23/11/2009

Sono mercati o case da gioco? :"Più trasparenza meno speculazione"

Più passa il tempo, più cresce la proba­bilità che questa crisi sia un’occasio­ne sprecata. Di riforme dei mercati finanziari, la cui urgenza la crisi ha reso evi­dente, non si intravede neppure l’ombra. Eppure queste riforme sarebbero l’unico beneficio di una cri­si che è tanto costosa.

Il problema non è certo la mancanza di analisi o di proposte: da mesi il Finan­cial Stability Board ha in­dividuato quali regole deb­bono essere cambiate. Le riforme non vengono fatte perché sono venuti meno l’interesse e la determina­zione dei governi e dei par­lamenti, cui spetta il com­pito di tradurre quelle pro­poste in norme di legge e nuovi regolamenti. Nel Congresso degli Stati Uni­ti, dove l’esigenza di nuove regole è più forte, la discus­sione è appena cominciata e con il piede sbagliato. Si mette in dubbio l’indipen­denza della Banca centrale ma non si fa nulla che pos­sa irritare i banchieri.

Nel frattempo i mercati finanziari hanno ricomin­ciato a funzionare esatta­mente come funzionavano prima delle crisi, con i me­desimi incentivi e le mede­sime debolezze.

Rimandare le riforme si­gnifica scegliere di non far­le più, perché più passa il tempo, più le banche ripa­rano i loro bilanci, più au­mentano il loro potere e la loro capacità di convince­re i governanti a non far nulla che possa intaccare i loro profitti.

Al centro della discussio­ne pubblica ci sono i com­pensi dei banchieri. Ma è una trappola: i banchieri più smaliziati in realtà so­no contenti che questo sia il tema al centro del dibatti­to e la loro apparente resi­stenza è strategica, cioè un modo per evitare regole che possano intaccare i profitti delle banche. Se ci sono ampi profitti, un mo­do per distribuirli lo si tro­va, quali che siano le rego­le sui compensi. Se i criteri per la determinazione dei compensi cambieranno, ma tutto il resto rimarrà in­variato, il sistema rimarrà debole quanto lo era pri­ma della crisi.

C’è qualcosa che il gover­no italiano può fare per evi­tare questo disastro? Il maggior contributo italia­no all’industria finanziaria è stata la creazione del Mercato telematico dei ti­toli di Stato (Mts), uno dei primi esempi al mondo di piattaforma pubblica tra­sparente per la negoziazio­ne dei titoli, un modello di­ventato lo standard in mol­ti Paesi. Il governo potreb­be fare leva su questo no­stro successo e chiedere che il G20 adotti — come l’F sb ha proposto — una norma che impedisca gli scambi over the counter, cioè attraverso una banca, e sposti le compravendite di prodotti finanziari su piattaforme trasparenti. Questa norma può essere adottata domani e trasfor­merebbe i mercati finan­ziari. Non solo perché im­porrebbe la trasparenza e quindi la tracciabilità delle transazioni. Oggi le som­me che chi acquista un tito­lo deve depositare a garan­zia dell’operazione sono impiegate dalle banche co­me se fossero mezzi pro­pri e sono una delle fonti con cui vengono finanzia­te operazioni che espongo­no i bilanci delle banche a rischi impropri. Le piatta­forme invece le considera­no per quello che sono, cioè garanzie, non chip per il casinò.

Francesco Giavazzi

Fonte: Corriere.it

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«Per il dopo-crisi copiamo la lezione giapponese»

 

Ci sono le aziende che chiudono, quel­le che resistono e quelle che pensano. E che addirittura scoprono che il manage­ment può rivelarsi una risorsa decisiva anche per i Piccoli. Per di più senza biso­gna di assumere e pagare dei manager. Chi l'ha detto che le tecniche più sofisti­cate sono adatte solo alle grandi impre­se? Perché anche le aziende manifatturie­re con meno di 50 dipendenti non posso­no farsi in casa la loro rivoluzione cultu­rale? A sostenere queste tesi sono gli in­dustriali del Nord Est tra i 40 e i 50 anni che frequentano con varia intensità la scuola di formazione del Cuoa di Altavil­la Vicentina.

Il bassanese Diego Caron è uno di lo­ro. Pensa che comunque vada a finire è assai improbabile che si torni ai volumi produttivi pre-crisi e ringrazia chi un an­no fa lo ha sconsigliato dal costruire un nuovo capannone di 3 mila metri qua­dri. Avrebbe perpetuato il vecchio modo di agire, quando la capacità di offerta ve­niva generosamente dilatata senza curar­si della domanda. Quando la voglia di fa­re considerava superfluo «il pensare».

La sua azienda metalmeccanica (tubi flessibili) si appresta a chiudere il 2009 a quota -40% di ricavi (i concorrenti sono addirittura a -70%!) e una dozzina dei 50 dipendenti sono in cassa integrazione ma Caron è tutt'altro che pessimista. L'obiettivo è prepararsi per la ripresa e perciò è diventato, parole sue, «un fanati­co della lean production», il modello dell'impresa anti-burocratica alla Toyota che cancella tutte le attività senza valore aggiunto. In omaggio alle teorie giappo­nesi, Caron ha ridisegnato l'organizzazio­ne aziendale azzerando costi e scorte e programmando un forte aumento di pro­duttività. «L'unica spesa che non ho ta­gliato è la formazione perché dobbiamo aumentare l'attenzione al cliente. Dovre­mo diventare un po' aziende manifattu­riere e un po' aziende di servizi». Il solo modo, aggiunge, per mettersi (almeno per qualche anno) al riparo dai terribili cinesi.

Il management snello sta incontrando un certo successo in tutto il Nord Est tra le piccole e medie imprese dei settori più vari. Nel «lean club» si segnalano le espe­rienze di un'azienda padovana che fab­brica mobili di design, la Lago e di un'im­presa, la Anodica Trevigiana, che forni­sce trattamenti termici. Poi c'è chi ha vo­luto fare due cose in una, accoppiare la lezione della Toyota con la creatività ita­liana: è il caso di Filippo Girardi, un im­prenditore quarantenne di prima genera­zione, che opera a Soave (provincia di Ve­rona) e che ha avuto un'idea semplice semplice.

Le batterie per auto come è noto sono tutte nere, ma perché - si è chiesto Girar­di della Midac - non proviamo a giocare sull'estetica e, visto che nei nuovi model­li di vettura le batterie non sono più na­scoste, non le facciamo a colori? Com­menta Paolo Gubitta, docente del Cuoa: «Non deve stupire che i Piccoli abbracci­no la filosofia giapponese. Anche loro ca­piscono che o programmano da soli la propria ristrutturazione post-crisi oppu­re gliela imporranno le aziende più gran­di. E saranno dolori». Gubitta sottolinea anche il nuovo approccio verso un mana­gement senza manager. «L'imprenditore investe su stesso. Va a scuola il sabato per capire come trasformare la sua picco­la azienda. Che nel pragmatico Nord Est nascesse un fenomeno di questo tipo era tutt'altro che scontato».

Imparate le più moderne teorie d'im­presa per tentare si salvarsi «le Piccole che pensano» si trovano di fronte a un altro bivio del dopo-crisi: individuali­smo o aggregazione. I piccoli della Con­findustria vicentina hanno deciso di spendersi per la seconda ipotesi fino a farne un cavallo di battaglia dell'associa­zione.Si sono dati un anno «per arare il cam­po » e intanto stanno studiando le varie ipotesi di holding che circolano in que­ste settimane. L'opinione di Caron è che «si tratta di discorsi ormai maturi ma che sarà più facile rendere compiutamen­te operativi in presenza di un passaggio generazionale». Con la speranza che i fi­gli si rivelino meno individualisti dei pa­dri.

Dario di Vico 

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19/11/2009

Opinioni: ''L'interesse Nazionale'' - Leggetelo!!!!

Il conclave europeo che stasera a Bruxelles dovrebbe designare il presidente e il «ministro degli esteri» della nuova Ue ha per l'Italia un doppio rilievo. Da un lato perché i volti futuri dell'Unione e la misura delle sue ambizioni non possono lasciare indifferente un Paese fondatore e ancor oggi fortemente europeista come il nostro. Dall'altro perché la candidatura di Massimo D'Alema alla carica di Alto Rappresentante per la politica estera e la difesa, pur rimanendo incerta quanto al suo esito finale, ha fornito fino all'ultimo l'esempio di come governo e opposizione possano trovarsi d'accordo e collaborare quando sono in ballo interessi nazionali. Diciamolo: quando, alla fine di ottobre, Berlusconi annunciò il suo appoggio alla candidatura D'Alema appena spuntata, non pochi pensarono che quella potesse essere l'ennesima astuzia politica di un presidente del Consiglio che in materia non è certo uno sprovveduto. Palazzo Chigi fa la sua bella figura e tende la mano, fu la supposizione dei più sospettosi, ma poi non muoverà un dito a sostegno di D'Alema. Tanto più, veniva fatto osservare, che la nomina dell' esponente del Pd avrebbe comportato la perdita di un vice-presidente della Commissione fedele al Pdl. Ebbene, va riconosciuto e va detto che i sospettosi hanno avuto torto. La posizione del governo è stata sempre, ed è ancora in queste ore decisive, di pieno appoggio alla «candidatura italiana» di Massimo D'Alema. Altri nomi fatti circolare ad arte sono stati rapidamente esclusi. E quando non lo ha detto un Berlusconi piuttosto silenzioso nell' ultimo periodo, è stato il ministro degli esteri Frattini a ribadire in ogni sede che l'Italia ha in D'Alema il suo unico candidato. Di ciò è bene prendere atto prima che le sentenze di Bruxelles facciano scendere il sipario sulla triste vicenda delle nomine previste dal Trattato di Lisbona (una indecorosa rissa nazional-furbesca, più che un processo decisionale comune) . E' bene anticipare l'epilogo e riflettere come se avessimo davanti un fermo-immagine, perché la vicenda della candidatura D'Alema dimostra, mentre la nostra politica interna continua a ribollire di ogni possibile tensione, che la tregua costruttiva è possibile soltanto che lo si voglia e che si identifichino correttamente quegli interessi condivisi che vengono appunto chiamati «nazionali». Non è detto, lo ripetiamo, che la strana coppia D'Alema-Berlusconi raggiunga l'obiettivo. Su un piatto della bilancia pesano l'esperienza dell'ex premier, la sua competenza e persino (visto che contano anche i pareri esterni) la neutralità favorevole dell'America. Sull' altro gravano le sensibilità esterne e orientali della Germania, e soprattutto i suoi calcoli (condivisi con la Francia) per evitare che i portafogli economici della futura Commissione cadano in mani poco amiche. Ma se il successo della candidatura di D'Alema è in bilico, resta e resterà in ogni caso il suo forte messaggio politico: si può fare. La collaborazione bipartisan è possibile anche in Italia. Purché si capisca che i veri interessi nazionali nascono a casa nostra, e soltanto episodicamente si proiettano altrove.

di FRANCO VENTURINI

Fonte: Corriere.it

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«Il debito in Italia al 120% entro il 2011, servono sforzi di risanamento»

 

MILANO - «Il debito pubblico italiano si avvia a salire al 120% del Pil entro il 2011. Pertanto sono necessari significativi sforzi di risanamento dei conti pubblici dal 2011 in avanti, quando la crescita si rafforzerà»: è quanto scrive l'Ocse nell'Outlook semestrale, prevedendo per fine 2009 un debito attorno al 115%, in aumento di 10 punti. Il deficit è atteso al 5,4% nel 2010, dopo 5,5% del 2009 e al 5,1% nel 2011. «L'obiettivo di consolidamento di medio termine richiede un ulteriore sforzo nel 2011, parte del quale è inglobato in queste proiezioni nell'assunto che l'anno prossimo la Finanziaria si atterrà a quanto previsto dal Dpef», precisa ancora il rapporto.

«RESTA L'INCERTEZZA» - Quanto ai dati sul Pil, l'Oraganizzazione spiega che quello italiano calerà del 4,8% quest'anno per poi tornare a crescere dell'1,1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011. Nel terzo trimestre, si legge ancora, il miglioramento delle condizioni finanziarie ha «aiutato a ricostituire la fiducia e spingere la domanda interna». Ma «sia il timing sia la forza della ripresa sono incerte». Quanto alla disoccupazione italiana, questa salirà all'8,5% nel 2010 e all'8,7% nel 2011. Quest'anno, secondo l'Organizzazione internazionale, la quota dei senza lavoro passerà dal 6,8% al 7,6%. Nei paesi dell'area Ocse la disoccupazione «continuerà a salire fino al 2010 e scenderà in modo solo modesto nel 2011 dal picco di oltre il 9%».

SCUDO FISCALE - L'Ocse ricorda inoltre all'Italia che «lo scudo fiscale dovrà essere visto dai contribuenti come una misura straordinaria, nell'ambito dell'impegno generale alla trasparenza sugli scambi di informazioni sulle tasse recentemente concordato a livello internazionale, altrimenti i contribuenti potrebbero arrivare alla conclusione che sono probabili altri condoni fiscali». L'EUROZONA - «Più in generale, secondo l'Ocse, la marcata contrazione dell'economia nell'Eurozona sembra terminare prima di quanto previsto, con ulteriori miglioramenti del quadro finanziario, misure di stimolo fiscale e stabilità dell'export. Nonostante ciò, il problema della disoccupazione e l'accelerazione del processo di riduzione del debito nel settore finanziario suggeriscono che il recupero del ciclo sarà graduale. La ripresa che a inizio anno aveva beneficiato i Paesi emergenti si è diffusa alle economie industrializzate, ma per la maggior parte dei Paesi Ocse sarà «modesta», il che comporterà l'aumento della disoccupazione fino al 2010 inoltrato. Così l'Ocse che nell'Outlook semestrale rivede al rialzo il Pil dell'area a +1,9% nel 2010 (+0,7% 6 mesi fa) dopo -3,5% nel 2009 (da -4,1%) e indica quale prima stima per il 2011 un aumento del 2,5%. «È giunto il momento di preparare l'exit strategy», afferma il capo-economista, Jorgen Elmesekov.

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Crisi e Fisco, le ricette dei commercialisti

MILANO - Irap, Ires, Iva per cassa, studi di settore. Il Fisco sarà sicuramente il protagonista incontrastato del 2010. La crisi economica globale ha colpito le piccole e medie imprese così come il popolo delle partite Iva, quali le strategie migliori per resistere all’onda lunga della recessione in arrivo per i primi mesi del nuovo anno? Oggi a Roma proveranno a dare qualche risposta i dottori commercialisti e gli esperti contabili che si riuniscono, dalle ore 10, presso l’Auditorium della Conciliazione. CONFERENZA ANNUALE - Si tratta della seconda conferenza annuale dei quadri dirigenti della categoria, un appuntamento a cui parteciperanno, oltre ai vertici nazionali, i presidenti e i consiglieri dei 142 ordini territoriali italiani. Sarà possibile seguire in versione integrale e in diretta la conferenza collegandosi a Corriere.it, il sito del Corriere della sera che da tempo sta seguendo con particolare attenzione le vicende dei professionisti italiani. Proprio il Fisco e il suo impatto sulla nostra economia saranno al centro delle riflessioni che coinvolgeranno anche le numerose personalità politiche che hanno già confermato la loro presenza. «Il prossimo anno - spiega Claudio Siciliotti, presidente dei commercialisti – sarà cruciale per il destino di molte imprese ma anche per la categoria che rappresentiamo. Da più di un anno i commercialisti stanno in trincea con i loro clienti, lavorano più di prima e non vengono pagati. La crisi ha fatto sì che svolgessimo noi il ruolo deputato alle banche: siamo stati noi a far credito ai nostri clienti e il tutto senza licenziare i nostri collaboratori. Adesso non pretendiamo nulla, forse però è arrivato il momento di dare alla categoria un riconoscimento sociale per quanto è stato fatto e per quanto ancora ci attende».

Isidoro Trovato

Fonte: Corriere.it

 

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18/11/2009

E ALLA FINE ARRIVO' GRILLO...

Il partito democratico, già in crisi d'identità, si affida ai comici. Del resto, dopo la fusione a freddo tra i DS e gli Ex-DC, non sapevano neppure come chiamarsi tra loro. Compagni o amici? Che dilemma. Ma Beppe Grillo ha risolto il loro problema. Sintetizzando le due parole infatti, viene fuori proprio il nome giusto: com-ici. E per un partito da zelig come il PD, non c'è di meglio che una guida cabarettistica come il comico genovese. E come slogan: Più gossip per tutti!
Auguri...

 

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Dopo il guaio della sinista,mancano solo i comici per rendere l'italia una barzelletta! W Silvio

La sinistra privatizzò la banca d'italia, sapete cosa significa ? che il nostro paese è l'unico al mondo ad avere la banca d'italia (istituto di vigilanza per le banche) ad essere controllata dalle banche stesse!! L'unico vero politico è Silvio Berlusconi e questo Beppe grillo (comico da circo) farebbe bene ad aprire un circo: l'unico posto giusto e adatto ad un pagliaccio! Datene il vostro parere!!!!

 

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In 7 casi su 10 si lamenta ritardi nei pagamenti

I professionisti nelle società moderne han­no il ruolo di applica­re saperi e competen­ze e di mettere in relazio­ne la pubblica amministra­zione con cittadini e im­prese. Attraverso il loro de­licato lavoro quotidiano contribuiscono a costruire quel tessuto fiduciario ne­cessario per tenere insie­me una comunità e guidar­la verso obiettivi di interes­se comune. In Italia pur­troppo le cose non stanno andando così e il mondo delle professioni attraver­sa una crisi identitaria che ha pochi precedenti. Di fronte a questa contraddi­zione e a questo sperpero di chance le scienze sociali avrebbero do­vuto studiare con maggiore impegno la materia e i po­litici avrebbe­ro dovuto de­d icare più tempo all' ascolto. Ciò non è avvenu­to negli anni in cui l'econo­mia comun­que cresceva e oggi ci ritro­viamo nel pieno della Grande Crisi con problemi identitari irrisolti e con una condizione sociale, che almeno per le giovani reclute, rasenta l'emergen­za. I professionisti che do­vevano rappresentare l'ac­celeratore della modernità italiana, si ritrovano rele­gati in una condizione di invisibilità.

Onestà vuole che si rico­nosca come di errori ne so­no stati fatti da tutte le par­ti in causa. Il dibattito sul­le liberalizzazioni, che è partito su spinta dell'Anti­trust e poi ha attraversato più legislature, si è rivela­to una grande occasione mancata. Le contrapposi­zioni hanno avuto la me­glio sulla ricerca delle solu­zioni e alla fine si è giunti a uno straordinario risulta­to: hanno perso tutti. Era sbagliata l'idea stessa di equiparare le professioni alle imprese e sottoporle a una regolazione tipica del­le attività economiche? Probabilmente no, la riven­dicazione del carattere in­tellettuale del loro prodot­to non era sufficiente per distinguere gli studi pro­fessionali dalle imprese commerciali. Perché que­sto principio dovrebbe va­lere per un architetto e non per la Microsoft che un discreto contributo al­lo sviluppo della cultura moderna lo ha pur dato? Gli errori dei liberalizzato­ri sono stati altri. Aver fat­t o credere che si volesse­ro abolire gli Ordini e non riformarli, aver messo al centro della loro iniziativa il solo tema della concor­renza. È con­vincimento di alcuni prota­g onisti di quella stagione - come Giuliano Amato - che al­la fine più che di un con­fronto costruttivo si trattò di una guerra nutrita da una ostilità che i liberal non avrebbero mai osato mostrare nei confronti del­le imprese industriali.

I professionisti, come del resto la piccola e me­dia impresa, hanno paga­to un sistema di relazioni imperniato sulla grande politica, la grande impre­sa e il grande sindacato. Un patto non scritto che ci ha governato per un lungo tratto della storia naziona­le ma che ci ha portato più deboli dentro il tunnel del­la crisi. Oggi il dibattito è centrato sul rischi di rattrappimento che il no­stro apparato industriale sta cor­rendo e sull’eventualità tutt’altro che remota che un’uscita lenta dalla recessione venga pagata du­ramente in termini di posti di la­voro. Tra qualche mese però quando saremo in grado di fare un censimento più realistico dei danni che la crisi avrà causato al nostro sistema produttivo e si tratterà di mettere in relazione le nostre imprese con il mutamen­to del commercio internaziona­le, finalmente ci occuperemo del­lo stato di salute - si fa per dire - del nostro terziario avanzato. La fotografia che emerge dal­l’indagine sulle aziende del ter­ziario avanzato, condotta sul ter­ritorio nazionale dalla Fondazio­ne Nord Est, non è confortante. La contrazione degli ordini è pe­sante perché le imprese stanno richiamando all’interno servizi che prima acquisivano sul mer­cato.

Il 70% degli intervistati la­menta forti ritardi nei pagamen­ti con conseguenti difficoltà nel garantire la liquidità delle pro­prie aziende. L’occupazione non è crollata solo perché più del 50% delle aziende del terziario avanzato italiano ha uno o due addetti. Infine tre imprese su quattro hanno di fatto ridotto il loro raggio di competizione e si confrontano solo con concorren­ti locali. È con questi dati che bisogna fare i conti. Giuste policy per fa­vorire lo sviluppo del terziario e riforma delle professioni sono due iniziative che devono mar­ciare parallele per essere credibi­li, averle separate - anche solo concettualmente - non ci ha aiutato né nei «meravigliosi An­ni 80» quando non era reato con­frontare Milano con Londra né a cavallo del nuovo secolo quando competenze e mercato non han­no trovato il modo di dialogare.

P.S. Per come si sta profilando la Finanziaria non sembra rispon­dere alle esigenze e alla richieste dei professionisti. Eppure dal lo­ro coinvolgimento potrebbe veni­re un importante contributo nel­la lotta contro l’evasione fiscale.

 

 

Dario di Vico

Fonte: Corriere.it

 

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16/11/2009

La regia occulta dell'operazione marrazzo.

L'operazione marrazzo rimane, per berlusconi, ben più rischiosa di quella boffo (ma anche l'operazione boffo, per quanto apparentemente riuscita sul piano tecnico, col tempo gli si rivelerà esiziale perché ha implicato una ferita non ricucibile con la Chiesa). E' sul piano della complessità tecnica che l'operazione marazzo rischia di non completarsi come da lui programmata.
Berlusconi sa che non avrebbe potuto ufficialmente tirarsi fuori da una vicenda come il ricatto a marrazzo, poiché i suoi servizietti sono infiltrati ovunque e la cosa sarebbe inevitabilmente emersa, per la clausola implicita del "non poteva non sapere". Quindi ha fatto girare la versione del nobile avvertimento fatto pervenire a marrazzo per via privata. L'apparentemente abile stratagemma di telefonargli, a trappola ormai apparentemente perfezionata, con lui totalmente inguaiato, ben sapendo che a quel punto non sarebbe convenuto cavalcare anche il frangente dell'emergere dello scandalo facendolo pubblicare direttamente dai suoi media: tale comportamento sarebbe stato troppo scoperto, e avrebbe implicato una levata di scudi dei media internazionali.
Eppure, anche questa strategia tenuta da berlusconi alla lunga non potrà tenere, per evidenti ragioni. Egli è sempre pronto a sacrificare la piccola manovalanza criminale che ai vari livelli continuamente si è sempre prestata a spendersi per lui, beccandosi le tranvate a lui destinate. Farà così anche stavolta, come fece perfino con l'amicissimo previti che si beccò al suo posto una condanna a 11 anni per corruzione di giudici, ben ricompensato certo sia economicamente che poi anche tramite prebende (il dono del ministero della difesa). I piccoli servizievoli tirapiedi che ha usato in questa circostanza potrà più semplicemente lasciarli triturare, li lascerà trattare da stracci. Vedremo se almeno alcuni sapranno tentare di riscattarsi e ritrovare una dignità rivelando ciò che sanno. Occhio, osservate con attenzione quei carabinieri implicati e gli altri protagonisti, che vanno protetti da possibili incidenti. Nessuna organizzazione può essere perfetta ed esente da errori e molti ne ha già compiuti questa qui, che già aveva operato torbidamente alcuni anni or sono anche contro i medesimi bersagli oltre agli altri circostanti, e questo è già stato un errore psicologico importante perché rivelatore: in quel caso si era ritenuto che tra i mandanti dell'azione si potesse ipotizzare un coinvolgimento di storace, e furono molti a pensarla così... sospetti vennero anche alla mussolini, che storace potesse essere stato implicato. Ciò che è avvenuto ora, con il caso marrazzo fa capire come anche allora storace non c'entrava, nonostante le apparenze. E, ipotesi ancora peggiore, che possa essere esistito un livello sopraordinato di gestione dell'agenzia speciale operante ora come allora, con persone che ai livelli intermedi possono credere falsamente di essere burattinai e non marionette anch'esse a loro volta. Berlusconi non ha ancora ben afferrato tutte le implicazioni che derivano dal fatto che le sue trame devono svolgersi in un paese che si chiama italia e non russia.

 

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ALTRI MANTENUTI FANCAZZISTI..in Provincia

Le Provincie si dovevano abolire , e tutti le volevano abolire in campagna elettorale..
Adesso si vogliono moltiplicare per piazzare i silurati delle Regionali e delle Parlamentari...
AVETE ROTTO IL CAZZO...!!!!...
ALTRI MANGIA PANE A SBAFO..sulle spalle di tutti gli italiani di destra e di sinistra...
NON VOTIAMO PER LE PROVINCIE..!!!!!...
Ci piazzeranno altri fancazzisti senza nessuna responsabilita Civile e Giuridica con stipendi dorati e pensioni da favola...BASTA!!!!

 

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