sono incompatibili con la tesi rassicurante del bubbone che si manifesta su di un tessuto sostanzialmente sano: mentre in verità si tratta di una metastasi cronica che impesta, appunto, l’intiero sistema. Il riduzionismo (che spesso diventa negazionismo) è un altro tratto che accomuna mafia e corruzione. La mafia, al più, viene presentata come un problema di mero ordine pubblico, meritevole di attenzione soltanto quando sono messe in atto strategie sanguinarie: con irresistibile tendenza a dimenticarne la straordinaria capacità di condizionamento che ha trasformato un’associazione criminale in un vero e proprio sistema di potere criminale.

Come potere economico, si vuol far credere che la mafia non sia poi un gran problema, perché “pecunia non olet”, “l’economia non si governa coi pater noster” e via salmodiando al ribasso.

Non diversamente, la corruzione è opera di mariuoli, mele marce, cani sciolti: miopi sottovalutazioni o peggio letture strumentali, poste in essere nel tentativo (che la logica dovrebbe vanificare, ma che la disponibilità di certi Maître à penser alimenta) di ridurre il fenomeno sistemico ad una serie di episodi scollegati, dovuti più che altro alla protervia di singoli individui. Infine, l’economia illegale (sia nella versione mafia sia nella variante corruzione) si presenta spesso – purtroppo – come vincente, a fronte di uno Stato che di frequente dà l’impressione di rinunziare a combattere (o di non combattere con sufficiente energia) una battaglia che si potrebbe invece sostenere e vincere. La mancanza di azioni positive e convincenti da parte di chi dovrebbe offrire il buon esempio finisce pure per determinare un affievolimento dell’impegno civile e morale.

Fatti che dovrebbero scatenare reazioni indignate scivolano via senza conseguenze, come se fossero “normali”. L’assuefazione sostituisce la giusta tensione, sia rispetto all’illegalità in generale sia rispetto a mafia e corruzione in particolare. Così i portafogli dei mafiosi, dei corrotti, dei corruttori e dei loro complici si gonfiano sempre di più, con effetti devastanti sullo sviluppo economico del paese e ingenti danni sugli inermi cittadini.

 

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08:29 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: economia, prestiti, mutui | OKNOtizie |  Facebook

25/06/2010

Se son tasse fioriranno.....

"Riduzione delle tasse nel 2010? Questa frase dal presidente non è mai stata pronunciata".
Così Paolo Bonaiuti, il portavoce del presidente del Consiglio, smentiva una frase attribuita a Silvio Berlusconi nel giorno dell’Epifania. Era solo questione di tempo, però, prima che Berlusconi smentisse la smentita.

In un’intervistina a Repubblica (!), piazzata con understatement a  pagina 11 , Berlusconi dice: "Ci sono delle emergenze. Come la riforma tributaria, la riforma della giustizia e la riforma istituzionale". Poi aggiunge: "Con Tremonti stiamo studiando una riforma tributaria, un progetto che avevamo indicato già nel 1994".

E infatti, per il momento, il "grande dibattito" auspicato dal ministro dell’Economia si declina nella pubblicazione sul sito Internet del ministero delle Finanze, in bella vista sulla homepage, del "libro bianco" sulla riforma fiscale del 1994, firmato Tremonti. Un reperto archeologico di politica tributaria che risale ai tempi in cui Berlusconi prometteva la "rivoluzione liberale" con il miraggio delle due sole aliquote sull’Irpef, sognando le flat tax anglosassoni.

Ovviamente la rivoluzione non si è mai realizzata e i liberisti come Antonio Martino che all’epoca si erano lasciati sedurre dal berlusconismo thatcheriano ora sono disillusi e ai margini. Ma il governo, conferma Berlusconi, vuole riprovarci. Il problema è sempre lo stesso: dove sono i soldi per ridurre le tasse? Una questione delicata, soprattutto adesso che le entrate sono in calo per la recessione (e forse pure per l’evasione) e che, come ricorda lo stesso Tremonti, l’aumento del debito pubblico si traduce in una "tassa" da otto miliardi all’anno per gli interessi.

Neppure all’Università di Chicago citano più la curva di Laffer – se tagli le tasse il gettito sale perché l’economia cresce e i contribuenti le pagano più volentieri – quindi lo slancio riformatore di Berlusconi e Tremonti rischia di esaurirsi in fretta. Per quel poco che si può intravedere dietro le anticipazioni di Tremonti, gli scenari possibili sono due.

Primo: l’introduzione di un modello "bonus-malus" che riduce le tasse a qualcuno e le alza a qualcun altro giudicato meno meritevole lasciando praticamente invariato il gettito. Servirebbe a incentivare la green economy e a penalizzare i settori poco graditi (come le banche o i petrolieri) e a vantare il successo di una riforma.

Seconda ipotesi, più probabile: il gettito che entrerà in cassa con la proroga dello scudo fiscale (da dicembre ad aprile) verrà speso per un intervento una tantum, magari a ridosso delle regionali. Non sarà una riforma, ma è il massimo che Berlusconi e Tremonti si possono permettere.

 

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16:20 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: tasse, berlusconi, tremonti | OKNOtizie |  Facebook

Ai limiti dell'usura, ma in via Colombo 271 [Equitalia] cantano vittoria

Un agente della riscossione esoso, ingordo, punitivo, che castiga ritardi e distrazioni con comportamenti ai limiti dell’usura. Così appare Equitalia nel servizio di Report andato in onda domenica su Raitre. Così giudicano la società di riscossione molti cittadini che ritengono di essere diventati vittime di un meccanismo inesorabile. Tra questi, il programma di Milena Gabanelli citava il professor Marco Revelli, che ha raccontato all’autrice dell’inchiesta su Equitalia, Giovanna Boursier, di aver avuto la casa ipotecata per un debito di 700 euro (qualche multa non pagata, per aver vissuto un anno all’estero).

Il costituzionalista Michele Ainis, invece, la sua disavventura l’ha raccontata sul Sole 24 ore. "Una storia d’abusi e soprusi. Una vicenda di tasse occulte. Un viaggio nel girone dantesco della burocrazia fiscale. Squilla il cellulare e una funzionaria della banca mi dice: 'Professore, per quella pratica di fido ci siamo dovuti fermare. Lei ha un’ipoteca sulla casa. Un’ipoteca legale'. Per un attimo mi manca il fiato in gola. Poi chiedo: 'Da quando? E chi l’avrebbe iscritta?' 'Equitalia. Venga in banca, ne parliamo di persona'". Continua Ainis: "Per gli italiani Equitalia è un po’ come la Spectre, un’organizzazione invisibile e implacabile; ma senza James Bond a difenderci dalle sue trappole infernali".

Prendi una multa. Te ne dimentichi. Anni dopo ti ritrovi un’ipoteca sull’immobile di proprietà per una cifra colossale rispetto all’ammontare originario del debito. Racconta Ainis: "Mi presento in via Colombo, a Roma, numero civico 271. Informazioni, è di quelle che ho bisogno. Mentre tutti gli altri sportelli chiudono alle 13 e 30, la fila per le informazioni era bloccata già alle 11, dieci minuti fa. Per forza, è su questa fila che c’è ressa. La maggior parte di noialtri è come il protagonista del Processo di Kafka, non sappiamo nulla del capo d’imputazione che ci pende sulle spalle".

Così, per otto multe mai ricevute oppure contestate e una tassa sui rifiuti non pagata, è stata iscritta ipoteca per oltre 6 mila euro. Senz’altra via d’uscita che pagare: "Per cancellare l’ipoteca devo prima estinguere il debito o in alternativa aspettare per qualche secolo le risposte giudiziarie".
Equitalia nasce nel 2006. È una società per azioni a totale capitale pubblico: 51 per cento dell’Agenzia delle entrate e 49 per cento dell’Inps. Suo compito, riscuotere i tributi. Prima ci pensavano una quarantina di soggetti privati, banche o esattori spesso discussi (come, in Sicilia, i cugini Salvo, legati a Cosa nostra). Con Equitalia, la riscossione è tornata in mano pubblica. Suo compito istituzionale è "quello di contribuire a realizzare una maggiore equità fiscale". Ci riesce? Dal palazzo romano di via Cristoforo Colombo dicono di sì. Allineano i risultati positivi: 7,7 miliardi di euro riscossi nel 2009, più 10 per cento rispetto all’anno precedente, ma soprattutto più del doppio di quanto riuscivano a portare a casa gli esattori privati, che nel 2005 (ultimo anno prima della nascita di Equitalia) avevano incassato non più di 3,8 miliardi di euro. Certo, pagare le tasse non piace a nessuno e per farle pagare è necessario ricorrere a strumenti come i fermi amministrativi delle auto (96 mila nel 2009) o le ipoteche sugli immobili (180 mila). Ma queste arrivano dopo avvisi, preavvisi, solleciti. E poi, dicono in corso Colombo, l’abuso è non pagare le tasse, non il farle pagare.

Certo, restano le innumerevoli proteste dei cittadini che si sentono vessati senza ragione, come il professor Revelli, come il professor Ainis. Cittadini senza nome e senza strumenti per reagire che, per imposizioni spesso contestate, si vedono caricati di una sanzione del 30 per cento, più un 6 per cento di mora dopo 90 giorni. Con un aggio incassato da Equitalia che è del 4,6 per cento entro i 60 giorni, ma che al sessantunesimo giorno diventa del 9 per cento. Di fronte alle denunce di Ainis, possibile che Giulio Tremonti, Renato Brunetta e Roberto Calderoli, il grande semplificatore, non abbiano niente da dire?

 

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09:15 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: equitalia, usura, prestiti, tasse | OKNOtizie |  Facebook

Il governo risparmia sugli invalidi

 Berlusconi ha annunciato che la manovra finanziaria non toccherà la sanità. Ma il ministro dell’Economia è di tutt’altro avviso, e per ora i conti non tornano. Le anticipazioni sulla manovra che Giulio Tremonti sta mettendo a punto, parlano infatti di ticket sui medici specialisti e di un giro di vite sulle pensioni di accompagnamento per gli invalidi. Quest’ultimi, “non deambulanti” e “non autosufficienti”, se cumuleranno 25 mila euro lordi tra reddito (o pensione) e indennità, non potranno più avere i soldi per l’accompagnamento. Lo stesso se raggiungeranno quota 38 mila euro insieme al coniuge.

“Le notizie sono ancora fumose, ma se si verificheranno sarà una catastrofe”, spiega Mauro Pichezzi, presidente dell’associazione “Viva la Vita Onlus”, che si occupa dei malati di sclerosi laterale amiotrofica. “Le famiglie dei malati di Sla finiranno sul lastrico, perché la situazione è già disperata. Non escludiamo un atto forte come un nuovo sciopero della fame dei nostri malati e una manifestazione di piazza per far sentire la voce di chi davvero vive in condizioni di indigenza”. Secondo uno studio commissionato dall’associazione, infatti, le famiglie sopportano un carico di circa 2 mila euro al mese a malato, principalmente per una badante e per i mancati guadagni di familiari impiegati nell’assistenza, con punte di 5 mila euro al mese a causa della carenza delle strutture pubbliche sanitarie e sociali. La situazione dei disabili è critica anche senza il ricorso a provvedimenti restrittivi. Luca Faccio è affetto da tetraparesi spastica, vive in Veneto , è invalido al 100 per cento e percepisce come pensione d’invalidità 256,97 euro. A queste somma 480,47 euro di accompagnamento, per l’assistenza e le cure. “In queste condizioni è impossibile vivere – spiega Faccio – io sono laureato in Scienze dell’educazione, risiedo nella culla dell’industrializzazione, ma non trovo lavoro. Hanno anche sospeso gli incentivi per l’assunzione dei disabili. L’unica cosa che mi hanno proposto è un tirocinio a due euro l’ora per quattro ore al giorno. Mi costa di più farmi accompagnare e riportare dal luogo di lavoro rispetto a quello che guadagno. E quando ho provato a chiedere a cosa mi serviva quel tipo di lavoro mi è stato risposto: a socializzare. Io sono sposato, ho amicizie, il lavoro mi serve per vivere, non per socializzare. Pensate che in questo momento anche mia moglie è disoccupata. Come si fa a sopravvivere con 737,44 euro, comprese le cure?”. Una domanda che Luca Faccio ha posto al ministero dell’Economia e alla presidenza della Repubblica:

“Aspettiamo ancora la firma dei livelli essenziali di assistenza, in cui si elevano gli standard minimi – spiega ancora Pichezzi – altro che tagli. Abbiamo bisogno di maggiori risorse per i disabili, specialmente in questo periodo di crisi, per evitare catastrofi”.

Fonte: antefatto.ilcannocchiale.it 

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09:09 Scritto da: spinsound2 in Varie Economia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: invalidi, risparmio, governo | OKNOtizie |  Facebook

24/06/2010

Ti piace vincere facile? Alle Ferrovie dello stato SI, eccome...Ma con i soldi pubblici!!

 Le Ferrovie pronte a uccidere il mercato: difficile competere con chi aspetta 300 milioni dallo Stato per nuovi treni



Le Ferrovie dello Stato, come ha già segnalato “il Fatto Quotidiano”, hanno fatto causa all’autore (Claudio Gatti) e all’editore (Chiarelettere) del libro “Fuori Orario”, chiedendo 26 milioni di euro di danni. Non si vuole qui entrare nel merito, ci penserà ovviamente il tribunale. Ma forse sul metodo si può osservare che siamo di fronte ad una prassi consolidata (capitata anche a chi scrive, perché accusato di aver parlato male in televisione delle tariffe autostradali, anche se l’importo richiesto da Autostrade era un po’ minore, e in solido con altri).

Una grande impresa ha sempre un nutrito ufficio legale, quindi affronta costi aggiuntivi bassissimi per fare causa ad un supposto “calunniatore”: i suoi legali sono già a stipendio. Spesso poi queste cause, come nel mio caso, vengono ritirate. Il problema è la sproporzione degli effetti: il privato (o il piccolo editore nel caso del libro) deve affrontare costi devastanti per difendersi, indipendentemente dall’esito della causa. Infatti, occorre preparare voluminosi dossier, che assorbono una quota micidiale del tempo di un singolo professionista, prendere a volte più di un avvocato (questioni di sedi diverse ad esempio). Infine, dulcis in fundo, anche se la causa è ritirata, il privato non è di solito rimborsato di tutte le sue spese legali, ma solo di una quota modesta.

Il quadro che ne esce è inquietante: fare causa costa comunque poco alle imprese “calunniate”, ma costituisce nei fatti un segnale fortissimo di diffida, al supposto “calunniatore”, a non riprovarci. Per fortuna, vi sono altre notizie dalle Ferrovie dello Stato che, anche se calunniate da quel libro, dovrebbero consolare i vertici di Fs: è molto probabile che saranno destinatarie di 300 milioni all’anno per comprare treni nuovi per i pendolari.

Se la notizia fosse confermata, ogni ipotesi di avere un po’ di concorrenza per abbassare i costi e migliorare i servizi svanirebbe: chi concorre con un soggetto che riceverà i treni gratis dallo Stato? E soprattutto, perché dovrebbe essere proprio Trenitalia a beneficiarne. Molto meglio sarebbe stato destinare tali risorse alle Regioni, sotto la stretta condizione di effettuare una gara per i servizi ferroviari. E non è finita qui: chi pagherà questi treni? Tutti gli automobilisti, sembra, con un aumento sulle accise sui carburanti. Ma i pendolari in automobile sono molto più numerosi di quelli in treno, e sono già iper-tassati (quelli in treno pagano, invece, con i biglietti una piccola frazione dei costi che generano a Fs).

Sembra anche difficile sostenere che i pendolari-automobilisti viaggino in macchina per loro divertimento: generalmente abitano “in tanta malora” per pagar meno la casa, e lavorano in altrettanta malora, per cui non è tecnicamente possibile fornirgli trasporti pubblici. Per finire: il ministro Matteoli ha anche accennato al fatto che questo finanziamento di nuovi treni sarà anche una “boccata d’ossigeno per l’industria del settore”. Sacrosanto. Ma l’Europa richiede gare pubbliche per queste forniture, per ridurre i costi. Si vede che il ministro è preoccupato anche per l’industria polacca e irlandese. O forse assume che, in realtà, di concorrenza in quelle gare ce ne sia pochina davvero.

Diversa la situazione in Germania: lì esiste un organo indipendente apposito che difende gli utenti e i contribuenti dei servizi a rete, comprese le ferrovie: anche quest’anno pubblica i risultati che ha ottenuto nel aumentare la concorrenza e ridurre i costi per lo Stato o gli utenti. A volte sono risultati deludenti: i monopoli, “campioni nazionali”, hanno muscoli rilevanti ovunque, e sono molto amati dai politici, anche in Germania. Ma almeno a Berlino ci si pone il problema.

 Fonte: antefatto.ilcannocchiale.it

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