26/09/2009
I nuovi consumatori consapevoli
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Ricordate la storiella della formica che, dopo l’estate trascorsa a far legna per l’inverno, dice alla cicala reduce dal mare e in partenza per Parigi: «Se incontri un certo La Fontaine, digli da parte mia di andare al diavolo»? Forse andrebbe aggiornata alla luce della recessione. La crisi economica infatti ha creato un nuovo tipo di consumatore: non indifferente alle mode, tutt’altro, ma più severo, attento e selettivo. Più formica, appunto. E che probabilmente non cambierà il nuovo atteggiamento anche quando la tempesta sarà passata.
Il successo degli outlet, dove si possono acquistare con lo sconto le grandi marche (+20 per cento le vendite nei primi cinque mesi del 2009 secondo un’inchiesta del settimanale Il Mondo ), è solo uno degli indicatori di questa tendenza. Non solo i meno abbienti ne sono coinvolti ma anche le fasce sociali ad alto potere d’acquisto. «Alcuni non hanno altra scelta che l’austerità — sottolinea Paul Flatters, autore con Michael Wilmott del saggio «Capire il consumatore post-recessione» pubblicato da Harvard Business Revue —. Tuttavia anche molte persone facoltose tendono sempre più a fare economia, e non sempre per necessità». La fotografia più aggiornata del «nuovo consumatore» emerge nitidamente dall’ultima rilevazione dell’Osservatorio Retailing della Sda Bocconi sulle scelte nel campo dell’abbigliamento. Il primo dato evidente è l’aumento dei punti vendita visitati dal campione di 1.400 persone: otto o nove, appartenenti a quattro o cinque formule diverse, tra cui grandi magazzini, catene di pronto moda, punti vendita specializzati in abbigliamento sportivo, outlet e flagship store di grandi marchi. Come dire? Le vie dello shopping non sono infinite ma sono aumentate. Il cliente a caccia dell’occasione migliore non si limita a navigare virtualmente su Internet ma «naviga » fisicamente tra bottega e bottega, confronta le alternative e solo raramente si ferma alla prima insegna. O tanto meno al negozio sotto casa.
«Le formule distributive più frequentate — dice il responsabile dell’Area Marketing della Sda Bocconi Sandro Castaldo — risultano i grandi magazzini come Coin, Rinascente, Oviesse e Upim (38,7% del campione), seguiti dalle catene di abbigliamento come Benetton, H&M e Zara (24,1%) e da quelle di abbigliamento sportivo come Decathlon, Giacomelli e Longoni (21,8%). Un po’ meno frequentati i punti vendita delle griffe (11,4%) e gli outlet (4%), un fenomeno quest’ultimo in grande ascesa (vedi l’articolo sotto, ndr ) ma ancora presente a macchia di leopardo sul territorio nazionale». Alla base dei nuovi atteggiamenti, secondo questa analisi, c’è il venir meno della fiducia «a priori» nei confronti del marchio. «Le grandi firme — dice Castaldo — la fiducia devono riconquistarsela: in primo luogo con prodotti che contengano un valore reale, verificabile e a un prezzo giusto. Di conseguenza anche l’arte di vendere cambia radicalmente. Il bravo venditore non dev’essere soltanto gentile e disponibile. Deve conoscere a fondo il prodotto, esserne convinto e trasmettere la sua convinzione. Ma, ancora di più, deve sapersi proporre come avvocato difensore del cliente: se vuole davvero conquistarne la fiducia, in certi casi deve arrivare al punto di sconsigliare l’acquisto». Una vecchia tecnica di vendita oggi molto efficace. Ma i nuovi comportamenti dureranno anche a crisi finita o torneremo presto a comportarci da cicale? La risposta, secondo gli economisti, dipende innanzitutto dal tipo di ripresa economica che arriverà: più sarà lenta e graduale, più l’austerity 2010 si prolungherà. Un buon ambito per capire il mix tra ricerca di gratificazione e sobrietà è la gioielleria, perché niente, come si sa, è ritenuto più indispensabile del superfluo. Sintetizza un noto imprenditore del ramo: «Bisogna distinguere. Per i consumatori colpiti nel proprio reddito il cambiamento di abitudini può essere giocoforza permanente, mentre per chi non ha subìto danni forse è più psicologico e temporaneo.
Anzi, la ripresa dell’economia potrebbe generare un senso di sollievo e di euforia, rilanciando lo shopping più spensierato. Ogni crisi del resto porta con sé atteggiamenti più sobri ma l’economia funziona a cicli. Non dimentichiamo che dopo i cupi anni ’70 sono venuti gli ’80. Speriamo che la storia, magari in forme nuove, si ripeta». «Tutto questo è molto vero — dice Stefano Beraldo, amministratore delegato del gruppo Coin — ma io penso che l’approccio più razionale agli acquisti, figlio della crisi, sia destinato a restare, indipendentemente dall’ampiezza dei portafogli e dalla solidità dei conti in banca. Così come resterà la ricerca di valore, che può essere declinata in vari modi. Si può percepire come prodotto di valore l’accessorio di Hermès ma anche la borsa in carta riciclata che tanto piace alle signore di New York. In fin dei conti la crisi seleziona: punisce chi ha alzato il listino senza dare un giusto corrispettivo in valore e premia chi riesce a conciliare marchio, costi e valore reale». La constatazione che nascono nuovi stili di consumo non può però nascondere il fatto che si consuma meno, come emerge anche da un’altra ricerca, realizzata dal Boston Consulting Group. «In generale — dice Marco Airoldi, che ne ha curato il versante italiano— la tendenza è a rinviare gli acquisti di una certa entità.
Molto più che in altri Paesi, poi, in Italia la recessione incoraggia le spese legate alla casa, alla famiglia e alla salute. Per esempio si spende molto in cibo fresco, in alimenti per animali e in vacanze. Continuiamo a frequentare gli hard discount meno di altri europei, soprattutto i tedeschi, e semmai risparmiamo comprando la pasta con il logo del supermercato al posto di quella con il marchio famoso ». Infine, da non sottovalutare, c’è il desiderio di molti di sentirsi più buoni, più consapevoli e più utili al mondo, soprattutto al Terzo. «Riciclare di più, comprare ecologico e di seconda mano, instillare nei figli i valori tradizionali — dice Flatters — sono tutti comportamenti che corrispondono perfettamente alla domanda di semplicità e all’interesse per il consumo sostenibile. Inizialmente, questi consumatori convertiti alla frugalità erano riluttanti ad ammettere l’attrazione verso l’essenzialità nel timore di essere visti come persone tristi e poco interessanti. Ma la recessione ha reso accettabile il taglio delle spese voluttuarie, che è diventato addirittura di moda». Vedremo quanto durerà.
Fonte: Corriere.it
09:59
Scritto da: spinsound2
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