29/09/2009

Aria nuova per le banche

Le crisi finanziaria, economica e bancaria in corso sta chiaramente modificando la forma, la struttura e il funzionamento del settore bancario in tutto il mondo, determinando un nuovo modo di fare banca. Livelli di capitalizzazioni più elevati, riduzione della leva finanziaria e del livello di rischio, efficienza e taglio dei costi, unitamente al ritorno alle tradizionali operazioni bancarie commerciali, sono diventati il nuovo mantra.

Tutte le banche dell'Europa centro-orientale (CEE) sono state interessate dalla crisi. La carenza di liquidità internazionale è stata percepita a più livelli, con shock di liquidità nel breve termine, aumento strutturale del costo del finanziamento e ridotta disponibilità di fondi, che è probabile si protraggano nel medio-lungo termine.

La crisi ha infatti avuto il proprio nucleo nei mercati più sviluppati, ma in breve si è estesa ai mercati emergenti, CEE compresa. Le banche dell'area CEE sono state interessate attraverso diversi canali.  Il primo livello di contagio è passato attraverso fattori macroeconomici. Considerata la dipendenza delle economie locali da fonti di finanziamento esterno, la crescente avversione al rischio e l'inaridirsi dell'afflusso di capitali hanno rappresentato un grave vincolo alla crescita. Le preoccupazioni riguardo alla stabilità macroeconomica della regione hanno poi condotto ad una crisi diffusa della fiducia.

Il secondo canale di contagio è passato attraverso la crisi di fiducia del settore bancario internazionale. L'impegno internazionale per la regione CEE è stato fondamentale nella gestione della crisi. Il summit del G20, tenutosi a Londra in aprile, ha segnato una svolta decisiva. Oltre ai pacchetti di sostegno messi in campo in diversi paesi dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dall'Unione Europea, il vertice di Londra ha contribuito a sgonfiare le tensioni del mercato, in parte eccessive, riguardo la fondamentale vitalità delle economie e dei settori bancari nella regione.

Il miglioramento della fiducia del mercato registrato a partire da questa estate si accompagna all'emergere di segnali di ripresa imminente negli USA e in Europa occidentale. Laddove confermati, essi spingeranno con decisione anche la ripresa nell'area CEE. Il riequilibrio degli squilibri esistenti procede rapidamente in tutta la regione, mentre il miglioramento nella bilancia dei pagamenti già riscontrato nella prima parte di quest'anno appare più veloce del previsto. Malgrado il primo trimestre del 2009 possa aver segnato nella maggior parte dei casi il picco negativo per queste economie, gli indicatori del secondo trimestre indicano che la ripresa potrebbe essere graduale, piuttosto che esplosiva.

Sebbene non è possibile escludere rimbalzi e ulteriori scossoni a livello mondiale, i mercati odierni sono ormai usciti dall'umore da crisi di liquidità a livello mondiale. Ciò è vero anche per i paesi CEE.

La disponibilità di finanziamenti a lungo termine e il costo dell'indebitamento rimangono, tuttavia, un vincolo per la crescita delle banche nell'area CEE. L'attività bancaria nell'area continua a dipendere in misura ragguardevole dai capitali stranieri, con passività esterne del settore bancario dell'area CEE che alla fine dello scorso anno avevano superato i 450 miliardi di euro (di cui il 30% circa nella sola Russia).

Al momento, le banche sono impegnate a diversificare le proprie fonti di finanziamento. Il finanziamento attraverso la raccolta tradizionale di depositi ha assunto una maggior rilevanza soprattutto a partire dal terzo trimestre dello scorso anno, in conseguenza della scarsità di opportunità di finanziamento alternative e a costi più elevati, e alla luce degli sforzi delle banche di riequilibrare il rapporto prestiti su depositi. Quest'ultimo rimane in media al di sopra del 100% quasi ovunque, salvo che nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Turchia. La battaglia per i depositi, scaturita dalla necessità di identificare fonti di finanziamento alternative, non può essere considerata una strategia duratura, dato il modello di crescita della regione.

Le banche dell'area CEE dovranno pertanto ribilanciare le proprie attività, ma l'accesso a finanziamenti esterni rimarrà un vantaggio competitivo di primaria importanza per gli operatori domestici.
Il processo di riduzione della leva finanziaria prosegue, e lo spettro di una possibile stretta creditizia resta sempre in agguato. Inoltre, il deterioramento del quadro economico ha già prodotto una consistente crescita delle sofferenze bancarie, in particolare nei paesi dell'ex blocco sovietico e in alcuni paesi dell'Europa sud-orientale. Il picco dei prestiti in sofferenza slitterà con tutta probabilità tra la metà e la fine del prossimo anno.

Le preoccupazioni sulla qualità del credito e l'appetito per il rischio stanno pertanto diventando i nuovi vincoli per le banche dell'area CEE. Già nei primi cinque mesi dell'anno la crescita regionale media dei prestiti bancari è rimasta in territorio negativo, evidenziando un calo del 5% circa dall'inizio dell'anno, rispetto a una riduzione di quasi il 4% sul fronte dei depositi.

Malgrado la fase complessa che ci troviamo ad attraversare, il potenziale di lungo periodo dell'industria bancaria della regione rimane inalterato, in conseguenza del divario in termini di penetrazione bancaria e della promessa di rapida convergenza dei redditi. La penetrazione finanziaria nell'area CEE continuerà a crescere, sebbene con un passo più moderato e legato strettamente alla disponibilità di fondi sul mercato domestico e internazionale.

I players internazionali attivi nell'area CEE sono stati tutti colpiti dalla crisi con una forte riduzione della capitalizzazione di mercato e dei corsi azionari. Alcuni hanno fatto ricorso agli aiuti di Stato per rafforzare la propria posizione patrimoniale e contribuire a restituire fiducia al mercato.

Per la prima volta negli ultimi due anni nessuna acquisizione degna di nota è stata osservata in tutto il mercato bancario dell'area CEE. In un prossimo futuro, invece, potrebbero verificarsi cambiamenti rilevanti nel panorama competitivo. Le banche internazionali attive nella regione – soprattutto i top players – potrebbero rafforzare la propria posizione, facendo leva sul network esistente e su un migliore accesso ai finanziamenti internazionali, a condizione che l'appetito per il rischio rimanga adeguato. In alcuni paesi, la crisi sta portando a un ritorno del potere statale nel settore bancario locale. I nuovi concorrenti potrebbero cogliere le opportunità in essere, mentre i players non focalizzati potrebbero uscire dal mercato. Questo, tuttavia, non influirà sui maggiori players internazionali intenzionati a restare, per i quali non si attendono cambiamenti di rilievo. Complessivamente, nel medio termine ci attendiamo che a vincere saranno i nuovi entranti ovvero i players internazionali già attivi nell'area, purché dimostrino un adeguato appetito per il rischio, facendo leva sulla diversificazione e una posizione finanziaria solida.

Fonte: Affaritaliani.it

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Troppa cautela verso le banche

Una svolta impor­tante nel gover­no dell’econo­mia del mondo, una soluzione intelligen­te al problema dei com­pensi dei banchieri, ma eccessiva cautela nel dise­gnare nuove regole per le banche. In questi tre pun­ti si riassumono i risultati del G20 di Pittsburgh.

Il governo dell’econo­mia del mondo, che anco­ra rispecchiava i rapporti di forza alla fine della Se­conda guerra mondiale, quando Cina, India e Bra­sile erano entità irrilevan­ti, è stato trasformato spo­stando le decisioni dal G8 (che viene abolito) al G20. La nuova architettu­ra ha tre pilastri. Una te­sta politica, il G20, e due strumenti operativi: il Fondo monetario interna­zionale, cui è affidata la responsabilità della stabi­lità macroeconomica, e il Financial stability board (Fsb), responsabile per la stabilità finanziaria. Molti prevedono che il segno dei nuovi rapporti di for­za sarà la designazione al­la testa del Fondo (da sempre affidato a un euro­peo) di Zhou Xiaochuan, l’attuale governatore del­la banca centrale cinese. La perdita d’influenza del­l’Europa a Washington è compensata dalla respon­sabilità per il secondo pi­lastro operativo, l’Fsb, af­fidato al governatore del­la Banca d’Italia. La presi­denza dell’Fsb è la posizio­ne di maggiore peso inter­nazionale che l’Italia ab­bia avuto dal dopoguerra a oggi, un riconoscimen­to alla reputazione di Ma­rio Draghi.

Ironicamente, la solu­zione prospettata per i compensi dei banchieri è ispirata da quanto fanno i migliori hedge fund , che molti avevano dipinto co­me diavoli pericolosi, e in­vece sono sopravvissuti al­la crisi meglio di molte banche. Le nuove regole prevedono tempi lunghi per la liquidazione dei bo­nus e la possibilità per le banche di attingere ai compensi individuali per far fronte a eventuali per­dite. Ma l’idea più innova­tiva è che i requisiti di ca­pitale si applichino a livel­lo individuale. L’ammon­tare di rischio che un ban­chiere può assumersi do­vrebbe dipendere dal ca­pitale che ha accumulato attraverso i bonus ricevu­ti in passato: se li ha spesi non ha capitale e non può lavorare.

Le grandi banche han­no evitato che venisse lo­ro sottratto il monopolio nella negoziazione di tito­li non governativi e di al­tri strumenti finanziari. Il trasferimento di queste contrattazioni su piatta­forme pubbliche (come accade per i Bot) ne au­menterebbe la liquidità, renderebbe più facile vigi­lare su chi li tratta e quin­di imporre requisiti mini­mi di capitale. Ma sottrar­rebbe profitti alle grandi banche e il tema, pure af­frontato dal G20 di Lon­dra, è stato accantonato.

Dei Legal Standards proposti dal nostro mini­stro dell'Economia non c'è traccia nel comunica­to del G20, risultato inevi­tabile di un progetto che nessuno fuori da via XX Settembre ha mai ben ca­pito. Abbiamo sprecato un’occasione. Negli ulti­mi vent’anni il maggior contributo italiano all’in­dustria finanziaria è stata la creazione del Mercato telematico dei titoli di Sta­to (Mts), uno dei primi esempi al mondo di piat­taforma pubblica traspa­rente per la negoziazione dei titoli e un modello og­gi diventato lo standard in molti Paesi. Se avessi­mo fatto leva sul successo dell’Mts, e battuto su que­sto chiodo dal G7 di Lec­ce al G8 dell’Aquila, forse a Pittsburgh i banchieri non avrebbero prevalso.

Fonte: Corriere.it

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28/09/2009

Inps,in un anno 3,8 mld più entrate e meno uscite

ROMA, 28 settembre (Reuters) - Le ristrutturazioni che hanno interessato l'Inps tra il settembre 2008 e il settembre 2009 si sono tradotte, tra differenza tra maggiori entrate e minori uscite, in una manovra da quasi 4 miliardi di euro.

E' quanto si legge nella relazione dell'Istituto di previdenza nazionale sui risultati a un anno dal commissariamento, presentata dal presidente e commissario straordinario Andrea Mastrapasqua.

A fronte di una diminuzione delle uscite per 417 milioni di euro si è verificato un aumento delle entrate per 3,372 miliardi, dei quali 3,192 per incassi da recupero crediti, con una manovra da un totale di 3,789 miliardi.

Per quanto riguarda il bilancio previsionale 2010 che verrà depositato il 30 settembre al Consiglio di indirizzo e vigilanza, si prevdede "in via molto prudenziale, un utile del risultato di esercizio di circa 3 miliardi di euro e con un avanzo finanziario per 4,5 miliardi di euro", ha spiegato Mastrapasqua.

Nel 2010 le uscite saranno superiori a quelle del 2009 per 6 miliardi di euro, una metà dei quali per gli aumenti perequativi e l'altra metà per gli ammortizzatori sociali, per un totale di 231 miliardi di uscite. Mastrapasqua ha tenuto a precisare che il bilancio è stato elaborato sulla base delle stime macroeconomiche contenute nel Dpef del 15 luglio e non su quelle aggiornate e più positive della Relazione previsionale e programmatica per il 2010 pubblicata dal Tesoro il 23 settembre.

"In corso d'anno potremo elaborare una nuova previsione. Anche il 2010 dà spunti di tranquillità per il sistema previdenziale italiano", ha aggiunto Mastrapasqua.

Fonte: Reuters.com

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26/09/2009

L'inferno del debito e il paradiso dell'abbondanza II

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L'inferno del debito e il paradiso dell'abbondanza I

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Intesa Sanpaolo e Unicredit verso no ai Tremonti-bond

Unicredit e Intesa SanPaolo si avviano a dire di no ai Tremonti-bond. Lo faranno in contemporanea , martedì prossimo, pur seguendo strade diverse. Lo si legge su 'IlSole24Ore'. "A meno di sorprese dell'ultima ora - scrive il quotidiano economico-finanziario - Unicredit marcia ormai dritto verso l'aumento di capitale, che sarà offerto in opzione ai soci a prezzo scontato rispetto ai valori di mercato. L'operazione interamente garantita da un ampio consorzio bancario, di cui fanno parte Merrill Lynch, Mediobanca, Goldman Sachs, Ubs e Credit Suisse. E dovrebbe avere il sostegno delle fondazioni". Quanto a Intesa Sanpaolo, "nessuna decisione è stata ancora presa, ma l'orientamento pare quello di poter fare a meno degli aiuti di Stato". Lunedì si riuniranno i comitati interni di Intesa Sanpaolo e "in quella sede saranno fatte le prime valutazioni". Il giorno dopo l'amministratore delegato, Corrado Passera, porterà la propria proposta al consiglio di gestione e "la prenotazione di 4 miliardi di euro di Tremonti-bond dovrebbe essere lasciata cadere". Secondo 'IlSole24Ore' prende "sempre più consistenza l'ipotesi che il rafforzamento patrimoniale venga affidato alle previste cessioni (che però con ogni probabilità non saranno annunciate già martedì) e al lancio di un prestito obbligazionario ibrido da 1-1,5 miliardi di euro che impatterà sul Tier1".

Fonte: Ilsole24ore

 

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I nuovi consumatori consapevoli

Ricordate la storiella della formica che, dopo l’estate trascorsa a far legna per l’inverno, dice alla cicala reduce dal mare e in partenza per Parigi: «Se incontri un certo La Fontaine, digli da parte mia di andare al dia­volo»? Forse andrebbe aggiornata alla luce della recessione. La crisi economica infatti ha creato un nuovo tipo di consumatore: non indifferente alle mode, tutt’altro, ma più severo, attento e selettivo. Più formica, appunto. E che proba­bilmente non cambierà il nuovo atteggiamento anche quando la tempesta sarà passata.

Il successo degli outlet, dove si possono acquistare con lo sconto le grandi marche (+20 per cento le vendite nei primi cinque mesi del 2009 secondo un’inchiesta del set­timanale Il Mondo ), è solo uno de­gli indicatori di questa tendenza. Non solo i meno abbienti ne sono coinvolti ma anche le fasce sociali ad alto potere d’acquisto. «Alcuni non hanno altra scelta che l’auste­rità — sottolinea Paul Flatters, au­tore con Michael Wilmott del sag­gio «Capire il consumatore post-re­cessione» pubblicato da Harvard Business Revue —. Tuttavia anche molte persone facoltose tendono sempre più a fare economia, e non sempre per necessità». La fotografia più aggiornata del «nuovo consumatore» emerge ni­tidamente dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio Retailing della Sda Bocconi sulle scelte nel cam­po dell’abbigliamento. Il primo da­to evidente è l’aumento dei punti vendita visitati dal campione di 1.400 persone: otto o nove, appar­tenenti a quattro o cinque formu­le diverse, tra cui grandi magazzi­ni, catene di pronto moda, punti vendita specializzati in abbiglia­mento sportivo, outlet e flagship store di grandi marchi. Come di­re? Le vie dello shopping non so­no infinite ma sono aumentate. Il cliente a caccia dell’occasione mi­gliore non si limita a navigare vir­tualmente su Internet ma «navi­ga » fisicamente tra bottega e bot­tega, confronta le alternative e so­lo raramente si ferma alla prima insegna. O tanto meno al negozio sotto casa.

«Le formule distributive più fre­quentate — dice il responsabile dell’Area Marketing della Sda Boc­coni Sandro Castaldo — risultano i grandi magazzini come Coin, Ri­nascente, Oviesse e Upim (38,7% del campione), seguiti dalle cate­ne di abbigliamento come Benet­ton, H&M e Zara (24,1%) e da quel­le di abbigliamento sportivo come Decathlon, Giacomelli e Longoni (21,8%). Un po’ meno frequentati i punti vendita delle griffe (11,4%) e gli outlet (4%), un fenomeno quest’ultimo in grande ascesa (ve­di l’articolo sotto, ndr ) ma ancora presente a macchia di leopardo sul territorio nazionale». Alla base dei nuovi atteggiamen­ti, secondo questa analisi, c’è il ve­nir meno della fiducia «a priori» nei confronti del marchio. «Le grandi firme — dice Castaldo — la fiducia devono riconquistarse­la: in primo luogo con prodotti che contengano un valore reale, verificabile e a un prezzo giusto. Di conseguenza anche l’arte di vendere cambia radicalmente. Il bravo venditore non dev’essere soltanto gentile e disponibile. De­ve conoscere a fondo il prodotto, esserne convinto e trasmettere la sua convinzione. Ma, ancora di più, deve sapersi proporre come avvocato difensore del cliente: se vuole davvero conquistarne la fi­ducia, in certi casi deve arrivare al punto di sconsigliare l’acquisto». Una vecchia tecnica di vendita og­gi molto efficace. Ma i nuovi comportamenti du­reranno anche a crisi finita o tor­neremo presto a comportarci da ci­cale? La risposta, secondo gli eco­nomisti, dipende innanzitutto dal tipo di ripresa economica che arri­verà: più sarà lenta e graduale, più l’austerity 2010 si prolunghe­rà. Un buon ambito per capire il mix tra ricerca di gratificazione e sobrietà è la gioielleria, perché niente, come si sa, è ritenuto più indispensabile del superfluo. Sin­tetizza un noto imprenditore del ramo: «Bisogna distinguere. Per i consumatori colpiti nel proprio reddito il cambiamento di abitudi­ni può essere giocoforza perma­nente, mentre per chi non ha su­bìto danni forse è più psicologico e temporaneo.

Anzi, la ripresa del­l’economia potrebbe generare un senso di sollievo e di euforia, rilan­ciando lo shopping più spensiera­to. Ogni crisi del resto porta con sé atteggiamenti più sobri ma l’economia funziona a cicli. Non dimentichiamo che dopo i cupi an­ni ’70 sono venuti gli ’80. Speria­mo che la storia, magari in forme nuove, si ripeta». «Tutto questo è molto vero — dice Stefano Beraldo, amministra­tore delegato del gruppo Coin — ma io penso che l’approccio più ra­zionale agli acquisti, figlio della crisi, sia destinato a restare, indi­pendentemente dall’ampiezza dei portafogli e dalla solidità dei conti in banca. Così come resterà la ri­cerca di valore, che può essere de­clinata in vari modi. Si può perce­pire come prodotto di valore l’ac­cessorio di Hermès ma anche la borsa in carta riciclata che tanto piace alle signore di New York. In fin dei conti la crisi seleziona: pu­nisce chi ha alzato il listino senza dare un giusto corrispettivo in va­lore e premia chi riesce a concilia­re marchio, costi e valore reale». La constatazione che nascono nuovi stili di consumo non può però nascondere il fatto che si con­suma meno, come emerge anche da un’altra ricerca, realizzata dal Boston Consulting Group. «In ge­nerale — dice Marco Airoldi, che ne ha curato il versante italiano— la tendenza è a rinviare gli acqui­sti di una certa entità.

Molto più che in altri Paesi, poi, in Italia la recessione incoraggia le spese le­gate alla casa, alla famiglia e alla salute. Per esempio si spende mol­to in cibo fresco, in alimenti per animali e in vacanze. Continuia­mo a frequentare gli hard di­scount meno di altri europei, so­prattutto i tedeschi, e semmai ri­sparmiamo comprando la pasta con il logo del supermercato al po­sto di quella con il marchio famo­so ». Infine, da non sottovalutare, c’è il desiderio di molti di sentirsi più buoni, più consapevoli e più utili al mondo, soprattutto al Terzo. «Riciclare di più, comprare ecolo­gico e di seconda mano, instillare nei figli i valori tradizionali — di­ce Flatters — sono tutti comporta­menti che corrispondono perfetta­mente alla domanda di semplicità e all’interesse per il consumo so­stenibile. Inizialmente, questi con­sumatori convertiti alla frugalità erano riluttanti ad ammettere l’at­trazione verso l’essenzialità nel ti­more di essere visti come persone tristi e poco interessanti. Ma la re­cessione ha reso accettabile il ta­glio delle spese voluttuarie, che è diventato addirittura di moda». Vedremo quanto durerà.

Fonte: Corriere.it

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25/09/2009

Fisco, evaso mezzo miliardo. Gdf contro gli sportivi

Un pilota di Formula 1 e un asso del ciclismo: nell'ambito delle operazioni di indagine delle Fiamme Gialle portate avanti nelle ultime settimane ci sarebbero, importanti personaggi del mondo sportivo. Si tratta di quattro grosse indagini per un totale di quasi mezzo miliardo di euro di capitali detenuti all'estero illegalmente. Nel mirino delle Fiamme Gialle ci sarebbe anche un imprenditore cagliaritano, attivo nel settore del calcestruzzo, che avrebbe nascosto oltre 400 milioni di euro al fisco grazie ad un intreccio fra una decina di società con sedi nel Delaware (Usa), Qatar e Guinea.

Tra gli sportivi, un primo caso coinvolgerebbe un pilota di Formula 1 che dal 2006 al 2008 ha trasferito la propria residenza dall'Abruzzo prima in Inghilterra, continuando a comprare barche e case in Italia. Il valore di beni e capitali all'estero scovati dalle Fiamme Gialle ammonterebbe già a 1,8 milioni di euro.

Sempre nel campo delle corse automobilistiche, tra i soggetti sotto controllo figura un copilota di un ex campione del mondo di rally residente a Monaco ma con affari immobiliari in Italia.

Il terzo sportivo sarebbe un ciclista con un palmares di primo piano. Ha trasferito la residenza nel Principato di Monaco ma le Fiamme Gialle hanno scoperto che si allena in Italia e non manca a nessuna manifestazione locale di un paese del padovano.

Se verrà accertata l'evasione rischiano sanzioni tributarie e penali e, in ogni caso, non potranno avvalersi dello scudo fiscale.

Fonte: Affaritaliani.it

 

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G20: Accordo per tetto ai bonus dei banchieri

I bonus dei manager bancari dovranno in futuro essere direttamente collegati ai risultati a lungo termine da essi conseguiti nello svolgere le proprie mansioni, e non alla loro condotta sul breve periodo, soprattutto qualora comporti rischi per i rispettivi istituti e i relativi clienti, anche se magari fosse coronata da successo nella singola fattispecie: e' questo il principio-cardine sul quale si basa la bozza di comunicato che sara' approvato dai leader del G20, al termine del vertice di oggi a Pittsburgh, in Pennsylvania.

Lo hanno anticipato fonti riservate bene addentro ai lavori, secondo cui il testo prevede in modo esplicito di "limitare i bonus a una certa percentuale dei profitti totali netti, quando non si sia in armonia con il mantenimento di una solida base di capitale". In precedenza il ministro del Tesoro americano, Timothy Geithner, aveva spiegato come si vogliano "introdurre standard assai rigorosi per limitare i rischi".

In realta', proprio da Usa e Gran Bretagna sarebbe venuta la maggiore cautela sui provvedimenti da adottare, con Francia e Germania determinate a far passare invece la regola delle restrizioni dei bonus.

L'intesa definitiva, comunque, non sarebbe al momento stata raggiunta: e' quanto e' stato riferito in via anonima negli ambienti della delegazione francese, secondo cui "sono stati compiuti progressi, ma ancora un compromesso non c'e'". Per Geithner, peraltro, "ci siamo molto vicini".

Piu' in generale, l'intento in seno al G20 e' di attuare compiutamente la nuova normativa per migliorare qualita' ed entita' dei capitali bancari entro il 2012, con una progressiva applicazione mirata sull'evolversi delle condizioni finanziarie e sulla ripresa economica globale.

ADDIO G7 - Intanto, il G7 va in soffitta. Secondo quanto anticipa New York Times, il presidente americano Barack Obama annuncerà oggi che il G20 prenderà permanentemente il posto del G7 come forum per la politica economica.  Per oltre trent'anni il principale gruppo per la gestione dell'economia mondiale è stato il G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia e Giappone) a cui si è gradualmente unita la Russia negli anni Novanta durante la presidenza americana di Bill Clinton. Fonti dell'amministrazione Usa riferiscono che il gruppo continuerà a incontrarsi due volte l'anno per discutere di questioni di sicurezza. Ma di economia si occuperà il più ampio G20 che comprende anche paesi come Cina, Brasile e India.

SCONTRI - Proseguono nel frattempo gli scontri nel centro della Pennsylvania dove si svolge il vertice: una ventina di persone sono state arrestate dalla polizia. La manifestazione di protesta, che non era autorizzata, ha opposto circa mille manifestanti alle forze dell'ordine. Da una parte lanci di cassonetti e sassi, dall'altra candelotti lacrimogeni. Gli incidenti sono cominciati quando diverse centinaia di manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alla sede del vertice del G20. Alcuni gruppi si sono presentati come anarchici, alcuni con vestiti neri, bandane e bandiere nere. Alcuni mostravano striscioni sui quali era scritto: "Nessuna speranza nel capitalismo".

Fonte: Affaritaliani.it

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L'imprenditore di Pordenone

Tommaso Pa­doa- Schioppa propone di cele­brare il 150mo an­niversario dell’Unità d’Ita­lia chiedendosi quale sia «lo stato dello Stato» («Si parli di Stato non di Na­zione », Corriere di dome­nica scorsa). Accolgo vo­lentieri l’invito. Questo è un esempio di «stato del­lo Stato» alla vigilia della discussione parlamenta­re sulla «Finanziaria sen­za tasse e tagli».

Dal 1˚gennaio di que­st’anno, un imprenditore di Pordenone, Giorgio Fi­denato, versa ai propri di­pendenti lo stipendio «lordo» senza le trattenu­te di legge (contributi Inps, Irpef ordinaria, addi­zionale regionale, addizio­nale comunale), avendo opportunamente avvisato l’Agenzia preposta — che insiste nel chiedergli di adempiere ai suoi obbli­ghi — del rifiuto di eserci­tare la funzione di «sosti­tuto di imposta». A fonda­mento della propria scel­ta cita in giudizio l’Inps, la Società di cartolarizza­zione dei crediti Inps, Equitalia Friuli Venezia Giulia, adducendo ragio­ni di economicità, di dirit­to, di giustizia e equità so­ciale.

Il quadro normativo in materia risale a una legge fascista del 1935 istitutiva dell’Ente previdenziale: «La parte di contributi a carico dell’assicurato è trattenuta dal datore di la­voro sulla retribuzione corrisposta (...) L’impren­ditore e il prestatore di la­voro contribuiscono in parti uguali alle istituzio­ni di previdenza e assi­stenza »; una legge della Repubblica del 1952 ripro­pone la distinzione fra i contributi a carico del la­voratore e del datore di la­voro. Su uno stipendio lordo complessivo di 2.449,06 euro, la parte «salariale» di contributi ammonta a 182,51 euro, quella «padronale» (che
non appare neppure in busta paga) è di 463,34 euro; lo stipendio netto percepito — detratte an­che le imposte — è di 1.465 euro. Scrive Pascal Salin, un economista libe­rale francese: «La parte padronale dei contributi sociali non è, dunque, un carico sopportato dalle imprese, essa è soltanto la parte del salario che il datore di lavoro non ha il diritto di versare diretta­mente al lavoratore (...) In questo senso la parte padronale è un’imposta sul salario pagata dal di­pendente e di cui l’im­prenditore è solo un esat­tore ».

La totale ignoranza nel­la quale è tenuto il lavora­tore circa le somme versa­te all’Inps violerebbe gli art. 2 e 3 comma 3 della Costituzione, ostacolan­do il pieno sviluppo della personalità umana; l’art.3 comma 1, che sancisce il principio dell’eguaglian­za. Il lavoratore autono­mo dichiara personal­mente i propri redditi e ha pieno diritto di difen­dersi contro gli accerta­menti del fisco (art. 24 e 113 della Costituzione); il lavoratore dipendente non ha gli stessi diritti. La pretesa dello Stato di tra­sformare l’imprenditore in esattore violerebbe sia l’art. 23 — «Nessuna pre­stazione personale o patri­moniale può essere impo­sta se non in base alla leg­ge » nell’interpretazione che ne dà la stessa Corte costituzionale «a tutela della libertà e della pro­prietà individuale» — sia l’art. 41 della Costituzione («L'iniziativa economica privata è libera»). Scrive ancora Salin: «In tutte le imprese, degli uomini de­vono dedicare il proprio tempo a soddisfare le pre­tese del fisco (...). Una pic­cola ditta ha più difficoltà di una grande a far specia­lizzare alcuni dipendenti del proprio organico».

Tre lavoratori che ora perce­piscono lo stipendio lordo — dopo non aver neppure ricevu­to risposta su come adempiere ai propri obblighi tributari e previdenziali — hanno indiriz­zato all’Agenzia delle entrate un libretto al portatore con le somme dovute; l’Agenzia lo ha respinto in quanto «tale mezzo di pagamento non è ammesso dalla normativa vigente». Ma il rifiuto sarebbe in contrasto sia con l’orientamento della Corte di Cassazione che l’obbli­gato principale è il soggetto «sostituito» (il percettore del reddito), non il «sostituto di imposta» (il datore di lavoro), sia con l’art. 1180 comma 1 Co­dice civile sulla efficacia estinti­va del pagamento effettuato da un terzo (che in questo caso è addirittura il beneficiario della prestazione previdenziale). Ha scritto lo stesso ministro del­l’Economia, Giulio Tremonti: «La contabilità fiscale è dun­que diventata la forma moder­na, ma non per questo meno odiosa, delle antiche corvées. Tra il sistema attuale delle com­pliances sociali e quello antico fatto dalle corvées e dalle ga­bellari servitù medievali, le analogie sono impressionanti, così come gli effetti paralizzan­ti » («Lo Stato criminogeno», ed. Laterza).

A questo punto — se non vo­gliono apparire complici dello «Stato criminogeno» — sareb­be utile che la Confindustria e le altre associazioni di catego­ria, i sindacati, la sinistra, il go­verno, gli intellettuali, dicesse­ro che ne pensano di questo «stato dello Stato», di «questo imbroglio, nelle parole del libe­rale Salin che condivido, trami­te il quale gli uomini di gover­no sono riusciti a imporre il concetto bismarckiano di sicu­rezza sociale». È chiedere trop­po?

Fonte : Corriere.it

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